Equilibri, sfere di influenza, alleanze vere e alleanze finte. Controllo di zone strategiche apparentemente povere, ma ricchissime di opportunità. Lo scacchiere internazionale continua a muoversi oltre la guerra in Ucraina. Il circolo Polare artico resta al centro.
Il circolo polare artico che da tempo è diventato mira di conquiste per le sue altissime potenzialità. Secondo l’US Geological Survey l’Artico detiene il 40% delle riserve mondiali di petrolio e gas per un ammontare di circa 20 trilioni di dollari, l’equivalente del Pil annuale degli Stati Uniti. Non solo perché possiede anche il 30% delle riserve naturali globali. Usa e Canada, tra i principali interessati, insieme a Russia e naturalmente Cina, e poi c’è l’Europa, sul tema, ancora una volta decisamente indietro. Al centro di questo Risiko c’è la Groenlandia. Lì si trovano uranio, terre rare, giacimenti di rubini, diamanti, oro, zinco, mentre offshore quelli di gas e petrolio, trentadue miliardi di barili quelli disponibili nel mare a Nord Est dell’isola.
Nello specifico l’uranio rientra nella sfera dell’interesse strategico in ogni parte del mondo e va tenuto conto che la Danimarca dal 1985 è diventato un Paese “anti nucleare” e oggi è il primo al mondo per la produzione d’energia eolica. La Groenlandia uscì trent’anni fa dall’Unione Europea, unico precedente alla Brexit; l’ultima speranza di Bruxelles è che decida di aderirvi da Stato indipendente, ma lo sguardo dei sovranisti eschimesi è volto alla Cina. Una potenza che si definisce “quasi artica” e che ha annunciato lo sviluppo di una Via polare della Seta. La Cina ha investito molto in ricerca scientifica polare. Negli anni però in molti si sono spesi in critiche e teorie complottistiche circa i veri obiettivi delle stazioni di ricerca. La Cina non fa mistero del fatto che intenda ottenere il diritto allo sfruttamento dei nuovi territori marittimi, soprattutto in tema di trasporto commerciale e pesca, giudicando l’Artico il proprio “frigorifero del futuro” o “banca delle proteine”.
L’80 per cento del commercio marittimo mondiale è in mano ai cinesi infatti , e di questo il 90 per cento si svolge sull’asse Asia-Europa-Nord America: la via più breve è l’Artico, sempre più navigabile ed economico anche perchè il costo delle assicurazioni si è dimezzato negli ultimi tre anni. Attualmente la rotta più praticata è la Northern Sea Route, lungo la costa russa, ma in prospettiva la Cina pensa alla via transpolare, che sarà di due terzi più breve rispetto a quella tradizionale meridionale: 4.200 miglia marittime contro le 11.500 via Suez. L’interesse si evince anche dal fatto che Pechino a Reykjavík ha fatto costruire una grande ambasciata che ospita quasi trecento persone, ( 50 quelle della residenza Usa). Inoltre i vertici cinesi hanno siglato accordi importanti con la Finlandia (tanto che in tre anni l’export di Helsinki verso Pechino è passato dal settimo al primo posto) per la costruzione di 500 chilometri di ferrovia da Rovaniemi in Lapponia, a Kirkenes.
La Cina ha intenzione di investire in Groenlandia circa 15 miliardi di euro in cinque anni, aprendo miniere di zinco e ferro, impegnandosi nella costruzione di tre aeroporti e una grande base “scientifica”. Nel 2017 i cinesi sono stati molto vicini all’acquisizione di una base militare danese dismessa. Per impedire che accadesse è dovuta intervenire direttamente Washington.
Poi ci sono i russi: un terzo dell’Artico è di loro proprietà, e rappresenta il 60 per cento del Pil nazionale con l’80 per cento delle riserve di gas già esplorate e il 90 per cento di idrocarburi offshore, il valore è stimato due trilioni di dollari. Nell’arcipelago russo di Novaya Zemlya, a causa dello scioglimento dei ghiacci sono emerse nuove isole per un totale di 290 mila chilometri quadrati. Ma le rivendicazioni di Mosca, avviate in base alla convenzione Onu della Legge del Mare arrivano a inglobare altri 1,2 milioni di chilometri quadrati di fondale (pari all’estensione di Spagna e Francia messe insieme) che, secondo il presidente russo Vladimir Putin, porterebbero il valore stimato della ricchezza oil&gas artica russa a 30 trilioni di dollari.
Sono ben tre gli Stati membri dell’Unione europea (Danimarca, Svezia, e Finlandia ) che hanno parte del proprio territorio nella regione artica dove vivono oltre cinquecentomila cittadini europei . Eppure l’Europa è il player più debole nell’area e non può che affidarsi alla forza degli Stati Uniti. Nazione artica per puro caso da più di 150 anni, quando Washington acquistò l’Alaska dalla Russia zarista ad un prezzo ridicolo ( l’equivalente di 125 milioni di dollari attuali). Gli Stati Uniti non mostrano particolare interesse se non per gli aspetti militari. Da quando nel 2014 Gazprom sfatò il tabù della navigazione in acque artiche per petroliere, la Russia ha riportato in auge gran parte delle forze militari che alla fine della guerra fredda erano cadute in abbandono. In questo modo, USA e Alleanza Atlantica sono tornate a condurre esercitazioni nelle acque artiche. All’isola di Vardø gli americani hanno installato un sistema radar in grado di dominare il mare di Barents, a 70 chilometri dalle basi russe. Si chiama Globus 3, un sistema d’allarme antimissile, ma secondo i russi si tratta addirittura del più avanzato sistema di difesa antimissile del Pentagono, capace di sgonfiare la capacità di “second strike” dei loro sommergibili nucleari. Putin sa che le forze armate convenzionali russe sono decisamente inferiori a quelle americane; l’attivazione di uno scudo antimissile sull’uscio di casa viene visto come una minaccia diretta a un settore nel quale ritiene di essere ancora temibile: la deterrenza nucleare. Ma la Norvegia, di fronte alla crescente attività delle navi da guerra russe, intensifica le manovre anche sulla terraferma, ospitando contingenti di marines che si alternano ogni sei mesi. Le flotte Nato si muovono soprattutto nel mare di Barents. Lì naviga la Marjata IV, la più grande e sofisticata nave-spia in dotazione dal 2016 all’Alleanza, costruita apposta per fare da sentinella ai sommergibili russi davanti alla penisola di Kola, la fortezza nucleare della Flotta del Nord (dove avvenne la tragedia del Kursk il 12 agosto del 2000). Marjata guarda, ascolta e archivia tutto quel che accade e si dice nell’intero bacino artico.
Insomma, l’Artico resta protagonista della visione di ogni Nazione che intenda avere un ruolo importante nello scacchiere mondiale. E stare nell’Artico per tutti vuol dire: ricerca scientifica, accaparramento delle risorse ed esercitazioni militari.
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