Il Papa: «Troppe lobby scavalcano i popoli»
Davanti al corpo diplomatico, Francesco indica tra le difficoltà internazionali l’influenza di gruppi di potere che impongono vere «colonizzazioni ideologiche». Giusto, ma sull’immigrazione la sua posizione non sembra scostarsi molto da quella di quei gruppi.

Davanti al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Papa ha tenuto il consueto discorso di inizio anno. Francesco ha detto che «la Santa Sede non intende ingerire nella vita degli Stati», ma ha snocciolato una serie di considerazioni che nel complesso hanno chiara rilevanza politica.

Bergoglio ha ricordato che nel momento attuale «i rapporti in seno alla comunità internazionale, e il sistema multilaterale nel suo complesso», stanno «attraversando momenti di difficoltà, con il riemergere di tendenze nazionalistiche». Queste difficoltà avrebbero diverse cause: in parte, ha detto Francesco, «una certa incapacità del sistema multilaterale di offrire soluzioni efficaci »; in parte «è il risultato dell’evoluzione delle politiche nazionali, sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario»; in parte «è pure l’esito dell’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli». Dunque, ha concluso Francesco, la crisi del sistema multilaterale dipende da una «globalizzazione sviluppatasi per certi versi troppo rapidamente e disordinatamente, così che tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione».

Per rispondere a questa crisi Francesco offre una riflessione sulle finalità della diplomazia multilaterale. Cita lo storico intervento di Paolo VI alle Nazioni Unite del 1965, e il primo punto riguarda il «primato della giustizia e del diritto», per cui il buon politico dovrebbe saper coniugare «le voci dei propri popoli» con il rispetto del diritto «tanto all’interno delle comunità nazionali che in seno a quella internazionale». Il secondo elemento, quello della «difesa dei deboli», permette al Papa di parlare della situazione di persecuzione dei cristiani in alcuni scenari come quello del Medio Oriente e della Siria in particolare. «È oltremodo importante», ha detto Francesco, «che i cristiani abbiano un posto nel futuro della Regione».

Tra i deboli da difendere, oltre ai profughi, non potevano mancare i migranti. La soluzione, dice Francesco, necessita «una risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati». In questo senso viene ricordato il Global compact, il patto internazionale sui rifugiati e sulle migrazioni che ha sollevato controversie e che, ad esempio, il governo italiano non ha fin qui firmato. Viene da chiedersi allora come mai Francesco individui tra le cause delle attuali difficoltà internazionali l’influenza di gruppi di potere che impongono vere e proprie «colonizzazioni ideologiche» e, nello stesso tempo, il Vaticano finisca per appiattirsi su soluzioni che sembrano essere influenzate da lobby ideologiche che impongono allo stesso modo le proprie visioni nella gestione per esempio del fenomeno migrazioni.

Fra i deboli da difendere anche i «fanciulli», e in questo caso il Papa ripete il mea culpa sul tema degli abusi del clero: «L’incontro che avrò con gli episcopati di tutto il mondo nel prossimo febbraio intende essere un ulteriore passo nel cammino della Chiesa per fare piena luce sui fatti e lenire le ferite causate da tali delitti». Il Papa ha ricordato come un successo anche il discusso accordo firmato tra Cina e Vaticano per la nomina dei vescovi. Tuttavia, ha auspicato «che il prosieguo dei contatti sull’applicazione dell’accordo provvisorio siglato contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa». Un modo per dire che i problemi, come sottolineato da diversi osservatori, restano ancora molti.

Al termine del lungo discorso una doppia sottolineatura che suona come una tirata d’orecchie politica. La prima è rivolta ai Paesi dell’Est. Con la caduta del Muro, questi Paesi «ritrovarono la libertà dopo decenni di oppressione e molti di essi iniziarono a incamminarsi lungo la strada che li avrebbe portati ad aderire all’Unione europea», ora, invece, che «prevalgono nuove spinte centrifughe […] Non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici – primo fra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra». La seconda sottolineatura dal retrogusto politico arriva, invece, come un auspicio per il popolo italiano. Il giorno dopo l’Angelus in cui richiamava alla necessità di accogliere i migranti sulle navi della Ong, il Papa ieri ha pregato per l’Italia «affinché, nella fedeltà alle proprie tradizioni, mantenga vivo quello spirito di fraterna solidarietà che lo ha lungamente contraddistinto».

Un discorso che nel complesso cerca di tenere in equilibrio le polarità che attraversano la vita politica di questi tempi. Lo si comprende soprattutto quando il Papa parla della tensione tra «globalizzazione» e «localizzazione», una questione che aveva già delineato nel suo documento di inizio pontificato, l’esortazione Evangelii gaudium. Se la «globalizzazione» è il tutto, la «localizzazione» è la parte, e le due devono essere armonizzate, tuttavia, ha ripetuto ancora ieri Francesco, il principio guida è che «il tutto è superiore alla parte». Un principio che così formulato riserva chiaramente un primato al tutto sulla parte, ma se la «globalizzazione» avesse un primato sulla «localizzazione» allora il rischio che «le voci dei popoli» vengano annullate dentro qualche «colonizzazione ideologica» è ancora più forte.

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