In effetti era troppo bello per essere vero. Sulle prime sembrava davvero che da Venezia fosse giunto un sussulto di civiltà, una esplosione di buonsenso di fronte all’avanzata inarrestabile dell’ottusità ideologica. Il titolo del Corriere del Veneto, che per primo ha dato la notizia, era quasi commovente: «Venezia vieta al bimbo di avere due mamme». Veniva da pensare: finalmente una sentenza che non cancelli i padri e non neghi la realtà e la biologia. E invece no. Non solo il tribunale non si oppone alla marcia trionfale arcobaleno, ma fa di tutto per sostenerla.
Vediamo di spiegare. Tutto inizia con una coppia di donne veneziane unite civilmente. Una delle due, un paio di anni fa, ha fatto un viaggio a Copenhagen, si è rivolta a una clinica della fertilità e ha avuto un figlio tramite fecondazione eterologa da donatore anonimo. In Italia questa pratica è vietata alle coppie omosessuali, e infatti, pochi giorni fa, il Tribunale di Bolzano si è a sua volta rivolto alla Corte costituzionale, che a giugno deciderà se modificare le norme attuali.
Ma restiamo sul caso veneziano. Dopo l’eterologa, a novembre 2018, una delle due donne ha dato alla luce un figlio presso l’ospedale di Mestre. Quando è venuto il momento di registrare il piccolo (un maschietto) all’anagrafe, le donne hanno chiesto di comparire entrambe sui documenti ufficiali nel ruolo di madri. L’ufficiale di Stato civile, però, non ne ha voluto sapere e ha registrato il bimbo come «nato dall’unione naturale con un uomo, non parente né affine». Niente di strano: questa è la realtà, poiché il piccino non è figlio delle due donne lesbiche, bensì di una sola di loro, rimasta incinta grazie al seme di uno sconosciuto.
nuova battaglia
A quel punto, le due donne si sono rivolte al tribunale. Probabilmente, si aspettavano che i giudici dessero loro ragione in tempi stretti, dichiarando illegittimo il rifiuto da parte del Comune. Del resto, già dal 2017, a Venezia sono stati riconosciuti vari «figli di due madri». Questa volta, però, la vicenda si è svolta in modo diverso. Il collegio giudicante presieduto dal giudice Silvia Barison ha emesso una lunga ordinanza in cui si spiega che il bambino non può essere riconosciuto come figlio di due madri. E si aggiunge pure che la legge Cirinnà – cioè quella che ha consentito alle due donne di unirsi civilmente – potrebbe contenere disposizioni incostituzionali. Motivo per cui il Tribunale di Venezia ha passato la palla alla Corte costituzionale, a cui toccherà pronunciarsi sul caso.
Come vedete, in questa storia sboccia un paradosso dopo l’altro. Il primo e più evidente cortocircuito riguarda la legge che porta il nome della senatrice Pd Monica Cirinnà. La signora ama presentarsi come paladina dei gay e non perde occasione per vantarsi delle conquiste che la comunità omosessuale avrebbe raggiunto grazie a lei. È davvero curioso che, secondo i giudici veneziani, la sua legge appaia discriminatoria nei confronti degli omosessuali. A quanto sembra, in Laguna sono più realisti del re (o più arcobaleno della Cirinnà, come preferite).
E qui giungiamo al secondo cortocircuito. Il Tribunale di Venezia spiega che non si può registrare il bimbo della coppia lesbica come «figlio di due madri». La ragione, però, non è che un bambino non può nascere da due donne e deve per forza avere un padre.
Il punto dei giudici è ben diverso: vogliono che la Consulta si esprima sull’argomento in modo che, in futuro, tutte le coppie gay possano registrare i «figli di due madri» o «due padri» senza dover passare dalle aule di tribunale.
diritti negati
Secondo il tribunale veneziano, la legge Cirinnà non disciplina il contenuto dell’atto di nascita dei bimbi delle coppie gay, dunque non si «realizza il diritto fondamentale alla genitorialità dell’individuo», ovvero «l’aspirazione giuridicamente qualificata a mettere al mondo e crescere dei figli, avendo costituito un legame di coppia formalizzato». I giudici spiegano che «il matrimonio non costituisce più il discrimine nei rapporti tra genitori e figli», quindi anche i bambini delle coppie arcobaleno dovrebbero essere registrati come figli di «entrambe le parti dell’unione civile».
La legge attuale sulle unioni civili, dicono le toghe, «pregiudica i diritti inviolabili della persona, quali quello alla genitorialità e alla procreazione, discrimina i cittadini per il loro orientamento sessuale».
Se la Corte costituzionale dovesse accettare questa visione, di fatto le unioni civili diventerebbero uguali ai matrimoni, e i «bimbi arcobaleno» verrebbero registrati come figli «di due madri e due padri». Se poi la Consulta dovesse pure pronunciarsi a favore della libertà di fecondazione eterologa, la rivoluzione Lgbt sarebbe sostanzialmente completata. C’è poi un’altra questione di cui tenere conto. Se dovesse passare il concetto che i figli delle unioni civili hanno, per esempio, due padri, di fatto verrebbe sdoganato anche l’utero in affitto (cosa che è in parte già avvenuta grazie al riconoscimento dei bambini nati all’estero).
A questo punto, viene da pensare che probabilmente la prossima mossa delle associazioni Lgbt sarà fare causa alla natura perché non permette a due persone dello stesso sesso di riprodursi.
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