• Giovanni Tria all’Eurogruppo rassicura: «Il rapporto debito/Pil calerà». I commissari Ue minacciano: «Occhio, voi non rispettare i patti». E il capo della Commissione spara: «Con Roma saremo molto rigidi, o salta l’euro».
  • Il vero scoglio con l’Ue è aver inserito nella Carta il pareggio di bilancio.
  • Toccato per la prima volta il tasso del 59% di assunti. Crollano i contratti ai giovani.

Lo speciale contiene tre articoli.

L’offesa più grave è arrivata a fine giornata dall’uomo della sciatica, Jean Claude Juncker, con un incredibile paragone tra Italia e Grecia: «L’Italia si sta allontanando dagli obiettivi concordati, abbiamo appena risolto la crisi della Grecia, non voglio ritrovarmi nella stessa situazione. Se l’Italia vuole un trattamento speciale, sarebbe la fine dell’euro. Per questo dobbiamo essere molto rigidi», riporta la Reuters.

Ma per tutto il giorno non sono mancati altri colpi, nell’arena dell’Eurogruppo, tra l’«esaminato» Giovanni Tria che è giustamente tornato a casa in serata, non partecipando dunque all’Ecofin in programma oggi, per chiudere la Nota di aggiornamento al Def che stamattina sarà inviata alle Camere, e gli «esaminatori» che a freddo, prim’ancora di vedere la manovra (che dev’essere presentata entro il 15 ottobre), si sono lanciati in dichiarazioni ostili e perfino minacciose contro l’Italia. A rendere tutto ancora più psichedelico, il fatto che i più scatenati verso l’Italia siano quelli che hanno meno le carte in regola a casa loro, cioè i francesi.

Tria ha provato a gettare acqua sul fuoco: «Cercherò di spiegare come sarà formulata la manovra». Il ministro dell’Economia ha voluto rassicurare i partner Ue («stiano tranquilli»), aggiungendo che «il rapporto debito/Pil scenderà nel 2019». Ciononostante, i presunti pompieri dell’Ue si sono messi a fare i piromani, con tre dichiarazioni l’una più velenosa dell’altra. La prima è stata quella del vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, arcigno portaparola delle posizioni francotedesche: «Aspettiamo la legge di stabilità, ma a prima vista i piani di bilancio italiani non sembrano compatibili con le regole del Patto». Quindi, la manovra ancora non c’è, ma il numero due della Commissione non si fa scrupolo, senza aver letto nulla, di dare un giudizio così severo.

Dichiarazione fotocopia da parte di Pierre Moscovici, francese, titolare di uno dei portafogli economici a Bruxelles: «La Commissione Ue aspetterà il 15 ottobre per pronunciarsi, ma a prima vista c’è una deviazione significativa dagli impegni da parte di Roma». E ancora, sempre parlando al buio e senza un testo: «La manovra privilegia la spesa pubblica, ai cittadini bisogna dire la verità». La terza dichiarazione è quella del ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire: «Le regole sono uguali per tutti perché il nostro destino è legato. C’è un legame nel futuro di Italia, Francia, Germania e Spagna: tutti i membri della zona euro sono legati».

Destino e legame curioso, però, quello evocato da Le Maire: siamo tutti uguali, però la Francia (più uguale degli altri?) può permettersi di presentare una manovra con il deficit al 2,8, mentre l’Italia viene preventivamente bacchettata se sta quattro decimali sotto.

Inutile girarci intorno. Dietro la lingua di legno e l’ipocrisia su patti e impegni, siamo nel campo di valutazioni politiche: e l’asse francotedesco non ha perso tempo a mostrare ostilità verso Roma.

Il primo ad accorgersene, con intelligente sarcasmo, è stato il corrispondente europeo del Wall Street Journal, Bojan Pancevski, che ha ironizzato sul «fantastico warning» contro l’Italia da parte di un Paese, la Francia, che «ha aggirato quelle stesse regole per un decennio».

Tuttavia, non è facile prevedere il comportamento di una Commissione Ue al capolinea, in vista delle elezioni europee di maggio. In questa situazione, qualcuno ritiene che commissari così politicamente indeboliti non se la sentiranno di fare scherzi all’Italia; altri però fanno osservare che proprio questa condizione di uscenti li renderà privi di scrupoli nel tentare di sgambettare il governo gialloblù.

Dura la reazione di Luigi Di Maio: «Stamattina a qualcuno non andava bene che lo spread non si fosse impennato… Moscovici, che non è italiano, si è svegliato e ha pensato bene di fare una dichiarazione contro l’Italia e creare tensione sui mercati». Mentre, sempre ieri, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato al Colle il premier Giuseppe Conte per un colloquio informale ieri mattina.

Quanto ai contenuti della manovra, vanno sottolineati due temi. Uno di carattere generale, ripetutamente sottolineato in questi giorni dalla Verità: una volta compiuto l’atto coraggioso di forzare sul rapporto deficit/Pil, ora la vera partita politica starà nel dosaggio delle risorse. Quante saranno destinate al taglio di tasse? Riuscirà la componente leghista a evitare che la quota destinata ai sussidi sia eccessiva? Riuscirà a far sì che sotto i «titoli» delle misure fiscali lo «svolgimento» sia già consistente nel primo anno? È lì il cuore del problema: anche per mercati e investitori, che attendono di capire se la manovra sarà in grado di incoraggiare domanda interna, consumi, crescita.

C’è anche un tema più specifico, che da un’intervista domenicale di Tria è oggetto di dubbi, non esistendo certezze né un testo. Tria ha parlato di nuove clausole, non sul lato delle tasse ma su quello della spesa. La cosa si presta a due diverse interpretazioni. Si può pensare (e sarebbe ottimo: i lettori ricorderanno che si tratta di una proposta lanciata sulla Verità) a un’inversione della logica delle clausole: insomma, se gli obiettivi non vengono raggiunti, anziché scattare aumenti di tasse automatici, in futuro dovrebbero scattare tagli di spesa automatici. Ma si può anche temere (interpretazione meno incoraggiante) un ritorno dei tagli lineari: cosa assai diversa dall’auspicabile esame dettagliato e differenziato delle singole voci di spesa, a partire dalla montagna di 175 miliardi di tax expenditures. Ne capiremo presto di più.

Da ultimo, una curiosità. Alla riunione di oggi dell’Ecofin, al posto di Tria, dovrebbe partecipare il direttore generale del ministero, Alessandro Rivera. Insomma, un alto dirigente: categoria soavemente definita da Rocco Casalino i «pezzi di m…» del Mef.


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