Indagato assessore di Zingaretti per fondi regionali girati al Pci
Alessio D’Amato sotto inchiesta per danno erariale: la vicenda risale a 15 anni fa.

L’ipotesi è di danno erariale. Alessio D’Amato, assessore alla Sanità della Regione Lazio e braccio destro di Nicola Zingaretti, è sotto accusa alla Corte dei conti per 275.000 euro che avrebbe prelevato dai forzieri di una Onlus che vorrebbe aiutare l’Amazzonia per sostenere la propria campagna elettorale con il vecchio Partito comunista italiano. La storiaccia, infatti, è un po’ datata: risale a 15 anni fa, quando D’Amato era capogruppo del Pci in consiglio regionale e vicepresidente della Fondazione Italia-Amazzonia, nonché rappresentante legale e presidente dell’Associazione politica Rosso-Verde. Con un magheggio i fondi regionali per l’associazione Italia-Amazzonia sarebbero finiti sui conti dell’associazione comunista per pagare volantini politici e spazi pubblicitari sui quotidiani l’Unità e il Manifesto. «Gli accertamenti», hanno sottolineato gli investigatori della Guardia di finanza, «hanno chiaramente delineato come la quasi totalità dei fondi ricevuti dalla Italia-Amazzonia Onlus siano stati utilizzati per finalità diverse da quelle proprie del progetto e della fondazione». La prova, secondo gli investigatori, si ritroverebbe in alcune fatture «alterate», in modo tale che i fondi ottenuti «fossero destinati a iniziative politiche di fatto totalmente estranee alle finalità della Onlus». Inoltre, in alcuni casi, le fatture portate a rendiconto «avevano a oggetto materialeelettorale direttamente riferibile a D’Amato o era riferibile ad iniziative politiche alle quali lo stesso ha preso parte». Il reale utilizzatore, insomma, era l’uomo di Zinga. In una informativa, di cui La Verità è entrata in possesso, è riportata una fattura del 2005 emessa dalla Elmograf 2000 Srl di Roma con un oggetto generico: la stampa di 3.000 manifesti a colori per una campagna elettorale. I documenti di trasporto, però, chiariscono il reale destinatario. Nella parte riguardante il cessionario è riportato: «Gruppo Pci Consiglio regionale Lazio, Via della Pisana 1.301 Roma». La dicitura era stata cancellata e sostituita con: «Associazione Italia Amazzonia Onlus». La descrizione dei beni trasportati inchioda l’assessore: «Manifesti 100×70 D’Amato». In passato indagò anche la Procura di Roma, aprendo un fascicolo per truffa, ma il processo iniziato nel 2011 si è chiuso con la prescrizione nel 2016. Con D’Amato finirono nei guai i suoi tre collaboratori: Barbara Concutelli, Egidio Schiavetti, e Simona Sinibaldi.

La Regione Lazio si costituì parte civile, ma alla fine non avviò alcuna azione per recuperare le somme. La Guardia di finanza, infatti, sottolinea: «L’azione recuperatoria dell’ente regionale danneggiato è autonoma e separata rispetto a quella demandata alla Procura contabile, sicché, essendo l’amministrazione perfettamente a conoscenza del pregiudizio patrimoniale subito, avrebbe dovuto intraprendere ogni iniziativa utile al riguardo, a tuttora omessa». Le bacchettate sono dirette a Zingaretti, che finora ha fatto l’indiano, e alla sua giunta: «Non è giammai intervenuta alcuna sentenza di proscioglimento nel merito con formula terminativa bensì una mera rinuncia di declaratoria di intervenuta prescrizione dei reati». Una condizione che non impedisce il recupero in sede civile delle somme. «Le indagini dell’Arma dei carabinieri, compendiate nella presente relazione conclusiva», evidenziano i finanzieri, «unitamente alla ricostruzione operata dai militari di questo Nucleo speciale, comprovano la sussistenza di condotte illecite poste in essere da D’Amato e dagli altri correi, finalizzate all’indebita percezione di fondi pubblici». Ma D’Amato è passato dalla poltrona da responsabile della cabina di regia della Sanità a quella da assessore. E ora la patata bollente torna nelle mani di Zinga.

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