- Il pm Stefano Fava denuncia i suoi due superiori in Procura a Roma: avrebbero dovuto astenersi da inchieste su soggetti che avevano i rispettivi parenti come consulenti. E c’è mistero su alcuni arresti mai eseguiti.
- I legali dell’imprenditore sostengono che sia parte offesa per via dell’intercettazione su Consip attribuitagli per errore. La Corte dice no: sbaglio senza dolo e ininfluente.
C’è un delicato esposto depositato presso il Consiglio superiore della magistratura con cui il pm della Procura di Roma Stefano Fava accusa il suo ex procuratore Giuseppe Pignatone (in pensione dall’8 maggio) e il procuratore aggiunto Paolo Ielo di non essersi astenuti in un fascicolo riguardante il faccendiere Piero Amara, che ha patteggiato a luglio 3 anni per corruzione in atti giudiziari, per compravendita di sentenze. Un filone che si intreccia anche con le presunte tangenti pagate dall’Eni. Ma per quale motivo, secondo Fava, i suoi superiori avrebbero dovuto astenersi? Perché due loro congiunti avrebbero avuto rapporti economici proprio con Amara e con l’Eni. Ma non solo con loro. Stiamo parlando del tributarista Roberto Pignatone e dell’avvocato Domenico Ielo. Al centro dell’esposto c’è la riunione del 5 marzo 2019 a cui hanno partecipato Pignatone, gli aggiunti Michele Prestipino, Ielo, Rodolfo Sabelli e i pm Fava, Fabrizio Tucci e Mario Palazzi.
La riunione era stata convocata dopo che i rapporti tra Fava, Pignatone e Ielo erano arrivati ai minimi termini, a causa di alcune richieste di custodia cautelare che il pm aveva presentato ai suoi capi e che sarebbero state bocciate e inserite in un protocollo riservato.
In quell’incontro Pignatone avrebbe cercato di chiarire la sua posizione, sostenendo di aver già riferito ai colleghi nel 2016 che suo fratello aveva avuto rapporti di lavoro con Amara, ma anche con altri due «clienti» della Procura, l’imprenditore Ezio Bigotti, coinvolto nell’inchiesta Consip e nella vicenda Amara con la sua Sti, e Pietro Balistreri, titolare della Nico Spa, che pure compare nell’inchiesta sulle sentenze pilotata. Nella lista nera di Fava è finito pure Domenico Ielo. Lui e il suo studio avrebbero ricevuto consulenze da Eni e hanno in essere per il 2019 una consulenza da 251.000 euro per «l’assistenza legale per la gestione giudiziale e stragiudiziale» da Condotte Spa, al centro del procedimento «Grandi Appalti» della Procura di Roma, e che ha come commissario straordinario Giovanni Bruno, sulla cui sorella, il giudice amministrativo Brunella Bruno, sempre Ielo ha indagato, chiedendone, però, la condanna.
Fava, nella riunione del 5 marzo, avrebbe fatto obiezioni sulla ricostruzione di Pignatone. E con alcuni colleghi ha evidenziato che comunque i motivi di astensione non possono essere valutati dai colleghi, ma alla Procura generale. Dopo pochi giorni, il 18 marzo, al pm sarebbe stato tolto il fascicolo su Amara. L’indomani lo stesso Pignatone avrebbe scritto una lettera a Fava che faceva riferimento alla riunione del 5 marzo, una sorta di verbalizzazione dell’incontro, in cui metteva nero su bianco la sua versione. Il 21 marzo il sostituto procuratore ha replicato, ribadendo la sua posizione e le sue eccezioni. Ora tale corrispondenza è stata inviata al Csm che, a quanto ci risulta, ha aperto una pratica e ha già chiesto la trasmissione degli atti delle inchieste in cui, a giudizio di Fava, Ielo e Pignatone avrebbero dovuto astenersi.
I problemi sarebbero iniziati a dicembre, quando Fava ha presentato ai suoi superiori 28 richieste di misure cautelari nell’ambito del fascicolo in cui Amara aveva già patteggiato. In quell’istanza appariva in modo netto il coinvolgimento dell’Eni.
Di fronte ad essa Ielo avrebbe confidato al collega che lui si sarebbe astenuto in quanto suo fratello era consulente della compagnia petrolifera.
