- Nell’interrogatorio di garanzia, l’ex capo di Sicindustria arrestato per corruzione nega le accuse e parla di un complotto ordito ai suoi danni da mafia e massoneria. «I dossier sui politici non erano dossier. E comunque non sapevo che fossero a casa mia».
- Oggi, intanto, l’assemblea di Confindustria più difficile per il presidente Vincenzo Boccia. Industriali critici verso la linea pro M5s. E l’ad Franco Moscetti abbandona Il Sole 24 Ore.
Lo speciale contiene due articoli.
I «non so» del cavaliere Calogero Antonio Montante, detto Antonello, ex leader di Confindustria Sicilia e del movimento antimafia, sono in tutto 142 e caratterizzano la trascrizione del suo interrogatorio di garanzia davanti al gip del tribunale di Caltanissetta. Dopo l’arresto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, Montante ha cercato, a tratti anche funambolicamente, di dare una spiegazione alle contestazioni della Procura e ha ipotizzato un complottone alle sue spalle, organizzato da chi voleva vendicarsi con la complicità di massoni e di mafiosi. Perché il vessillo dell’antimafia Montante non l’ha ancora messo da parte: si dice convinto che chi ha innescato questo meccanismo vada ricercato non solo in Cosa nostra, contro la quale sostiene di lottare da una vita, ma anche in «qualche lobby molto più forte». E cioè «in un’organizzazione di mafia e massoneria». Ossia in quella gente «che abbiamo allontanato», dice Montante ai giudici, «perché abbiamo la Confindustria che è una lobby chiara e trasparente».
Poi ricorda a tutti che la sua abitazione era un porto di mare: «A casa mia venivano tutti», dice. Ovviamente precisa che gli avventori erano solo appartenenti alle istituzioni, «non gentaglia». E ribaltando l’accusa di aver collezionato dossier, sostiene di essere stato lui a fornire informazioni. Ecco il perché di quel via vai nella villa: «Venivano magistrati da soli, procuratori da soli, carabinieri da soli», dice Montante, «perché quando si arrestava, mi permetta, la Confindustria era un tesoro per tutti». Alla fine cerca di appuntarsi anche una medaglia sul petto: «Finiti i favoreggiamenti, che si concludeva l’indagine con le condanne, io ero il numero uno quando mi chiamava il procuratore generale».
È una storia al contrario quella che racconta Montante: quella che per la Procura è la stanza bunker in cui sono stati trovati i dossier, la chiama «la stanza della legalità», ed era, sostiene, «sempre aperta».
Quando lo incalzano sulle «strane coincidenze» di quei fascicoli trovati nelle stanze, lui li sminuisce definendoli «una raccolta di articoli di giornale». Poi prova ad attribuire ad altri la paternità di qui fascicoli, balbettando che si trovassero lì «a sua insaputa».
Nonostante fossero nella sua abitazione, nella quale smentisce di aver effettuato le bonifiche che, invece, emergono dagli atti dell’accusa. E anche se ammette di «non camminare su una nuvoletta» e di essersi accorto di «quell’antennino» che gli investigatori avevano piazzato all’altezza del bagno delle figlie. Sapeva quindi delle cimici. E per l’accusa questa è una contraddizione.
La foglia di fico è la sbandierata svolta legalitaria di Confindustria e con quella Montante spera di salvarsi: la collaborazione avviata dagli imprenditori con la magistratura «ha portato», sostiene l’ex leader antimafia, «più di 100 persone a denunciare per fare arrestare».
I magistrati a quel punto cercano di approfondire i rapporti con investigatori, vertici dei servizi segreti e politici dai quali, secondo l’accusa, raccoglieva informazioni per i suoi dossier. Ma lui nega: «Si tratta soltanto rapporti istituzionali legati all’impegno antimafia e al percorso di legalità avviato da Confindustria».
Le accuse dei suoi collaboratori un tempo più stretti, Marco Venturi e Alfonso Cicero, nella versione di Montante si trasformano in rappresaglie personali: «Mi denunciano perché non ho fatto fare il presidente regionale a Venturi e così Cicero non ha fatto il direttore di Confindustria Sicilia».
Il sostegno ai politici, invece, cerca di metterlo completamente da parte. E i magistrati, probabilmente per evitare la discovery degli elementi di cui sono in possesso, evitano di chiedergli informazioni sul presunto video di Rosario Crocetta. Evitano anche ogni riferimento all’altro video che compare negli atti: quello sull’ex pubblico ministero poi diventato assessore di Crocetta, Nicolò Marino.
Cicero, stando agli atti dell’inchiesta, aveva ricevuto una confidenza da Giuseppe Catanzaro (indagato anche lui in un secondo filone della stessa inchiesta, ieri si è autosospeso dalla carica di presidente di Confindustria Sicilia): «Montante deteneva un dossier e un video contenente immagini relative alla vita privata del dottor Marino e si stava adoperando per diffonderli mediaticamente al fine di delegittimarlo».
Una domanda sullo spionaggio messo in campo su Marino però gliela fanno, e riguarda le informazioni che, secondo l’accusa, Montante stava raccogliendo su una Ferrari che, stando alle intercettazioni (tutte con Giuseppe Catanzaro), l’assessore avrebbe usato in quel periodo. Perché Montante era così interessato a quell’auto, tanto da cercarne anche la targa? La risposta è: «Non me lo ricordo».
E tra i tanti vuoti di memoria ci sono quelli sulle relazioni politiche. Quando il gip glielo contesta, ammette il sostegno al sindaco Leoluca Orlando al quale, sostiene l’indagato, «avrebbe dato una volta soldi per finanziarlo», e al leader del M5s in Regione, Giancarlo Cancelleri, che, secondo Montante, gli chiese «un sostegno per un imprenditore che stava per fallire, ma per il quale non è stato possibile intervenire ipotizzando una vessazione della banca».
Cancelleri affida subito alle agenzie di stampa l’annuncio di una querela: «Dice il falso e per questo lo querelerò per diffamazione, anche se credo che questo sarà l’ultimo dei suoi problemi di fronte a quelli giudiziari che sta affrontando».
Fabio Amendolara
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