Bisogna tagliare le tasse. Ma all’Ue non va
Il Recovery plan ignora il problema fiscale, mentre servono incentivi all’economia reale.

La ricchezza di un Paese la fanno i quattrini dei privati, quelli dell’economia di mercato, cioè le imprese e le famiglie. Ma le famiglie in questo dipendono dalle imprese che creano posti di lavoro e producono merci e servizi. E per lo Stato la storia non cambia: o prende i soldi a debito o li prende dalle tasse delle famiglie e delle imprese. Da questo circolo non si scappa. Ci provò l’Unione Sovietica ma con scarsi risultati.

C’è da giurarci che se proponete questo ragionamento a qualsiasi politico o burocrate europeo non potrà che darvi ragione. Quindi uno sarebbe indotto a pensare che, se ti danno ragione, agiranno di conseguenza nell’elaborare quella specie di giungla fatta dalle normative, dalle direttive e dai regolamenti europei. Ma così non è. Se tu vuoi creare la ricchezza devi favorire la nascita di nuove imprese, un ambiente loro favorevole che ne consenta lo sviluppo. Così incentiverai e promuoverai la generazione del reddito e quindi anche delle risorse a disposizione dello Stato.

Ogni anno, dal 2003, la World bank (Banca mondiale) in collaborazione con l’International finance corporation, pubblica un rapporto – Doing Business («Fare affari») – che ormai comprende 190 Paesi di tutto il mondo, dunque la quasi totalità, e nel quale la filosofia ormai consolidata è molto semplice: un’azienda per cogliere al volo le occasioni di sviluppo del business, soprattutto nel mondo globalizzato, ed esprimere al massimo le sue potenzialità, deve poter contare su un ambiente favorevole. I parametri con i quali vengono analizzati le singole situazioni vanno a determinare l’indice di facilità di fare business. Essi vanno dall’avvio dell’attività all’ottenimento dei permessi edilizi, dall’esecuzione dei contratti al trasferimento di proprietà immobiliari, dall’utilizzo e i costi dell’energia elettrica all’accesso al credito, dal pagamento delle tasse alla tutela degli investitori, dal commercio estero alle dispute commerciali e alle procedure concorsuali (appalti, concessioni e quant’altro). Ora basterebbe parlare con qualsiasi imprenditore italiano, soprattutto medio o piccolo, per dare il voto all’ambiente italiano che circonda le imprese e nel quale sono tenute a lavorare, con fardelli che neanche i muli che trasportavano le armi in montagna nel primo conflitto mondiale. Muli loro, e somari quelli che non agiscono di conseguenza per liberare i muli dalla soma.

Nell’ultima edizione che risale al 2020 noi figuravamo al 58° posto avendo davanti Kosovo, Kenya, Romania, Cipro e Marocco. Le aree dove registriamo i peggiori risultati sono le tasse (pari al 59.1% dei profitti) e l’accesso al credito.

A voi risulta che nell’ultracelebrato Recovery fund ci sia qualche accenno al problema fiscale nei Paesi come il nostro o altri Paesi europei? Certo, entro la fine dell’anno dovremo fare la riforma fiscale ma da subito ci è stato detto che i soldi, eventualmente presi a debito, per la diminuzione del carico fiscale non possono essere considerati all’interno delle riforme di struttura, ma solo congiunturali. Ma cosa vuol dire? È più importante considerare questi aspetti formali e astratti o le reali esigenze per facilitare chi vuole fare business nei vari Paesi? Ormai i dogmi sono più in voga in Europa che nella Chiesa cattolica. Il problema è che quei dogmi sono eretici, cioè non rispettano le leggi più elementari dell’economia reale, non quella vagheggiata negli uffici di Bruxelles.

In Italia stiamo discutendo su come spendere 18 miliardi tra pensioni e riforma fiscale. Non era il caso di porre tra gli obiettivi del Recovery fund, oltre alla riforma fiscale, anche una riduzione del carico fiscale? Certo può essere considerata essenziale una riforma del fisco nel senso della semplificazione e anche di una ripartizione diversa del carico fiscale stesso. Ma per fare una riforma che faccia ripartire (Recovery) e che serva anche alle generazioni future (Next generation) non bastano la transizione ecologica e quella digitale, servono incentivi all’economia reale. Nelle prime 10 posizioni del Doing Business 2020 non c’è neanche un Paese appartenente all’eurozona (di quelli che hanno adottato l’euro). Vorrà dire qualcosa? O no? Eppure il ragionamento parrebbe semplice. Ma il somaro, in questo caso, ha la meglio sul mulo.

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