A questo punto il magistrato, come ha riferito ad alcuni colleghi, inizia a guardare con attenzione tutte le carte dell’inchiesta e trova il nome del consanguineo di Pignatone. Per esempio il 20 marzo 2012 gli avvocati Amara e Giuseppe Calafiore (entrambi arrestati nel 2018) nominano Roberto Pignatone, professore associato di diritto tributario all’università di Palermo, come consulente «per i profili fiscali», in un procedimento a Siracusa contro Sebastiana Bona, moglie dello stesso Amara.
Il 28 ottobre 2014 il professor Pignatone è inserito nella lista testimoniale della difesa dello stesso Amara, indagato a sua volta, affinché riferisca «nella qualità di consulente tecnico di parte, sulla relazione tecnica fiscale dallo stesso redatta». Il 13 gennaio 2016 il giudice siracusano Fabio Mangano ammette i testi, compreso il tributarista palermitano. Quindi nel periodo in cui stanno per iniziare le indagini che coinvolgeranno Amara, quest’ultimo ha come consulente difensivo il fratello del capo della Procura che chiederà il suo arresto.
Non è finita. Roberto Pignatone nel novembre 2014 ha ricevuto un pagamento di circa 6.344 euro dalla Sti di Bigotti e, nel luglio 2016, 5.344 euro dalla Nico spa di Pietro Balistreri. Anche nelle indagini sui due imprenditori, secondo Fava, Pignatone avrebbe dovuto astenersi.
I sospetti del pm crescono quando il 12 dicembre scorso si vede respingere le richieste cautelari per 17 capi d’imputazione, dalla bancarotta alla frode fiscale, che riguardavano anche appalti di Terna, Fs e del Comune di Roma. I rilievi dei superiori sarebbero stati soprattutto su un avvocato, dipendente della municipalizzata capitolina dell’acqua, l’Acea, e su un commercialista che fa da consulente della Napag di cui parleremo tra poco. Ai due viene contestata la corruzione e la turbativa d’asta, visto che il legale avrebbe fatto ottenere all’altro professionista una consulenza. I soggetti «graziati» sarebbero collegati ad Amara e al suo avvocato Salvino Mondello. Fatto sta che le richieste sarebbero state cestinate.
Il 29 gennaio Sabelli avrebbe convocato Fava su quelle richieste cautelari e gli avrebbe riferito che dell’inchiesta si occupava anche Ielo. Che secondo il pm avrebbe partecipato anche ad altre riunioni dopo aver annunciato la sua astensione.
Il 6 febbraio Fava torna alla carica con altre tre richieste di misure. E anche queste sarebbero state respinte. Nel mirino c’è Amara, che ha patteggiato, ma che secondo Fava ha reso dichiarazioni reticenti che hanno chiamato in causa quasi solo magistrati in pensione.
In questo filone Fava ha perquisito due volte la Napag (a fine luglio 2018 e a inizio febbraio 2019) contestando una presunta truffa ai danni di una società pubblica, la Simest. Durante questi accessi avrebbe trovato le prove di quello che sospettava: quella società calabrese sarebbe stata utilizzata per riciclare i soldi che l’Eni, secondo l’accusa, avrebbe inviato ad Amara (25 milioni di euro) il 27 aprile 2018, il giorno dopo l’interrogatorio che lo stesso avvocato aveva reso a Regina Coeli. Insomma, a giudizio del pm Fava, Amara avrebbe monetizzato le sue mezze ammissioni e i suoi silenzi.
Il pm aveva scoperto fortuitamente i flussi di denaro verso Amara, indagando su tal Francesco Mazzagatti e sulla sua Napag. Una società fondata a Gioia Tauro nel 2012, con un capitale iniziale di 10.000 euro, che oggi fattura decine di milioni nel settore dell’oil & gas. Di questa sarebbe «dominus» proprio Amara che l’avrebbe utilizzata come collettore per le presunte tangenti.
Il fascicolo è stato stralciato e inviato a Milano, dove, anziché arrestare Amara con l’accusa di autoriciclaggio, hanno effettuato la terza perquisizione della Napag. Ma questa volta la notizia è finita su tutti i giornali. Mentre Amara è a piede libero, con milioni di euro da parte. La prima commissione del Csm ha convocato Fava per la prima settimana di luglio.
Ieri Ielo non ha voluto commentare la vicenda, ma parlando con qualche stretto collaboratore ha confidato: «Su una cosa del genere si va al Csm e si va giù duro. Non accetto di farmi diffamare in nessun modo».
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