Hamas sfida Israele. «La presa di Gaza? Non una passeggiata»
Benjamin Netanyahu (Getty)
  • I terroristi invocano la resistenza contro l’occupazione. J. D. Vance: «Usa in disaccordo con Benjamin Netanyahu, ma no alla Palestina Stato».
  • Friederich Merz boccia il piano «incomprensibile» di Gerusalemme nella Striscia. Elly Schlein: «Giorgia Meloni che fa?». Il premier: «Lavoro per la pace».

Lo speciale contiene due articoli

Il gabinetto di sicurezza israeliano ha dato luce verde a un piano militare che prevede la presa di Gaza City da parte delle forze armate, segnando una nuova e controversa fase del conflitto in corso nella Striscia. La decisione, maturata al termine di una lunga riunione, arriva dopo che Benjamin Netanyahu ha ribadito la volontà di esercitare il controllo sull’intera enclave palestinese, sfidando le crescenti pressioni della comunità internazionale per un cessate il fuoco. Il premier israeliano ha inoltre specificato che Israele manterrà una zona di sicurezza lungo il perimetro del territorio, sottolineando l’obiettivo strategico dell’operazione: «Liberare Gaza dal giogo di Hamas».

La linea dura adottata da Netanyahu non raccoglie un consenso unanime all’interno del Paese. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha espresso preoccupazioni concrete circa l’operazione, avvertendo che una conquista totale di Gaza comporterebbe rischi elevati per gli ostaggi ancora detenuti da Hamas. «Non vi è alcuna garanzia che non subiscano danni», ha dichiarato. Zamir ha inoltre elencato i potenziali costi: perdite tra le truppe, logoramento dell’apparato militare, esaurimento delle risorse strategiche e l’inevitabile aggravarsi della crisi umanitaria. Alcuni ministri, critici nei confronti dell’operazione denominata «Carri di Gedeone», sostengono che gli obiettivi principali – la liberazione degli ostaggi e la resa di Hamas – non siano ancora stati raggiunti. Zamir, difendendo l’efficacia delle operazioni condotte finora, ha tuttavia affermato che «sono state poste le condizioni per un possibile ritorno degli ostaggi». Sebbene i dettagli completi dell’offensiva non siano stati resi pubblici, fonti della sicurezza israeliana riferiscono che la prima fase del piano prevede lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di civili da Gaza City entro il 7 ottobre.

Dopo l’evacuazione, l’esercito istituirebbe campi temporanei con ospedali da campo, centri per la distribuzione degli aiuti e nuove strutture di accoglienza. La fase successiva dovrebbe spingersi verso le aree centrali della Striscia, ancora relativamente intatte, spostando quasi completamente la popolazione verso Sud. Secondo alcuni analisti, l’intento di Israele è quello di incrementare la pressione su Hamas per spingerlo a riprendere i negoziati e accettare le condizioni imposte da Israele e Usa. L’avanzata potrebbe dunque essere sospesa qualora emergano spiragli di un’intesa. Hamas ha replicato con toni duri: «L’occupazione di Gaza non sarà una passeggiata». In un comunicato il gruppo jihadista ha dichiarato di essere «pronto a un accordo per la liberazione degli ostaggi», condizionando però la disponibilità a un cessate il fuoco e al ritiro delle truppe israeliane. «Siamo sempre aperti al dialogo», si legge nella nota, «ma l’occupazione comporterà un prezzo altissimo».

L’Autorità nazionale palestinese ha definito la decisione israeliana un «crimine a tutti gli effetti», accusando Tel Aviv di perseguire una strategia di disumanizzazione e annientamento. Sulla stessa linea anche l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk, che ha chiesto «l’immediata sospensione del piano di conquista totale», giudicandolo in violazione della sentenza della Corte internazionale di giustizia, secondo la quale Israele dovrebbe porre fine all’occupazione. Dura anche la reazione del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha invitato il governo israeliano a «riconsiderare la decisione di estendere l’operazione militare a Gaza». In un post su X, Von der Leyen ha chiesto «un cessate il fuoco immediato» e ha sottolineato la necessità di «garantire un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari». Ha inoltre ribadito che «tutti gli ostaggi devono essere rilasciati senza ulteriori ritardi».

Contrarietà al piano israeliano è stata espressa anche da diversi Stati, tra cui Australia, Arabia Saudita, Belgio, Egitto, Germania, Regno Unito, Spagna e Turchia. Regno Unito, Francia, Danimarca, Grecia e Slovenia hanno chiesto una riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu in merito al piano israeliano di occupazione di Gaza.

La richiesta ha ottenuto il sostegno dell’Algeria, riferiscono fonti diplomatiche delle Nazioni Unite. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato su X: «Le condanne e le minacce di sanzioni da parte di alcuni Paesi non indeboliranno la nostra determinazione. Sono finiti i giorni in cui gli ebrei restavano inermi». Anche gli Stati Uniti, che restano il principale fornitore di armi a Israele, hanno espresso riserve. Durante una visita nel Regno Unito, il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato che l’amministrazione Trump è «in disaccordo» con Tel Aviv sull’estensione delle operazioni a Gaza City. «Condividiamo gli obiettivi generali», ha detto, «ma non le modalità con cui perseguirli». Vance ha inoltre messo in discussione la possibilità di riconoscere uno Stato palestinese, dichiarando che «non ha senso parlarne finché non esiste un’entità politica in grado di amministrarlo».

Secondo quanto riportato dalla Nbc, Donald Trump avrebbe avuto un duro confronto telefonico con Netanyahu il 28 luglio, dopo che quest’ultimo aveva pubblicamente negato l’esistenza di una crisi alimentare a Gaza. Trump ha parlato di «vera inedia» e ha accusato Netanyahu di ignorare le prove.

Quando il premier ha definito le immagini di bambini denutriti «propaganda di Hamas», Trump lo ha interrotto, alzando la voce e ribadendo che i suoi consiglieri avevano confermato gravi problemi di fame, specie tra i minori.

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