«Giubbotti dalla plastica gettata in mare»
  • Il patron di Paul&Shark: «Porto avanti l’azienda di famiglia grazie alla passione trasmessa da mio nonno. Per troppi la sostenibilità è solo una questione di facciata: noi invece ricaviamo il filo dai rifiuti, riutilizziamo le piume d’oca e tosiamo le pecore con le forbici».
  • Anye By presenta la sua nuova collezione in una sfilata concerto, dove la musica diventa il fil rouge che accompagna un tuffo negli anni Ottanta in cui la femme fatale indossa modelli a vita alta e spalle importanti.

Lo speciale contiene due articoli e gallery fotografiche.

La domanda sorge spontanea: perché si chiama Paul&Shark un’azienda nata e cresciuta a Varese? La risposta è nella storia, nelle passioni, nella voglia di fare e di trasformarsi. Nella famiglia. Nell’amore per un mestiere portato avanti da tre generazioni (e si guarda con ottimismo alla quarta: Francesca , Alessandro, Chiara) e proiettato verso il futuro. È tutto molto semplice, basta fare qualche passo indietro e perdersi nella concretezza delle parole del patron Andrea Dini, nipote di Gian Ludovico e figlio Paolo, creatore del marchio.

«L’azienda è stata creata nel 1882 da un’altra famiglia di Varese. All’inizio era sia una filatura sia un maglificio, poi tra le due guerre decisero di vendere e mio nonno comprò nel 1921. Si trasferì dalla Toscana a Milano, non volle mai vivere a Varese, e nei primi anni Cinquanta mio padre si unì al nonno. L’azienda è ancora nello stesso luogo, a 500 metri di distanza dalla primissima fabbrica, ora edificio storico che conserviamo gelosamente. Nel 1964 il nonno costruì una fabbrica nuova lì vicino e vi portò solo il maglificio, mentre chiuse la filatura».

Ancora oggi è solo maglificio?

«A Varese abbiamo ancora tutta la parte di tessitura della maglieria. L’azienda ha iniziato a proporre total look, ma il cuore pulsante è sempre la maglieria anche solo per una questione d’affetto. Nel 1882 si chiamava maglificio Dacò, quando il nonno l’acquistò cambiò il nome in Dama e tutt’ora è la nostra ragione sociale. Per regioni sentimentali e scaramantiche non abbiamo mai cambiato il nome».

Quando nasce ufficialmente il marchio Paul&Shark?

«Nei primi anni Settanta l’azienda produceva per i migliori gruppi del mondo, come Balenciaga, Christian Dior e tanti altri. In quel momento l’Italia era la Cina dell’Europa, ma il costo del lavoro stava crescendo e molti marchi erano alla ricerca di costi più bassi fuori dall’Italia. Ciò pose mio nonno e mio padre di fronte a una scelta: chiudere e fare altro o delocalizzare. Il nonno però disse che sarebbe stata una corsa senza fine e pensò di creare un nostro marchio. Il nonno aveva una passione enorme per il mare e quello che rappresentava la marina reale inglese degli anni migliori, a cominciare dall’abbigliamento degli ammiragli, dai doppiopetti ai maglioni blu. Lanciammo una linea di abbigliamento legata al mare, che fino a quel momento nessuno aveva creato. Da lì anche il nome. Un vecchio clipper che portava il the e il cotone dalle Americhe all’Inghilterra naufragò fuori Boston alla fine dell’Ottocento. Il nonno era un grande collezionista di antichità marittime e si imbatté nei legni di quel veliero: comprò tutto, la barca si chiamava Paul&Shark. In più nel 1975 uscì il film Lo squalo, che fu un successo, mio padre si chiamava Paolo, si era chiuso il cerchio. Ebbero consigli per il logo da un parente che lavorava nella stessa agenzia di pubblicità che creò la silhouette della bottiglia della Coca Cola. Il logo è lo stesso anche per le co-lab, che hanno la funzione di mettere ancora più in evidenza la storia e il Dna del nostro marchio».

