Lo scrittore russo Viktor Erofeev è figlio del diplomatico sovietico Vladimir Erofeev, traduttore e interprete personale di Stalin per la lingua francese. Viktor ha pubblicato nel 2004 un romanzo del quale suo padre Vladimir è uno dei protagonisti, e in questo romanzo Viktor si chiede: «I genitori possono essere considerati delle persone? Io ne ho sempre dubitato. I genitori sono negativi non sviluppati. Tra tutti coloro che incontriamo nella vita sono quelli che conosciamo peggio, proprio perché non li incontriamo; l’iniziativa fin dall’origine è già stata presa dagli “avi”: sono loro che vengono incontro a noi. Il cordone ombelicale non è stato tagliato, loro sono parte di noi esattamente nella stessa misura in cui ci è impossibile capirli. Il collasso della conoscenza è assicurato. Il resto sono congetture. Abbiamo paura di vedere il loro corpo e di guardarli nell’anima. Loro per noi non si trasformano mai in persone, rimangono per sempre un susseguirsi di impressioni che non hanno un’origine, dei mutevoli spauracchi-miraggi» (Viktor Erofeev, Il buon Stalin, traduzione di Luciana Montagnani, Torino, Einaudi 2008).
Il pittore americano Joe Brainard, ha pubblicato nel 1970 un libretto che si intitola I remember (Mi ricordo) che lo scrittore Paul Auster ha pensato fosse il libro più originale che avesse mai letto. È un libro composto solo da frasi che cominciano con «Mi ricordo», come questa: «Mi ricordo l’unica volta che ho visto mia mamma piangere. Stavo mangiando una crostata di albicocche» (Joe Brainard, I remember, London, Notting Hill Editions 2012).
Lo scrittore modenese Antonio Delfini era convinto che la Certosa di Parma, menzionata nel celebre romanzo di Stendhal, in realtà fosse a Modena, e ha pubblicato, nel 1962, un libro intitolato Modena 1831, città della Chartreuse, nelle prime pagine del quale si legge: «La mamma era stata, oltre che mia madre, la cugina più vicina della mia parentela. Essa era stata la mia sola vera Fidanzata. Avrei dovuto e voluto essere il Suo custode. Se ho sempre mancato al mio dovere, niente di male per Lei. Il Suo custode fu sempre presente in Lei stessa. C’era del resto Chi l’aspettava. Il papà, morto il 28 giugno 1909, la stava aspettando da 53 anni. Sorridente, dolce, scanzonato, aspettava la Mamma. Intatto nel viso, nel corpo, nella barba, nei capelli (così come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962, davanti a me e al mio giovane e carissimo cugino Paolo Tardini e al direttore del cimitero) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mio padre, aveva 33 anni; e io, suo figlio, cinquantaquattro. Unico al mondo, io credo, ho visto per la prima volta il papà: lui, in età di un mio figlio; io, in età di suo padre!» (Antonio Delfini, Modena 1831, città della Chartreuse, Milano, Scheiwiller 1993).
Le tre citazioni che ho appena messo in fila sono le epigrafi del settimo numero di una rivista che si chiama Qualcosa, che è un numero dedicato a delle persone che conosciamo senza averle mai incontrate: i nostri genitori. Qualcosa è l’organo ufficioso dei sapodisti, corrente letteraria che deriva dall’espressione parmigiana «sa podiss», che significa Se potessi. I sapodisti sono quegli scrittori che, se potessero, scriverebbero delle cose meravigliose, ma purtroppo non han mica tempo. Forse anche per questo, il primo numero della loro rivista era in realtà il numero tre e questo secondo numero dedicato ai genitori, è in realtà il numero sette, che se avessero avuto tempo avrebbero pubblicato anche tutti gli altri numeri solo che, purtroppo, siam sempre lì, non han mica tempo.
Nel numero tre c’era già una prefigurazione di questi negativi non sviluppati, di queste parti di noi impossibili da capire che sono i nostri genitori, era il racconto di Elvira Antinozzi intitolato Montenegro, con il quale finirei la puntata odierna di questa rubrica sulll’infraordinario, non prima di aver detto tre cose: il primo romanzo di Elvira Antinozzi sta per uscire per Sempremai ed è intitolato Essere nudi e basta è troppo dura; il prossimo numero di Qualcosa sarà il numero otto, sarà dedicato alle storie sentimentali finite male e uscirà tra un anno, più o meno; la prossima puntata di questa miniserie sull’infraordinario uscirà mercoledì prossimo e risponde alla domanda: noi siamo italiani, ma cosa vuol dire, essere italiani?
E adesso, Montenegro: «Se potessi andare a scavare in quel buco. Ci andrei. Per cavarla fuori di lì, anche solo per un po’, perché io sono una giuggiolona grande ma di mamma ne ho ancora una gran voglia. Se io potessi! Anche se, da viva, dirla tutta, era un po’ mattarulla. Era del ’41 e, come dire, era un po’ all’antica. Portava il mezzo tacco. E aveva delle strane convinzioni.
Per esempio sosteneva che è meglio ed è più bello perdere e quindi se giocavi, fai conto, a tombola, non potevi mai dire cinquina, decina o tanto meno tombola, perché era giusto lasciarla fare a qualche altro bambino. E cose così. Tra l’altro era molto molto spartana, ricordo solo un pochino di rossetto albicocca e il profumo Yves Saint Laurent che le aveva regalato il babbo. Il suo motto era: bisogna soffrire. Per questo quando io e mia sorella siamo diventate “ragazze”, abbiamo cioè cominciato ad avere il ciclo mestruale, lei era contraria a qualsiasi tipo di antidolorifico. Al massimo un’aspirina.
Diceva che dovevamo resistere, al dolore, che le medicine facevano male e davano assuefazione. Solo che io stavo veramente malissimo, e una volta sono anche svenuta per strada, a ritorno da scuola e ho ancora in mente mio babbo che l’han chiamato, era a lavorare, è arrivato e mi ha caricato in spalla come un super eroe. Insomma, lei però non voleva nemmeno che stessimo troppo male e allora aveva detto che quando avevamo il mal di pancia per il ciclo potevamo bere un po’ di liquore perché – secondo lei – l’alcol dilatava i capillari e così, il sangue, defluiva più facilmente e il dolore si sarebbe alleviato. Per me aveva predisposto proprio una fiaschetta, una di quelle bottigline infrangibili con la chiusura ermetica.
La riempiva con l’amaro Montenegro e me la metteva in cartella. E diceva: se stai male vai in bagno e fai due sorsi, vedrai che poi ti senti meglio. E io allora, appena cominciavo a star male, andavo in bagno, facevo due sorsi, ma stavo peggio di prima e dopo mi girava anche un po’ la testa.
E una volta son tornata in classe, primo superiore, che era anche un periodo che il mio compagno di banco un po’ mi piaceva, si chiamava Cristian Gallo (che l’ho già scritto nell’altro compito della brutta figura, mi prendeva sempre in giro, mi diceva nell’orecchio: ciao bella mora lo so che ti fai suora) e a un certo punto mi si è rovesciata la cartella con tutto il contenuto, e – passi pure uno di quegli assorbenti antidiluviani alto 4 centimetri – ma, ahimè, tutti han visto che io andavo in giro con una fiaschetta di liquore in borsa.
Mi son vergognata tantissimo e ho provato a spiegare la cosa ma peggioravo la situazione. Il mese dopo ho rubato a mia mamma i soldi e mi son comprata il primo moment».
(2. Continua)
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