Dopo essere stato tenuto per un mese e mezzo in freezer, il Pd sta per essere scongelato e servito sulla tavola degli italiani come contorno di un succulento piatto a base di 5 stelle: una ricetta che è difficile definire da chef stellato. Scartate a una a una tutte le altre ipotesi, come ad esempio il governo fra grillini e leghisti (per indisponibilità di questi ultimi), ma anche il governo fra grillini e centrodestra (per indisponibilità dei primi), e cestinata ogni altra formula, tipo governo del presidente o di traghettamento, dunque si torna al punto di partenza, ovvero alla possibilità di far nascere un esecutivo di cui facciano parte sia i pentastellati che i renziani. I segnali di una possibile inversione di tendenza che ponga fine all’Aventino annunciato dopo la sconfitta del 4 marzo sono più d’uno. Tanto per cominciare la richiesta di rinvio dell’assemblea del partito. Convocata per il 21, cioè proprio a ridosso delle elezioni in Molise, la riunione avrebbe dovuto dare corso alle procedure per l’elezione del nuovo segretario, decidendo chi avrebbe dovuto gestire il Nazareno fino a ottobre. Invece, mentre i capi delle diverse correnti democratiche erano già pronti per le grandi manovre e anche per le grandi faide, ecco spuntare la mossa del rinvio.
Niente congresso, niente primarie. Ufficialmente la motivazione dello stop è dovuta alla volontà di non avviare il percorso per la sostituzione di Matteo Renzi mentre vanno avanti le consultazioni per il nuovo governo. In realtà la decisione serve a impedire qualsiasi discussione sulla disfatta elettorale che ha portato il Pd al 18 per cento. Fermare il dibattito, e di conseguenza la messa in stato d’accusa dell’ex segretario e dei suoi fedelissimi, può favorire la marcia indietro del partito, che dopo aver imboccato la strada dell’opposizione all’improvviso potrebbe invertire il senso di marcia e scegliere l’autovia che porta in maggioranza.
I tempi sarebbero quasi maturi, fanno osservare dalle parti del Nazareno. Prima Maurizio Martina, segretario autoreggente tenuto al guinzaglio da Renzi, annuncia di essere pronto a incontrare colui che riceverà l’incarico dal presidente della Repubblica. Poi un fedelissimo dell’ex segretario, ossia il toscanissimo capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, che parla di «responsabilità e buon senso» da mostrare in caso di fallimento di Lega e 5 stelle. Quindi lo stesso senatore semplice di Scandicci che, nonostante il silenzio stampa autoimposto, lascia filtrare sulle pagine di Repubblica che entro un paio di settimane potrebbe essere ora di entrare in gioco, buttando lì la frase su «una scelta cui sarebbe difficile sottrarsi».
La verità è che senza un’intesa con i 5 stelle, per il Pd ai primi di giugno sarebbe in arrivo un’altra batosta e questa potrebbe essere quella mortale. Fra 45 giorni esatti si vota in decine di capoluoghi di provincia. In totale saranno 7 milioni gli italiani che dovranno scegliere da chi essere amministrati e, come è noto, le sorti di questo voto sono quasi sempre decise dai ballottaggi. Quindi, sostengono nell’entourage del Giglio magico, se siamo all’opposizione, cioè fuori dai giochi, non c’è da aspettarci alcun aiuto, dunque tutte quelle città sono perse, perché i 5 stelle non ci daranno i loro voti. «Ma nel caso facessimo parte della maggioranza che sostiene un governo a guida grillina», riflettono gli uomini dell’ex segretario, «tutto sarebbe più facile».
Del resto, che lo scenario sia quello appena descritto lo dimostrano le parole di un vecchio habitué del Giglio magico. Intervistato da Lucia Annunziata per la trasmissione di Rai 3 Mezz’ora in più, Denis Verdini si è detto convinto che «il Pd difficilmente possa sfuggire al richiamo del presidente della Repubblica». E tanto per far capire l’aria che tira non ha escluso che il capo dello Stato possa affidare un mandato esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico. La scelta della terza carica dello Stato è certamente corretta dal punto di vista istituzionale, ma è anche furba. Fico rappresenta l’ala sinistra del Movimento 5 stelle e dunque è il più indicato per convincere il Pd, il quale, per quanto lo riguarda, otterrebbe il passo indietro di Luigi Di Maio e dunque potrebbe pur sempre vantarsi di aver dettato una condizione condizione.
Insomma, il capitan Findus di Partito democratico congelato, al secolo Matteo Renzi, potrebbe tornare a solcare i mari della politica. Un surgelato scaduto da tempo che verrebbe rimesso sulla tavola degli italiani dagli chef stellati. Buona digestione.
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