Autonomia differenziata, arriva il primo sigillo. Sceneggiata del Pd al Senato
Ansa
  • Il testo passa con 110 sì. Ora approda alla Camera. La minoranza protesta sventolando il Tricolore e intonando l’inno. Opposizione sulle barricate ma la Cisl apre al dialogo.
  • Roma perderà gran parte dei fondi per finanziare l’assistenzialismo caro a sinistra.

Lo speciale contiene due articoli.

Nessun imprevisto o contrattempo a Palazzo Madama, dove ieri l’aula del Senato ha dato il primo via libera al ddl Calderoli sull’autonomia differenziata. Il provvedimento è stato infatti approvato con 110 voti a favore, (il centrodestra più la Svp), 64 contrari (Pd, M5s, Avs e Iv) e l’astensione di Azione, con l’eccezione dell’ex ministro Mariastella Gelmini, cha ha votato a favore in dissenso con le indicazioni di Carlo Calenda. In un emiciclo popolato dai leader politici eletti in questo ramo del Parlamento (come accade nelle occasioni importanti), il dibattito e le successive dichiarazioni di voto hanno plasticamente ribadito – semmai ce ne fosse stato bisogno – una distanza incolmabile tra maggioranza e opposizione, che anche quest’occasione si è appellata all’extrema ratio del referendum abrogativo, qualora la legge passasse anche il vaglio di Montecitorio e venisse approvata definitivamente.

A testimoniare quanto il confronto sul ddl Calderoli sia uno dei terreni di lotta più ideologizzati di questa legislatura, il fatto che non siano mancati – complice la diretta tv – momenti teatrali, come quando i senatori dem hanno sventolato foglietti tricolori al termine del loro intervento o l’inno di Mameli intonato da tutte le opposizioni dopo il voto finale, alle quali poi si sono associati anche i senatori di Fdi per non lasciare l’«esclusiva» agli avversari politici. La Cisl, invece, non ha alzato muti. Secondo il segretario generale Luigi Sbarra, «è fondamentale assicurare un confronto aperto e costruttivo con il governo e con il Parlamento, per apportare modifiche migliorative finalizzate a garantire diritti sociali e di cittadinanza insieme al rispetto della contrattazione in tutta la comunità nazionale».

Importanti le parole del presidente del senatori leghisti, Massimiliano Romeo, che non ha mancato di menzionare anche l’altra grande riforma in pista in Parlamento, e cioè il premierato: «Grazie al governo e grazie anche al patto di maggioranza, di cui noi andiamo assolutamente fieri, perché più poteri al premier significa dall’altra parte controbilanciare con più autonomia sul territorio». Dopo l’approvazione è intervenuto con una nota Matteo Salvini: «È un passo importante verso un Paese più moderno ed efficiente, nel rispetto della volontà popolare espressa col voto al centrodestra che lo aveva promesso nel programma elettorale, dai referendum di Lombardia e Veneto e dalle richieste dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni italiane». «In questo momento», ha concluso, «mi sento di rivolgere un pensiero particolare a Bobo Maroni». Calderoli, il padre del ddl, ha parlato di «un risultato storico, importantissimo e atteso da troppo tempo».

Toni allarmati, quando non apocalittici, dal fronte del centrosinistra, a partire dal Pd, che ha insistito con l’accusa del baratto Lega-Fratelli d’Italia tra il premierato e l’autonomia. Per il segretario del Pd Elly Schlein, «Giorgia Meloni vuole passare alla storia per essere la presidente del Consiglio che ha spaccato l’Italia». Il leader del Nazareno non esclude «nessuno strumento per contrastare questa legge che spacca l’Italia». «Serve», conclude, «una mobilitazione forte con tutte le forze politiche e sociali che insieme a noi provino a spiegare quali sarebbero gli effetti devastanti di questa riforma».

Sugli scudi anche il M5s. Giuseppe Conte ha detto: «Meloni spacca il Paese e svende il Sud a Salvini: lasciano in un vicolo cieco i territori più svantaggiati del Paese, anziché rilanciarli per il bene di tutti». Diviso il fu Terzo polo, visto che i renziani hanno deciso di votare contro la riforma mentre i calendiani si sono limitati all’astensione, negando il sì per via della mancata approvazione dei Lep.

Ed è proprio alla definizione dei livelli essenziali di prestazioni che ruota la parte più complessa di tutta la partita. Come è noto, il ddl Calderoli prevede la possibilità, per le Regioni a statuto ordinario, di chiedere allo Stato centrale maggiori poteri su 23 materie, attuando così la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra più di 20 anni fa. Tra le materie più importanti c’è quella fiscale, visto che le Regioni potranno trattenere buona parte del gettito legato alle erogazioni dei servizi. A patto però che per questi ultimi vengano fissati, con appositi decreti legislativi, entro due anni dall’approvazione della legge, i livelli essenziali delle prestazioni da fornire ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Della questione si sta occupando un apposito comitato presieduto dal professor Sabino Cassese, ma nel corso del suo iter in Senato vi sono già state delle modifiche che hanno riguardato questo punto, come quella che prevede che per l’autonomia su materie riferibili ai diritti civili e sociali potrà avvenire essere accordata solo dopo la determinazione dei Lep.

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