2020-01-24
Damiano Tommasi (Ansa)
Caro Damiano Tommasi, caro sindaco di Verona, le scrivo questa cartolina sulle ali dell’entusiasmo: ho letto infatti che d’ora in avanti nel suo Comune per avere un passo carraio bisognerà dichiararsi antifascista, compilando apposito modulo prestampato.
Altrimenti niente permesso. Era ora che qualcuno ci pensasse: fermiamo la pericolosa deriva autoritaria. Non si transita dal portone del condominio senza esibire tessera Anpi, non si esce dal garage senza cantare Bella Ciao. Stamattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor del marciapiede. Viva la Liberazione. Del passo carraio.
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
L’esperto Alberto Chierici: «Internet avrà sempre più contenuti pensati e scritti per essere letti e consultati dai robot».
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
Continua a leggereRiduci
Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
Il Canada rafforza ulteriormente i legami con la Cina. Una mossa, con cui il governo di Ottawa punta a ostacolare il rilancio della Dottrina Monroe, promosso dalla Casa Bianca.
Venerdì, il ministro degli Esteri canadese, Anita Anand, ha avuto un incontro con l’omologo cinese, Wang Yi. «Il Canada è concentrato sulla crescita della propria economia e sulla diversificazione delle relazioni commerciali», ha affermato la Anand durante il faccia a faccia.
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro il politologo Randall L. Schweller. Sullo sfondo un'immagine dell'ultimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Il politologo Randall L. Schweller: «È pericolosa la tendenza americana a inquadrare la competizione con Pechino in termini ideologici. Ma grazie alle armi nucleari non ci sarà una grande guerra. Putin? Non è un vera minaccia per l’Ue».
L’America e la Cina si spartiranno il mondo? La guerra tra l’egemone e il suo rivale è davvero inevitabile? Sono domande a cui cerca di rispondere il saggio di Randall L. Schweller, professore alla Ohio State University, esponente del realismo politico.
Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, adotta una concezione ciclica della storia delle relazioni internazionali: da una grande guerra emerge una potenza predominante; poi, uno «sfidante» mette in questione lo status quo (è la fase del «dissenso», in cui ci troveremmo ora); dopodiché, esso viola apertamente le regole dell’ordine globale; e allora scoppia una nuova guerra per l’egemonia. Secondo Schweller, però, adesso il ciclo si è inceppato.
Perché, professore?
«Perché non ci sarà un’altra guerra per l’egemonia: gli armamenti moderni sono diventati troppo distruttivi e la pace troppo conveniente, nel senso che a conquistare ampi territori c’è poco da guadagnare e molto da perdere. La forza che restaura l’ordine politico - la guerra per l’egemonia - non è più utilizzabile».
Dovremmo rammaricarcene?
«Dovremmo sperare che la guerra per l’egemonia non ricompaia mai più».
E allora?
«Il fatto è che essa produce anche effetti positivi sulla politica internazionale. Svolge tre funzioni necessarie: fa tabula rasa delle istituzioni globali; concentra il potere nelle mani di un’unica grande potenza; e mostra in maniera chiara chi comanda e chi no. Così, consente a un nuovo egemone di ricostituire il sistema che è collassato, creando un ordine globale legittimo a sua immagine».
Parlava di armi distruttive.
«Le armi nucleari hanno reso impensabile la guerra tra grandi potenze. Qualunque leader comprende che nessuno potrebbe vincere un conflitto nucleare. Perciò sono convinto che il ciclo della guerra egemonica sia concluso».
Se non ci sarà un’altra grande guerra, cosa accadrà?
«La domanda essenziale per la stabilità globale nei prossimi decenni riguarda la natura della rivalità sinoamericana e il modo in cui i due poli, specie gli Usa, sceglieranno di gestirla».
Ci spieghi.
«Gli Stati Uniti dovrebbero concedere una sfera d’influenza alla Cina nel Pacifico occidentale? Dovrebbero contenere la Cina come fecero con l’Unione sovietica, per limitare la sua capacità geopolitica? O dovrebbero tirarsi indietro e permettere che si formi un equilibrio di potenza regionale?».
Qual è la risposta?
«Una combinazione delle tre. I sistemi bipolari sono estremamente stabili e poco esposti allo scoppio di grandi guerre. A differenza che nella multipolarità, in cui i pericoli sono diffusi, le responsabilità poco chiare e le definizioni degli interessi vitali facilmente oscurabili, le superpotenze, in un mondo bipolare, possono delineare strategie per promuovere i loro interessi e fare i conti con il loro principale avversario, con minore necessità di soddisfare i loro alleati».
Valeva per Usa e Urss e varrà per Usa e Cina?
«La geografia rafforza l’idea che la bipolarità Usa-Cina sarà più rilassata di quella Usa-Urss».
Come mai?
«La Cina è accerchiata da potenze regionali: Giappone, Corea del Sud, Russia, Australia, India; gli Usa e i loro alleati non hanno bisogno di fissare una linea dove fermare l’aggressione cinese nella regione dell’Asia Pacifica».
Quindi?
«Washington e Pechino possono gestire la competizione strategica con relativa facilità. La Cina e gli Usa sono più rivali geopolitici che avversari totali. Entrambi hanno più da guadagnare dal mantenimento di profondi legami economici che dalla loro recisione. La Via della seta e il Made in China 2025 (il piano strategico per sviluppare la manifattura cinese, ndr) possono generare ansia da competizione, specie all’interno di vari centri di potere a Washington, Detroit e nella Silicon Valley; ma essi non pongono alcuna minaccia esistenziale agli Stati Uniti. Non esiste risposta militare a una grande strategia non violenta, costruita sull’espansione del commercio e della navigazione. La coesistenza è l’unica opzione sensata».
