- Veneto, Friuli, Emilia, Lazio e Lombardia sul piede di guerra: «A rischio i richiami, dovremo lasciare indietro alcune categorie». Il Pirellone suggerisce di inserire il Pil regionale tra i parametri per la ridistribuzione delle scorte. Flop del bando degli infermieri.
- Il big farmaceutico Sanofi, in ritardo monstre con il siero, taglia nel settore ricerca e sviluppo.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre il premier Giuseppe Conte gioisce perché l’Italia «è prima in Ue per numero di persone vaccinate. Un dato incoraggiante. Andiamo avanti così», ben 14 Regioni devono vedersela con una contrazione consistente delle dosi a loro disposizione. Addio primato nel vaccinare ma non per tutti, infatti i governatori di Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Umbria e Valle d’Aosta possono proseguire con la tabella di marcia programmata perché la catena delle forniture di Pfizer (e meno vaccini effettuati) li ha «risparmiati» dai tagli, mentre Lombardia, Emilia Romagna e il Veneto si dovranno accontentare di circa 25.000 dosi in meno ciascuna. Forniture ridotte anche di 10.000 o 12.000 dosi per Lazio, Puglia, Sicilia e Toscana. «Un’arbitraria distribuzione decisa dall’azienda», mette le mani avanti il commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri, che ha aggiornato la ripartizione tra le Regioni protestando sì, ma sommessamente, contro il taglio del 29% imposto all’Italia. Tant’è che le dosi contrattate non arriveranno sui territori.
Duro il commento del governatore del Veneto, Luca Zaia: «Sul taglio dei vaccini Pfizer è vergognoso quel che sta accadendo. Non si può fare un piano di forniture, che si traduce in un piano vaccinale sul territorio, in appuntamenti fissati e in organizzazione, e che ci venga poi detto che vengono sospese le forniture del 53%». Zaia avverte: «Se viene a mancare anche solo una dose, noi rischiamo di far saltare i richiami».
Per l’assessore alla Sanità della Regione Emilia Romagna, Raffaele Donini, «questo ci costringe a rimodulare l’attuazione del piano vaccinale». Tra ieri ed oggi, ha aggiunto l’assessore, «riceveremo 26.910 dosi, anziché 52.650». Quindi nella Regione a trazione Pd si procede con la somministrazione delle seconde iniezioni per garantire l’immunità al virus, mentre «il personale amministrativo che lavora nelle strutture sanitarie ospedaliere e del territorio proseguirà la vaccinazione non appena avremo le dosi necessarie».
C’è infatti il grande problema dei richiami, troppi ritardi tra la prima e la seconda dose riducono l’efficacia del vaccino. Forse la vanificano, anche se nessuno lo dice apertamente perché per vaccinare quante più persone si stanno saltando le indicazioni delle aziende farmaceutiche.
Non a caso, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha raccomandato: «Essendo concrete le possibilità di ritardi nelle forniture, mantenere una percentuale di dosi di sicurezza è fondamentale per essere certi di arrivare alla fase dei richiami con quelle necessarie», altrimenti il rischio concreto «è quello di vanificare la prima vaccinazione in caso di mancato richiamo». Letizia Moratti, neo vicepresidente della Regione e assessore al Welfare con delega alla Sanità, avrebbe inviato una lettera ad Arcuri suggerendo nuovi indicatori da utilizzare per suddividere equamente la distribuzione dei vaccini, tra questi il contributo che le Regioni danno al Pil, mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus.
Anche il presidente della Liguria, Giovanni Toti, fa sapere di avere scritto al commissario per l’emergenza per «conoscere al più presto le quantità di dosi previste per la Liguria e se l’assegnazione terrà conto delle caratteristiche demografiche delle singole Regioni». Il presidente Massimiliano Fedriga ha definito «inaccettabile il -53,8% del Friuli Venezia Giulia». La Regione è tra le più colpite dai tagli assieme a Veneto, come già ricordato, l’Emilia Romagna (-48,8%), la Sardegna (-50,0%), le Province autonome di Trento (-60,0%) e Bolzano (-57,1%). L’assessore regionale alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha spiegato al Messaggero: «Contavamo di vaccinare tutti gli over 60, vale a dire 1,6 milioni di persone, entro giugno. Ma così finiremo ad agosto, due mesi dopo, con tutti i richiami». Intanto il governo ha convocato per oggi alle 20 le Regioni.
Non arrivano vaccini e mancano vaccinatori. Antonio De Palma, presidente nazionale del sindacato infermieri Nursing up, fa sapere che «stanno arrivando testimonianze di colleghi che aspettano da oltre un mese la risposta del governo, dopo aver inviato la loro proposta di adesione al bando vaccini. Professionisti della sanità che hanno dato la loro disponibilità, ma che sono stati totalmente ignorati». Le domande arrivate sono solo 3.900, troppo poche e nemmeno tutte prese in considerazione. De Palma chiede «un nuovo bando, rivolto anche agli infermieri dipendenti del Servizio sanitario nazionale, adeguatamente retribuiti. I fondi ci sono, i professionisti pure». Però Arcuri sembra più coinvolto dagli spot pro vaccinazione del regista Giuseppe Tornatore, che dalla campagna vera e propria con tutte le incognite che ancora rimangono sui centri di somministrazione e sul personale. È così occupato che nemmeno trova il tempo di dirci con quali aziende ha firmato i contratti per le forniture delle prime siringhe, quelle di dicembre, gennaio e febbraio. Dopo il decreto di aggiudicazione, con l’elenco delle offerte arrivate, nulla è più stato reso pubblico dal super commissario. Alla fine quanto le staremo pagando le luer lock?
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