- Un documento del Comitato parlamentare per la sicurezza chiede, ispirandosi all’azione di contrasto alla pedofilia, una norma per multare o arrestare chi possiede foto e video che inneggiano alla guerra santa. «È fondamentale intervenire tempestivamente»
- Nelle carceri non bastano i mediatori culturali, serve personale altamente qualificato
Lo speciale contiene due articoli
A distanza di un mese dalla relazione del Copasir sui metodi di contrasto al fenomeno della radicalizzazione jihadista, il parlamento non si è ancora mosso per presentare una nuova proposta di legge. Fino adesso si è parlato solo di vecchie proposte, perché nessuno ha ancora recepito le indicazioni di palazzo San Macuto. Eppure il nostro comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti è stato molto chiaro alla fine di ottobre. Il fenomeno terroristico di matrice jihadista, soprattutto dopo il ritiro del contingente Nato in Afghanistan, continua ad essere una delle grandi sfide del mondo contemporaneo. C’è bisogno quindi di interventi immediati da parte della politica e del legislatore, per fornire alle forze dell’ordine strumenti per intervenire soprattutto sul Web e sui social network. Le indicazioni sarebbero arrivate proprio dopo le audizioni a palazzo San Macuto delle Forze dell’ordine. E quella più importante riguarderebbe l’articolo 600-quater del codice penale sulla detenzione di materiale pedopornografico. In pratica il Copasir chiede che il jihadismo sia messo allo stesso livello della pedopornografia. E che quindi solo possedere foto o video sul cellulare che inneggiano alla jihad islamica facciano scattare multe o arresti. Al momento, infatti, possedere materiale jihadista non comporta alcuna sanzione. Applicare l’articolo 600-quater ai fanatici della guerra santa, in pratica, bloccherebbe la diffusione del materiale, darebbe più forza investigativa alla polizia giudiziaria e soprattutto, chi fosse beccato con questo tipo di materiale rischierebbe fino a tre anni di carcere e una multa non inferiore a euro 1.549.
A testimoniarlo è l’ultima inchiesta della procura di Milano sul caso di Bleona Tafallari, la 19enne di origine kosovara, arrestata a metà novembre perché sostenitrice dell’Isis e affiliata al gruppo «Leoni dei balcani». Il campo d’azione dei potenziali terroristi erano canali criptati su internet come Telegram, in gruppi riservati specificatamente alle donne, come «Arma del mujaheddin», «La morale della donna musulmana», «La prima forma dell’islam stabilito durante il tempo di Ibrahim». Proprio in questi gruppi veniva esaltato lo stato islamico, venivano fatti inviti all’arruolamento tra le fila del Califfato o ancora fornite informazioni in tempo reale dei successi dei miliziani Isis in tutti i continenti. A questo si aggiungeva anche la diffusione di proclami e i discorsi dei personaggi maggiormente influenti del califfato tra cui, Abu Ibrahim Al Hasimi Al Qurayshi, attuale emiro dell’autoproclamato Stato islamico, succeduto ad Abu Bakr AI Baghdadi. Ma Bleona aveva nel suo telefono anche migliaia di file immagine e video, creati dalla agenzia di comunicazioni dello Stato islamico «AI Hayat Media Center». C’erano i simboli dell’Isis, scene di combattimenti in teatri militari di guerra, esecuzioni sommarie di infedeli mediante decapitazioni e incendi, scene di attacchi terroristici da parte di mujaheddin appartenenti allo Stato islamico nelle città europee dei quali venivano esaltate le gesta. Ma nel cellulare aveva anche documenti come «44 modi per sostenere il jihad», alcuni dei quali contenenti istruzioni per il confezionamento di ordigni artigianali.
«Il Comitato» si legge nella relazione del Copasir «segnala l’esigenza urgente e non più dilazionabile di un intervento legislativo che, anche tenuto conto delle varie iniziative richiamate in precedenza e in analogia a quanto accaduto in altri ordinamenti europei, doti il nostro Paese di una disciplina idonea a contrastare in modo più incisivo il crescente fenomeno della radicalizzazione di matrice jihadista, quale nuova frontiera della minaccia terroristica, come attestato dai dati statistici sopramenzionati e dalle risultanze dei lavori del Comitato». Per il Copasir, infatti, «è fondamentale intervenire tempestivamente sui soggetti radicalizzati, pur trattandosi di soggetti di diritto che non hanno (ancora) commesso un reato, ma che, in qualsiasi momento, possono decidere di partire per uno scenario di guerra o, peggio, attivarsi in loco». Secondo Enrico Borghi, membro del Copasir e responsabile delle politiche per la sicurezza del Partito democratico: «Noi abbiamo bisogno di introdurre nella nostra legislazione un’attività preventiva contro la radicalizzazione jihadista. Perché noi oggi interveniamo sugli effetti delle cause che sono i lupi solitari che commettono gli attentati ma dobbiamo intervenire a monte e non a valle degli effetti anche perché una delle cose che noi abbiamo sollevato nel nostro rapporto è che il carcere costituisce un serbatoio per la radicalizzazione di istanze e quindi bisogna lavorare in termini culturali e in termini preventivi». Laura Sabrina Martucci tra i massimi esperti di convertitismo e dei processi di radicalizzazione religiosa spiega: «Credo che l’esortazione del Copasir alla produzione di una nuova normativa sulla prevenzione della radicalizzazione avrà quanto prima esiti positivi ma avverto ancora troppa teoria e poca effettiva attività nell’ambito di quanto è già possibile realizzare in base alle normative esistenti».
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