«Il Mes? L’Europa crea mostri. Ecco come evitare la ratifica»
Guido Salerno Aletta (Imagoeconomica)
L’economista Guido Salerno Aletta: «L’Ue con una mano scrive regole che sembrano perfette. Poi si accorge che non funzionano. Accettarle? Tra il sì e il no c’è il ni. L’Italia deve prendere tempo».

Guido Salerno Aletta già consigliere al Senato coi più alti incarichi ed un trascorso di vicesegretario generale a Palazzo Chigi. Oggi editorialista. Cosa non la convince della riforma del Meccanismo europeo di stabilità?

«È la contraddizione di cui vive l’Unione europea. Situazione paradossale e soprattutto pericolosa. Con una mano scrive regole che disciplinano tutto alla perfezione. Poi si rende però conto che il sistema fa acqua e che ha bisogno di un salvagente. Con l’altra mano crea dei mostri. Mi chiedo che senso abbia prevedere un Fondo che può concedere aiuti in via precauzionale solo agli Stati che, sulla base dei ben 14 indicatori elaborati dalla Ue, non hanno squilibri macroeconomici. È illogico! Uno Stato che non ha squilibri non ha ovviamente bisogno di ricevere aiuti. Mentre ad uno Stato che ha squilibri, gli aiuti non possono essere concessi. Che bisogno di cure ha, chi è già sano? E comunque, ad essere pignoli, gli Stati europei sono tutti malati. Chi più chi meno. Ho qui sottomano l’Annex 3 Scorebord Mip (la Procedura squilibri macroeconomici della Ue, ndr). Nessuno è esente da squilibri. Teoricamente la Bulgaria sarebbe quella messa meglio di tutti con un unico squilibrio. La “mitica” Svezia starebbe peggio di tutti con quattro. Lo avrebbe mai detto?».

Il Mes come argine alle possibili crisi bancarie. Suona bene ad un orecchio non esperto…

«Altro frutto della cattiva coscienza che ha ispirato le normative emanate a partire dal 2013: l’obbligo del bail-in. Lo sanno pure i sassi che, in caso di dissesto, le penalizzazioni a carico di azionisti, obbligazionisti e depositanti oltre i centomila euro sono insufficienti; e che le risorse versate su base mutualistica dal sistema bancario bastano a malapena a salvare qualche piccolo istituto. Da una parte si vietano gli aiuti di Stato per i salvataggi bancari e dall’altra si prevede che il nuovo Mes lanci un salvagente. Anzi, che metta a disposizione delle banche in difficoltà una vera e propria carrozza a cavalli, con tanto di pennacchi. E non solo non si prevedono le severe condizionalità che invece sono la regola inderogabile per gli aiuti concessi agli Stati. Ma si stabilisce come unico vincolo che gli aiuti siano fiscalmente neutrali nel medio periodo. Alla fine, visto che sono gli Stati a versare il capitale del Mes ed a garantire della sua solvibilità, rientrano dalla finestra quegli aiuti di Stato alle banche che erano stati vietati. Un bail-out (salvataggio esterno, ndr) in piena regola».

Su proposta della minoranza viene calendarizzata la discussione per la ratifica del Mes a fine giugno. La maggioranza è spalle al muro. Cosa accade se vota sì?

«Da quanto si capisce, il governo starebbe trattando con Bruxelles un “pacchetto do ut des”. Sicuramente c’è di mezzo il nuovo meccanismo che sostituisce il Fiscal compact. Altro cadavere eccellente da seppellire al più presto. In queste condizioni, ratificare il Mes significa perdere uno strumento di negoziazione».

Cosa accade se vota no?

«Chi sbatte una porta, spesso è costretto a tornare indietro per riaprirla. In politica, tra il sì ed il no c’è anche il “ni”. Quando si stipula un Trattato multilaterale, spesso gli Stati appongono delle footnotes».

Eh?

«Sono riserve, deroghe, precisazioni a cui lo Stato condiziona la sua adesione».

Lei ha anche richiamato un precedente storico. Il Bundestag tedesco in occasione dell’approvazione del Mes nel 2012…

«La Germania adottò esattamente lo stesso comportamento dell’Italia di oggi: rimase per ultima ad approvare il Trattato. C’erano due criticità. Un contrasto con la Legge fondamentale che è una fonte insuperabile del diritto tedesco. L’automaticità degli aumenti del capitale del Mes e l’assoluta indipendenza di giudizio garantita ai vertici dell’Istituto. La Corte di Karlsruhe le condivise. Da quanto mi risulta, le clausole inserite dalla Germania nella legge di ratifica furono unanimemente accettate ed estese a tutti, a posteriori. Ma nessuno ha mai voluto dare ufficialità a questo strappo politico, anche se il vero strappo sta nella opacità che ha circondato la vicenda. Non so se nel Parlamento italiano ci sia una maggioranza pronta a sostenere una prova di forza di questo genere. Ne dubito alquanto, e forse non serve neppure. Anche perché nel Mes c’è un intero gioco di rinvii che va smontato».

Esiste cioè una terza via?