L’egemonia, scrive lei, comporta responsabilità e obblighi globali. La Cina è disposta a sobbarcarseli?
«Durante la prima decade del nuovo millennio, gli Usa lamentavano che la Cina volesse i privilegi del potere ma non le responsabilità che i player mondiali sono tenuti ad assumersi. A molti osservatori occidentali, la Cina sembrava una scansafatiche che andava costretta a intraprendere azioni adeguate in caso di crisi globali. Poi, è arrivata la grande recessione del 2007-2008».
E cosa è successo?
«La risposta fiscale e monetaria di Pechino ne ha mitigato gli effetti e ha promosso una ripresa economica più rapida negli anni seguenti. Ben lontana dall’essere una potenza rivoluzionaria, la Cina ha agito da “portatore d’interessi responsabile”, termine coniato dal vicesegretario di Stato Robert Zoellick nel 2005, pompando liquidità nel sistema finanziario globale. In più, nonostante il suo potere finanziario e monetario, la Cina continua ad astenersi dall’offrire un’alternativa al Washington consensus; anzi, respinge qualunque idea di “Consenso pechinese”. Al di là dei suoi interessi fondamentali - difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, compresi Tibet e Taiwan, e assicurarsi l’accesso a energia e risorse naturali in altre parti del mondo, specie in Africa e America Latina - il governo cinese ha giocato solo un ruolo limitato e sporadico nella maggior parte delle aree di governance globale. E ciò non dovrebbe sorprenderci».
Perché?
«Gli Usa si assunsero responsabilità globali solo molti anni dopo esser diventati lo Stato più potente sulla Terra, quando producevano quasi la metà dell’output economico mondiale. Una posizione che la Cina non si avvicina neppure a raggiungere a questo grado del suo sviluppo. Perché, dunque, Washington dovrebbe aspettarsi che la Cina, la cui quota di economia mondiale è all’incirca il 15% e il cui Pil pro capite è il settantatreesimo al mondo, renda contributi sostanziali alla governance globale?».
I contrasti ideologici sono un pericolo per la pace?
«Certamente. Lo abbiamo già visto durante la Guerra fredda. Il pericolo deriva più dalla tendenza liberale americana a dipingere ogni minaccia come ideologica, che dall’aumento di potenza della Cina. Le minacce ideologiche si prestano a una retorica da somma zero: o i nostri valori trionfano, o lo faranno i loro; la tolleranza della diversità globale semplicemente non è contemplata. Nella psiche americana, le sfide manichee tra le forze del bene e quelle del male risuonano molto più intensamente rispetto alla pura e semplice politica di potenza. I decisori politici americani sanno di dover inquadrare la competizione in termini ideologici. Oggi, un consenso - forse l’unico - tra democratici e repubblicani rappresenta la Cina come una minaccia esistenziale allo stile di vita americano, che trama per minarne i valori e le istituzioni democratiche, per rimpiazzarli con quelli cinesi. Le voci dei guerrieri “freddi” dei nostri giorni esortano gli Usa a mettersi alla guida di una coalizione di Paesi liberaldemocratici, dall’Europa all’Asia, per tenere sotto controllo le pratiche economiche predatorie di Pechino, opporsi ai suoi tentativi di sbarrare l’accesso a porzioni dei beni comuni globali, scoraggiare aggressioni da parte della Cina e mantenere la pace».
È sbagliato?
«È la più disastrosa strategia di primato globale americano. Nella migliore delle ipotesi, affidarsi a una caricatura rischia di generare riflessi condizionati allarmistici e reazioni eccessive. Nella peggiore, dipingere la Cina come una minaccia esistenziale potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera».
L’Europa com’è messa?
«Gli Usa scaricheranno molti dei loro oneri in aree remote, costringendo gli alleati ad abbandonare la loro eccessiva fiducia nella potenza americana e lasciando che si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa e la stabilità. Quando ciò accadrà, si formeranno bilanciamenti di potere regionali».
Ad esempio?
«L’Unione europea può facilmente controbilanciare la Russia. Dal 1989 al 2020, il Pil della Russia non ha mai superato il 15% di quello dell’Ue; nel frattempo, la sua popolazione è diminuita dal 35,2 al 32,2% di quella dell’Ue. L’Asia orientale costituisce una sfida più difficile e, tuttavia, è uno scenario relativamente poco complicato per la stabilità. La potenza della Cina può essere controbilanciata dal Giappone e dalla Corea del Sud insieme al Vietnam, all’Indonesia e all’Australia».
L’Europa sopravvaluta la minaccia russa?
«Non credo che la Russia ponga una minaccia esistenziale all’Europa. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Hitler era uno spericolato giocatore d’azzardo che lanciò una guerra genocida senza precedenti nella storia. Si descriveva come un politico che avrebbe condotto la Germania alla conquista di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio. Queste aree sarebbero state germanizzate tramite coloni che avrebbero tirato su famiglie numerose, per rimpiazzare i morti nelle guerre di conquista e fornire soldati per le guerre future. Tale processo sarebbe terminato solo quando i tedeschi avessero ereditato il pianeta intero. Vi sembra simile a Putin?».
A parecchi, sì.
«Putin è un piantagrane che disprezza l’Occidente. Tuttavia, in termini di potenza nazionale e influenza globale, la Russia non appartiene alla stessa categoria di Cina, Usa o Ue. La Russia è una potenza di second’ordine, in declino, con una popolazione in diminuzione e in invecchiamento, piena di corruzione e quasi del tutto dipendente dai ricavi petroliferi. L’Italia, il Canada e il Brasile hanno economie più ampie di quella russa. La cattiva gestione della guerra in Ucraina da parte del Cremlino non è sinonimo di grande potenza; semmai, di un governo irresponsabile di uno Stato debole».
Continua a leggereRiduci







