- Le posizioni ribassiste in Borsa sono partite prima delle dichiarazioni del leghista sul cambio di governance. Il Mef sopravvaluta il suo impatto sul mercato, mentre quando le indiscrezioni facevano comodo è stato zitto.
- Veronica Padoan espulsa dalla Calabria per una rivolta di immigrati perde il ricorso al Tar: «Rischiosa per l’ordine pubblico».
Lo speciale contiene due articoli.
Impegnare il ministero dell’Economia contro Claudio Borghi, responsabile economico della Lega, è stata una mossa politica poco avveduta. Innanzitutto un ministro che risponde a un deputato confonde i piani, e poi ha attribuito al responsabile economico del Carroccio un potere rispetto ai mercati un tantino sopravvalutato. Le sue dichiarazioni su Mps secondo Pier Carlo Padoan avrebbero causato un crollo repentino in Borsa del titolo della banca senese, a sua volta un effetto a catena sul comparto bancario e – utilizzando le parole del ministro – «un pericolo diffuso sui risparmi degli italiani». Immediatamente gran parte dei media italiani hanno ripreso le accuse di Padoan e montato un caso notando che effettivamente Mps ha perso in questi due giorni più o meno il 10% a Piazza Affari.
Le dichiarazioni di Borghi possono essere sintetizzate in due punti. Il primo è la revisione della governance. Nulla di eccezionale, visto che la banca non sta certo volando e se la Lega andasse al governo, attraverso il Tesoro diventerebbe l’azionista di riferimento della banca e potrebbe dire la sua decidendo di sostituire Marco Morelli, attuale ad dell’istituto. Così come Padoan ha deciso di confermare il manager al suo posto di comando quando lo Stato a dicembre del 2016 è entrato nel capitale di Mps. Diverso parlare di nazionalizzazione. Quando si fa cenno a più Stato dentro una banca, gli investitori vendono, e quando si parla di privatizzazione gli investitori entrano: questo è un trend quasi scientifico. Per cui l’ipotesi di nazionalizzazione giustificherebbe un crollo in Borsa. Peccato che nel contratto di governo tra Lega e 5 stelle non ci sia scritto nulla di tutto ciò, ma semplicemente una dichiarazione d’intenti generica di dare nuova linfa all’istituto. Così abbiamo prima messo in fila l’andamento del titolo dal mancato aumento di capitale del dicembre 2016 a oggi, e poi abbiamo cercato di entrare un po’ in profondità nei trend di vendita. Innanzitutto il titolo valeva nel 2016 (al netto delle ricapitalizzazioni) più di 21 euro. Oggi quota 2,8. Si nota, inoltre che a fine dicembre del 2016 il titolo crolla bruscamente quando agenzie di stampa, evidentemente attingendo a fonti del Mef, annunciano il probabile ingresso del tesoro nel capitale. La notizia fa addirittura saltare l’aumento di capitale stesso e apre la spirale negativa che ha imposto l’esborso di oltre 8 miliardi di denari pubblici. All’epoca nessuno si cosparse il capo di cenere, eppure il tonfo fu notevole e definitivo. All’indomani del voto del 4 marzo, il titolo ha cominciato di nuovo a scendere. Il trend è stato ben descritto da un articolo del Giornale datato 22 marzo e titolato. «I fondi scendono dal Monte». Il crollo del titolo (arrivato ai minimi) era legato a vari aspetti. Certamente il timore di un cambio di governo (l’incertezza non piace mai ai mercati), ma soprattutto al rischio di un nuovo aumento di capitale legato al timore che la Bce rialzasse l’asticella di tagli e risparmi. I fondi speculativi come Carlson e Paulson hanno avviato un programma di dismissioni che è stato in parte contrastato soltanto l’8 aprile scorso quando l’approvazione dei conti (positivi) ha concesso un fiammata.
Sono poi però bastati soltanto 5 giorni per perdere nuovamente un 10%, fino alla data del 14 maggio quando un articolo del Sole 24 Ore ha fatto fare un balzo al titolo del 17% circa. La tesi del pezzo sicuramente apprezzata da Padoan è: «Il Mef esce tra 18 mesi». A chi spetta questa decisione ai dirigenti che vanno o a quelli che arrivano? La risposta è ovvia. In ogni caso questo circo azionato da Padoan è buffo. Proprio lui che non è mai stato zitto nei momenti cruciali, sbagliando di solito quasi tutte le previsioni, e che su Mps si è anche giocato la campagna elettorale proprio a Siena. Bisogna infine sottolineare che il 14 maggio, prima che uscisse qualunque indiscrezione su Mps, la Borsa ha registrato un picco di posizioni short, ovvero ribassiste. Tra le 48 società di Borsa che sono state vendute allo scoperto, il primato spetta alle banche. Ben il 7,61% del capitale di BancoBpm è oggetto di short.
A seguire tutti gli altri. Ieri la maggior parte di queste posizioni si sono realizzate. Ciò spiega la botta negativa sul listino. Ciò che invece resta di difficile comprensione è perché il Mef (visto che non ha smentito l’articolo del Sole) abbia voluto definire una road map così stretta da lasciare in eredità ad altri. Su una cosa invece non abbiamo dubbi. La politica dovrebbe sempre rimanere fuori dalle banche. Vale per tutti i partiti, ma Padoan non ha alcun titolo per sostenere tale tesi.
Claudio Antonelli
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