A proposito di co-lab, la più importante è quella firmata Greg Lauren, artista e nipote di Ralph Lauren.

«Ne abbiamo diverse. Greg ha dimostrato un grandissimo rispetto ed entusiasmo per ciò che Paul&Shark rappresenta ed è riuscito a creare una perfetta alchimia fra la sua visione e il marchio. È un’amante del mare e la collezione che porta il suo nome è un mix di marina che interpreta in modo distruttivo. Lui è famoso per il suo modo di distruggere i capi e poi rimetterli insieme. La prima volta che è arrivato in azienda ha preso un paio di forbici e ha tagliato a metà un doppiopetto di panno: ho avuto un sussulto, pensavo a quanto era costato produrlo. Poi ha preso un giubbotto di denim comprato ai mercatini di Los Angeles, ha tagliato anche quello e li ha uniti. Ci vidi qualcosa di magico, un capo che sia io sia i miei figli avremmo potuto indossare. Un Dna che era il suo ma anche il nostro».

Lei quando è entrato in azienda?

«Il giorno in cui sono nato, e non è una battuta. Fino ai 10 anni ho vissuto sopra l’impresa. Quando ho iniziato a camminare, l’ho fatto lì, in fabbrica. L’unica passione che mi instillò mio nonno era l’idea di far parte del business di famiglia a prescindere da quale fosse l’oggetto. Passavo ore a fargli compagnia e mi parlava del senso di un’impresa di famiglia. Non è stato un amore per la moda, avrei deciso di lavorare in quest’azienda anche se avessimo prodotto bulloni per l’onore di continuare la tradizione».

Ecosostenibilità, un tema che portate avanti da tempo.

«Parola abusata. Tra poco diventa anche brutta. Il nostro progetto è serio e dopo questo iniziale momento in cui tutti fanno tutto sostenibile, credo che il mercato inizierà a capire chi lo fa in modo serio e chi no. Stanno nascendo delle società per certificare la filiera. Da cinque anni lavoriamo silenziosamente sulla trasformazione dell’azienda, non si possono fare capi sostenibili con un’azienda che inquina. Sono sei i pilastri del nostro progetto. Lana riciclata tenendo conto che le tecnologie a oggi sono applicabili solo alla lana cardata e non pettinata; per queste abbiamo iniziato un altro progetto cruelty free trovando un accordo con un allevamento in Tasmania che certifica che la pecora venga tosata a mano con le forbici. Piuma 100% riciclata, un terzo da capi di abbigliamento, un terzo dai divani e un terzo dai piumini. La grande novità è la tecnologia che permette di suddividere le piume da un punto di vista qualitativo. La nostra giubbotteria: per il 75% è fatta con tessuti di poliestere che nascono da un filo ricavato dalle bottiglie di plastica che galleggiano sul mare, grazie a un accordo stipulato con un’azienda giapponese. E poi il cotone organico, certificato da una cooperativa di coltivatori del delta del Nilo in una zona in cui l’acqua è purissima. Parte del ricavato serve per finanziare le scuole locali. L’ultimo pilastro è rappresentato dalle tasche interne dei nostri giubbotti, quelle in cui normalmente un uomo mette il cellulare, foderate con un tessuto di alluminio che scherma le onde elettromagnetiche. In questo modo il telefonino prende ma non è nocivo per il cuore. Ho diverse attenzioni perché sono convinto che la potenza dei cellulari possa davvero fare male».

Quali sono i numeri di Paul&Shark?

«Abbiamo circa 500 dipendenti e siamo presenti in 73 Paesi con 250 negozi monomarca, 250 shop in shop e circa 3.000 punti vendita multibrand. Esportiamo per il 90%, forse anche di più. Probabilmente le proprie affinità personali contano, io amo viaggiare e questa vocazione viene trasmessa anche nell’espansione dell’azienda».

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