La resistenza del capo M5s: «Non mollo la leadership». Ma Luigino ora è alle corde
Il ministro furioso con il Fatto, che lo dà dimissionario. I big fanno scudo, una fonte invece rivela: «È terrorizzato da Grillo e dal premier». E il Movimento perde altri pezzi.

Il colpo di grazia spetta, come di consueto, a chi è stato più vicino al condannato. Ieri mattina, quando Luigi Di Maio ha letto, sparata in prima pagina sul Fatto Quotidiano, giornale molto vicino al M5s, l’indiscrezione sulle sue imminenti dimissioni da capo politico, prima delle elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria del prossimo 26 gennaio, ha capito che per lui l’avventura da leader del M5s è arrivata al capolinea. E ha reagito come sempre: muoia Sansone con tutti i filistei. Fonti autorevolissime del M5s raccontano alla Verità che Giggino, lo statista di Pomigliano d’Arco, il leader minimo, è pronto a tutto: «Di Maio», rivela la fonte, «è andato su tutte le furie. Ha detto chiaro e tondo che se provano a disarcionarlo da capo politico, farà cadere il governo. Il suo disegno è andare alle elezioni avendo ancora in pugno il potere di compilare le liste. Vuole assicurare la rielezione a lui e ai suoi fedelissimi».

Lo staff del ministro degli Esteri ha diramato una nota violentissima: «Smentiamo quanto riportato dal Fatto Quotidiano, in un articolo a firma Luca De Carolis», recita la nota, «in merito alle dimissioni da capo politico del M5s di Luigi Di Maio. Una narrazione, con tanto di fantomatica data delle dimissioni, che appare decisamente surreale. Appare anche singolare la scelta di aprire il giornale con questo falso retroscena», prosegue il comunicato, «quando lo stesso Di Maio in queste ore è impegnato in importanti dossier di politica estera, come la Libia, di forte interesse nazionale e che interessano la sicurezza del nostro Paese. È un fatto gravissimo, che ci sorprende».

La tattica comunicativa di Di Maio ha preso poi una piega che gli addetti ai lavori conoscono bene, mutuata dalla Forza Italia dei bei tempi: la «batteria». Dal fortino in cui è barricato, Di Maio ha diramato l’ordine di diffondere una raffica di comunicati stampa a suo favore. Un modo per riempire le pagine dei giornali, ma soprattutto per distinguere gli amici dai nemici, gli avversari dai fedelissimi.

Non è certo un caso che i comunicati di solidarietà siano giunti tempestivamente dai membri del governo e da chi ha avuto in dote cariche istituzionali. Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri; Laura Castelli, vice ministro dell’Economia e delle Finanze; Francesco D’Uva, questore del M5s alla Camera; Sergio Battelli, presidente della Commissione per le Politiche Ue della Camera; Stefano Buffagni, viceministro dello Sviluppo economico; Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidenza del Consiglio; Vito Crimi, vice ministro dell’interno; Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia: sono i pezzi da novanta del M5s che hanno preso posizione ufficialmente, difendendo a spada tratta Di Maio. Molti graduati, pochissimi «soldati semplici»: le dichiarazioni pro Giggino di senatori e deputati si sono contate sulle dita di una mano. Un generale con tanti ufficiali, ma senza più il suo esercito: questo è Luigi Di Maio, la cui carriera politica, brillante e fortunata, è rimasta impigliata al chiodo della presunzione.

Come poteva pensare, Di Maio, di riuscire a fare contemporaneamente il ministro degli Esteri e il leader unico del M5s? Come poteva immaginare di reggere, a 33 anni (ahi!) due impegni così gravosi? Non ce l’ha fatta, Giggino: la vanità, la prepotenza politica, hanno fatto naufragare il ministro e il capo politico.

«Teme Alessandro Di Battista, teme Giuseppe Conte, teme tutti», sospira una fonte M5s, «ma soprattutto ha il terrore di Beppe Grillo. Di Maio sa benissimo che le rassicurazioni di Beppe sono atti dovuti, tentativi di tenere ancora insieme il M5s, ma soprattutto che fino ad ora è rimasto a capo del M5s solo e soltanto per mancanza di alternative. Se Di Maio dovesse davvero tentare, come sta minacciando, di far saltare il governo pur di mantenere la sua leadership, Beppe non glielo permetterebbe».

Intanto, il M5s perde parlamentari ogni santo giorno. L’altro ieri hanno detto addio i deputati Massimiliano De Toma e Rachele Silvestri, che hanno lasciato il gruppo alla Camera e sono transitati nel Misto. Altri sette potrebbero seguirli a breve. «Lascio il M5s», ha detto De Toma al Messaggero, annunciando l’adesione al gruppo dell’ex ministro Lorenzo Fioramonti, «perchè non mi riconosco nella leadership di Di Maio & Co: Davide Casaleggio e i cosiddetti vertici. Con Luigi in due anni avrò parlato due volte e con me non ha mai condiviso nulla. Il M5s si salva solo se cambia leadership. Forse. Gli scontenti sono tantissimi. Anche al Senato. A Montecitorio», ha aggiunto De Toma, «adesso puntiamo a formare una componente da 10 deputati, poi in un secondo momento vogliamo arrivare a un gruppo autonomo, magari anche con altri parlamentari che condividono le nostre idee».

Sul capo (politico) di Di Maio pende anche la spada di Damocle del documento dei tre senatori, Primo Di Nicola, Emanuele Dessì e Mattia Crucioli, che chiedono una gestione collegiale del M5s, una maggiore trasparenza nella gestione della piattaforma Rousseau, la incompatibilità tra ruoli di governo e di partito, una gestione più partecipata delle decisioni sui decreti d’urgenza, la revisione del sistema delle restituzioni.

Il documento ha raccolto l’assenso di numerosissimi parlamentari, e ha molto indispettito Di Maio, simbolo di quel doppio ruolo che i tre senatori vogliono abolire. Se ne discuterà, probabilmente, gli stati generali M5s, in programma dal 13 al 15 marzo. Intanto, tutti e tre i consiglieri comunali di Trento hanno lasciato il Movimento, mentre a Palermo il giudice monocratico Salvatore Flaccovio ha condannato a pene comprese tra un anno e un anno e 10 mesi 12 tra attivisti e ex deputati regionali e nazionali del M5s e un cancelliere del tribunale per la vicenda delle firme false presentate nel 2012 a sostegno della lista per le elezioni comunali. Erano accusati a vario titolo di falso e violazione della legge regionale sulle consultazioni elettorali. Due gli assolti.

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