Il sindacalista in odor di mafia faceva il paladino della legalità
Venenzio Maurici (Facebook)
Prima di questa inchiesta, le molte denunce sui legami di Venanzio Maurici con i clan venivano respinte con sdegno. Fu perfino tra i relatori di un convegno di Arci e Libera, a cui parteciparono esponenti Ds.

La Cgil ligure si dice «preoccupata» per quello «che sta emergendo dall’inchiesta» sugli intrecci mafioso-affaristici a Genova e ha sospeso Venanzio Maurici detto Ezio, sessantaquattrenne genovese, ma con radici siciliane, ed ex rappresentante degli edili della Fillea.

Infatti il gip Paola Faggioni lo ha sottoposto all’obbligo di firma essendo accusato di corruzione elettorale aggravata dall’articolo 416 bis del codice penale in quanto il reato sarebbe stato commesso al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa nostra, che a Genova risponde al clan Cammarata del mandamento di Riesi, il cui capo clan è stato il primo boss nominato direttamente da Totò Riina quando cominciò la prima guerra di mafia dopo l’omicidio di Giuseppe Di Cristina.

Ma per anni la Cgil ha difeso questo suo dirigente e oggi, nel sindacato, nessuno può dirsi sorpreso, visto che l’associazione antimafia La Casa della legalità da quasi vent’anni denuncia i rapporti di Venanzio con la famiglia di origine e in particolare con lo zio Giacomo Maurici, detto Labico, cugino primo del potente boss Pino Cammarata. Don Giacomo è morto nel 2018, poco prima che scattasse l’arresto nei suoi confronti nell’ambito di un’inchiesta di mafia della Procura di Caltanissetta. Un parente con cui Ezio ha condiviso pranzi e cene di famiglia, durante i quali sfoggiava perfino lo stesso look del capobastone, e che ha commemorato lo zio con cordoglio esibito al momento della dipartita. Eppure, di fronte alle accuse dure e circostanziate, il sindacato si era schierato in sua difesa. Anche con comunicati ufficiali. Nel 2008 l’inchiesta Pandora su mafia e appalti aveva coinvolto un’azienda della famiglia calabrese dei Mamone «ritenuta vicina alla potente cosca di ndrangheta RasoGullaceAlbanese di Cittanova (Reggio Calabria)». Maurici era subito sceso in campo chiedendo di «non criminalizzare l’azienda in base a fonti poco credibili». L’incauta presa di posizione aveva attirato l’attenzione dei cronisti, che avevano gettato ombre sull’operato del sindacalista. In suo favore era subito intervenuto il segretario generale della Fillea Cgil nazionale Franco Martini, che aveva accusato un quotidiano nazionale di pubblicare notizie «assolutamente infondate» sul segretario regionale della Fillea Liguria e minacciato querele. La nota si concludeva così: «La segreteria nazionale della Fillea rinnova al compagno Venanzio Maurici la solidarietà di tutta la categoria ed il sostegno in tutte le iniziative che si renderanno necessarie per tutelare la dignità personale e dell’intera organizzazione». Forse il «compagno» era troppo utile per la sua attività di raccolta di consensi e iscrizioni all’interno della numerosa comunità di riesini trapiantati a Genova per essere messo in discussione. Eppure bastava fare una passeggiata nel quartiere genovese di Certosa, detto la «Piccola Riesi» per il gran numero di residenti originari della Sicilia, per rendersi conto che non aveva in alcun modo tagliato i ponti con l’ingombrante famiglia, a partire da quelli con il cugino Franco, figlio di Giacomo, condannato per un terribile omicidio commesso a mani nude e per questo recluso in carcere per oltre un ventennio. Per il pentito Carmelo Arlotta, sicario di mafia (che, prima di collaborare con la giustizia, apparteneva proprio al clan Cammarata), sarebbe proprio Franco il nuovo capo del mandamento di Genova al posto del padre. «Un altro esponente di vertice era Venanzio Maurici» ha dichiarato Arlotta, le cui dichiarazioni sono state compendiate dagli investigatori nell’incipit di una delle informative. «Faceva il sindacalista, pur avendo un ruolo non si esponeva. So che andava nei ristoranti e, poiché conosciuto, non pagava». Venanzio è anche cognato di un pezzo da novanta dei Cammarata, Franco, avendo questi sposato la sorella della moglie. I due nel 2018 erano finiti insieme in un’inchiesta dei carabinieri del Ros per un’estorsione aggravata dalla finalità mafiosa a Caltanissetta. In realtà per Ezio c’è anche un altro piccolo precedente: nel 1978 era stato arrestato per resistenza, oltraggio e violenza a pubblico ufficiale. Con lo zio boss ha fondato l’associazione Amici di Riesi, che avrebbe avuto sede, secondo i pm, nello storico «circolo Arci Concordia». Per la Procura di Genova, Venanzio, nel suo territorio, in occasione delle consultazioni elettorali per il rinnovo del Consiglio regionale ligure nel 2020, per dare il proprio voto alla lista Cambiamo con Toti presidente, avrebbe accettato la promessa di un posto di lavoro in favore del convivente della figlia. Come lui si sarebbero comportati un’altra decina di compaesani.

Ma non ci sono solo i totiani e la Cgil a trovarsi in una situazione d’imbarazzo per quelle preferenze maleodoranti. Per i vertici dell’associazione Libera di don Luigi Ciotti la misura cautelare deve essere stata un brutto colpo, visto che da segretario della Fillea, nel 2005 Maurici, nella tappa genovese della Carovana antimafia di Arci e Libera, era uno dei relatori della conferenza sulle irregolarità nei cantieri edili. Al tavolo con lui erano stati annunciati gli assessori di Comune e Provincia, entrambi dei Ds, Mario Margini e Pietro Fossati, il presidente di Avviso pubblico (associazione nata dalla sinergia di Libera con gli enti locali) Andrea Campinoti, il presidente provinciale dell’Arci Gabriele Taddeo e Marcello Basilico dell’Associazione nazionale magistrati, eletto nel 2022 consigliere del Csm come indipendente nelle liste della corrente progressista di Area. Oggi Maurici viene definito dal gip «il referente genovese del clan Cammarata del mandamento di Riesi», ma, come detto, il suo coinvolgimento non può essere considerato un fulmine a ciel sereno, né i voti in blocco della comunità riesina una sorpresa, viste le denunce di voto di scambio portate avanti negli anni da parte della Casa della legalità (cacciata dal circuito di Libera, a cui era affiliata) e anche di esponenti politici, come Walter Rapetti ed Enrico D’Agostino, che proprio per l’accoglienza data dal Psi agli esponenti riesini come Umberto Lo Grasso (ora indagato per corruzione elettorale) o i Maurici aveva lasciato la politica. Ma forse l’emergenza è stata sottovalutata perché all’epoca i presunti mafiosi votavano in massa il centrosinistra. In rete si trova ancora un articolo della Casa della legalità nel quale viene ricordato che «Venanzio Maurici, legatissimo al capobastone della famiglia Maurici (Giacomo) ci ha sempre attaccato frontalmente per le attività promosse e ha sempre invitato Libera a scaricarci, seguendo l’esempio dell’Arci». Mentre in un altro pezzo rintracciabile sul web e firmato dal giornalista Bruno Lugaro, si sostiene che Libera sarebbe stata «cucinata, mangiata e digerita» nel corso «di una riunione genovese nella sede dell’Arci». Al banchetto avrebbe partecipato «un esponente di spicco della Cgil». Non è difficile immaginare di chi si tratti.

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