«Occorre prendere tempo, non perdere tempo. Un punto cruciale è rappresentato dai requisiti previsti nell’Annesso III, al n.2 in merito alla concessione di linee di credito agli Stati che non sono ammessi agli aiuti precauzionali. Devono avere “condizioni economiche e finanziarie forti e un debito pubblico sostenibile”. Sarebbe un altro paradosso, se non ci fossero le disposizioni volte ad agevolare la ristrutturazione dei debiti pubblici. Il pericolo è che la ristrutturazione venga posta come condizione preliminare per ottenere gli aiuti. È già successo con la Grecia, per la gioia degli speculatori. Serve una mozione autonoma, oppure una pregiudiziale in sede di esame della autorizzazione alla ratifica, per chiarire i requisiti della sostenibilità del debito ed i rapporti tra gli interventi del Mes e quelli precauzionali e d’emergenza previsti dalla Bce: le cosiddette Omt (Outright Monetary Transactions). Bisogna evitare che il Mes si trasformi in una sorta di agenzia di rating. Inerme di fronte ad un attacco speculativo, non potendo intervenire come la Bce che può invece stampare euro in quantità teoricamente illimitata, e che quindi si limiterebbe pilatescamente a lasciare affondare uno Stato in difficoltà».

Pnrr: cosa ha in testa secondo lei il governo? Le chiedo una previsione…

«È stata messa troppa carne al fuoco, come accadeva negli ultimi anni della Cassa per il Mezzogiorno. Troppe opere. Tutto finiva a spizzichi e bocconi. Troppi programmi, troppe condizioni, troppi soggetti attuatori. Ma con questa Commissione non si può rinegoziare granché. Saranno i ritardi accumulati ad imporre una revisione del Pnrr. Intanto, l’intelligenza politica sta nel definire priorità, concentrare gli sforzi, non sprecare soldi preziosi».

Cosa dovrebbe fare invece secondo lei? Le chiedo un’opinione

«Poteva e doveva essere l’occasione per rinnovare l’amministrazione. Ringiovanirla e formando quella che tra dieci anni sarà la nuova classe dirigente. Lo abbiamo fatto con le Poste e con le Ferrovie. Erano carrozzoni, ma sono stati ricostruiti di sana pianta. Si è tentato, inutilmente, di fare esattamente il contrario, con bandi di concorso per titoli finalizzati a reclutare a tempo determinato persone che avessero già una esperienza comprovata. È stato un buco nell’acqua: quelli bravi non hanno lasciato la propria attività per essere paracadutati chissà dove e poi liquidati con una pacca sulle spalle».

Il governo limita il potere della Corte dei conti a proposito di Pnrr. Ci spiega a noi non addetti ai lavori cosa significa?

«Uno lavora e dieci controllano. Dopo trent’anni anni di prediche a favore dei soli controlli di efficienza, a posteriori, adesso sono ritornati di moda i controlli preventivi di legittimità. Solo perché “ce lo chiede l’Europa!”. Tutti si sono fatti zelanti, pure troppo. Si è formato un groviglio. C’è la questione dell’abuso di ufficio; un reato che il Guardasigilli vuole rivedere perché determina la “paura della firma”. C’è lo scudo erariale, inventato per evitare il giudizio per danno erariale della Corte dei conti. C’è l’accelerazione incontrollata delle procedure d’appalto. Procedure contabili, reporting ed audit sono diversi a seconda che un’opera sia finanziata dal Pnrr o meno. Una Babele».

Un giudizio sulla performance dell’economia italiana. Se l’aspettava?

«Il diluvio di risorse arrivate con il Reddito di cittadinanza e con i bonus fiscali in edilizia ha creato una forte domanda aggiuntiva. Ma basta vedere di quanto è cresciuto il debito negli scorsi tre anni per rendersi conto che non è stata vera gloria. Tanto deficit a moltiplicatore nullo».

Perché l’Italia cresce più di Francia e Germania?

«Perché sono economie fortemente strutturate, abituate a processi stabili; sono fragili. Noi ci inventiamo un futuro diverso ogni giorno, ma il più delle volte ci illudiamo».

Prima parlando del Mes accennava al Patto di stabilità e crescita. La proposta di riforma avanzata dalla Commissione la convince?

«Formalmente si tratta di una marcia indietro rispetto al trattato di Maastricht: il tetto al 3% per il deficit e l’obiettivo del 60% per il rapporto debito/Pil, sulla base di piani pluriennali. In realtà, gli Stati sono sottoposti alla prova della infallibilità. Negli allegati si fa riferimento a metodologie previsionali, “deterministiche” e “stocastiche”, per controllare se la spesa netta dei piani pluriennali sia effettivamente destinata a ridursi, insieme ai debiti che devono scendere e comunque rimanere sostenibili. Nell’Annesso II si prevede che gli Stati debbano dare conto di tutto ciò che serve per giustificarne l’andamento: dalle conseguenze dell’invecchiamento della popolazione alle “informazioni, per quanto possibile, sui danni potenziali derivanti da disastri ambientali e dal cambiamento climatico”. Ecco spiegato quanto dicevo all’inizio, di come funziona l’Europa. Il divieto del bail-out bancario contiene la matrioska del Mes, che porta in pancia gli Squilibri Macroeconomici, che a loro volta fanno da contenitore al Patto di Stabilità, che di rimando rinvia ancora ad oscuri criteri di sostenibilità. È così che è fatta l’Europa: fabbrica grovigli normativi dietro cui nasconde l’arbitrio».

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