I parlamentari indossano l’elmetto. La fronda M5s prepara il Vietnam
Sergio Mattarella e Marta Cartabia (Ansa)
Nei gruppi resa dei conti tra chi accetta l’accordo sulla prescrizione e chi no. L’ex sottosegretario Vittorio Ferraresi: «Combatteremo in commissione». Ma la riforma Cartabia è attesa al varco in Aula anche dai critici di Fi e Iv.

Durante Djokovic-Berrettini e prima di Inghilterra-Italia. Sarà nel pomeriggio rovente di oggi, nell’aula bunker virtuale di Zoom, il primo momento in cui si inizierà a capire se la faida in corso nel M5s ha qualche chance di giungere a una composizione minimamente civile e razionale o se invece è destinata a un’esplosione disperata e definitiva, psichedelica e autodistruttiva, tipo il finale di Zabriskie point. Lì, nel film di Michelangelo Antonioni, saltavano in aria, insieme a una villa nel deserto, parti di elettrodomestici, brandelli di vestiti, librerie. Stavolta, senza alcuna pretesa di palingenesi liberatoria, potrebbero finire in mille pezzi 162 deputati, 75 senatori, 4 ministri, 11 sottosegretari, nonché un intero Movimento già sull’orlo di una crisi di nervi, tirato di qua e di là dal vecchio giostraio Beppe Grillo e dal nuovo aspirante dominus Giuseppe Conte. Nel mezzo, la delegazione governativa, accusata dai duri e puri di aver ceduto sulla prescrizione, disattendendo proprio le indicazioni dei gruppi parlamentari: peccato che però il capodelegazione dei governativi sia un contiano di ferro come Stefano Patuanelli, il che rende le linee di frattura ancora più frastagliate, incerte, contraddittorie.

È in questo clima che inizierà il suo cammino parlamentare la riforma della giustizia penale licenziata un paio di giorni fa dal Cdm. Sentita dal Corriere, Marta Cartabia, ministro della Giustizia, sembra guardare le cose con surreale distacco, come un’elegante turista nel mezzo di una folla di selvaggi inferociti: «Il fatto che il Cdm abbia approvato il progetto all’unanimità è stato un traguardo importante. La giustizia è da anni il tema più divisivo in Italia, e le forze politiche dell’attuale maggioranza hanno sensibilità opposte e molto infiammate: che si sia riusciti ad approdare a un testo condiviso e comunque incisivo rende il traguardo ancora più significativo». E del medesimo tenore sono i retroscena che attribuiscono alla stessa Cartabia e a Mario Draghi in persona frasi come «mi aspetto lealtà» e «in Parlamento non si deve procedere in ordine sparso».

Ma è bene che gli amanti delle atmosfere soft elaborino presto il lutto: sarà un Vietnam. E i primi indiziati a creare un clima da guerriglia sono proprio i pentastellati. Intervistato da Repubblica.it, lo ha annunciato un ex sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, già sulle barricate: «Dai colloqui con i miei colleghi della commissione Giustizia vedo determinazione a combattere per superare un testo come questo sulla prescrizione». Non lo placa nemmeno il fatto che per la corruzione il percorso processuale resti più lungo: «Questo è solo un pannicello caldo del tutto insufficiente. I reati di corruzione dopo i nostri ed altri interventi hanno tempi di prescrizione alti, ma con la riforma Cartabia, che dà un tempo limitato al processo, potremmo avere un risultato peggiore addirittura rispetto alla riforma Orlando». Anche la deputata Giulia Sarti annuncia che voterà no in Aula: «È il momento di uscire da questo governo».

Non è difficile immaginare che il tema si presti a spaccare i grillini come una mela: da una parte quelli che vogliono far continuare l’attuale esperienza di governo, allineati con Grillo e con Luigi Di Maio; dall’altra il gruppo contiano (più forte al Senato che alla Camera, pompato mediaticamente dal lavorio casaliniano, e sostenuto da fuori dal Fatto quotidiano) che proprio su un tema identitario come la giustizia potrebbe trovare la spinta per la scissione.

Vecchi lupi di Transatlantico già ipotizzano un clamoroso spariglio da parte del governo, che potrebbe costringere il M5s a sciogliere il nodo nel modo più dirompente: mettere la fiducia sul pacchetto Cartabia, esponendo così la componente contiana ad allinearsi definitivamente oppure a strappare una volta per tutte, con relativa conta di quanti grillini – da quel momento – smetterebbero di sostenere Draghi. E a quel punto, altro che trattativa sullo statuto tra Grillo e Conte, altro che tregua armata: il divorzio sarebbe nelle cose.

Attenzione, però. Non sono solo i giustizialisti a minacciare modifiche parlamentari. Con argomenti uguali e contrari, sono i garantisti, sul versante opposto, a chiedere cambiamenti. Lo avevano preannunciato esponenti di Fi e ieri si è accodato anche Matteo Renzi: «Tutte le mediazioni che fa il governo, non è che cancellino il Parlamento».

Del resto, è francamente poco giustificabile che reati puniti con pene simili abbiano percorsi processuali significativamente più lunghi o più corti (a seconda che siano o no reati contro la Pubblica amministrazione). La contraddizione è evidenziata dal presidente dell’Unione Camere Penali Giandomenico Caiazza: «Il reato commesso da un vigile urbano che si è fatto dare 1000 euro per mettere i tavolini fuori è considerato di grave allarme sociale, mentre la bancarotta miliardaria no».

E siamo solo all’inizio. Dopo la prescrizione, è in arrivo la riforma del Csm, su cui la Cartabia dice: «L’organo non potrà essere rinnovato con queste regole». Dovrà spiegarlo ai guerriglieri asserragliati tra Camera e Senato.

Da non perdere