Usa e Londra mollano la mania verde. La Bce insiste a soffocare l’economia
Dopo lo stop della Fed, anche la Boe annuncia il freno alle politiche ecologiche: la priorità andrà ai mercati. Nell’Ue un’alleanza transnazionale di destra può fermare la deriva, in scia ai governatori repubblicani.

Dopo la Fed americana, anche la Banca centrale inglese prende atto delle follie green. Rendendo note le ultime minute, la Boe guidata da Andrew Bailey ha fatto sapere che d’ora in avanti taglierà gran parte delle attività mirate a spingere il piede sulla transizione ecologica. «I programmi climatici», si legge, scivoleranno in fondo all’agenda di lavoro, mentre la Boe alzerà il livello di attenzione sulle altre «attività primarie, quali la stabilità finanziaria, la politica monetaria e la tutela dei mercati». L’attuale governatore smentisce, dunque, l’impulso del predecessore, Mark Carney, che negli ultimi anni del mandato aveva addirittura sviluppato specifici stress test per spingere aziende, banche e fondi nella direzione green, la stessa verso cui Christine Lagarde ha detto di voler infilare gran parte dei settori produttivi del Vecchio continente. Il titolare della Bce da una decina di mesi a questa parte non nasconde nemmeno più di perseguire un mandato politico, esplicitato anche da rappresentanti delle nostre istituzioni finanziarie. Cioè, l’inflazione aiuta la transizione ecologica. A spiegarlo benissimo era stato lo scorso anno il direttore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini.

In occasione di un convegno bocciò i sussidi per famiglie e imprese in difficoltà perché, aveva spiegato, «pesano sul futuro dei giovani». Fin qui, nulla di eccezionale. Il braccio destro di Ignazio Visco aggiunse però che i prezzi energetici «devono crescere per raggiungere i nostri obiettivi di lungo termine nella transizione climatica, obiettivi che l’attuale transizione rende ancora più vitali». Parole scioccanti e anticipatrici delle mosse della Bce. Transizione spinta e uso del rialzo dei tassi per smontare la ricchezza posseduta e far transitare aziende e famiglie verso nuovi modelli economici e sociali.

Un vero e proprio circolo vizioso che sta mietendo le prime vittime anche in Italia. Così, dopo la presa di posizione della Gran Bretagna, appare chiaro che l’asse anglosassone si sta unendo e posizionando su un fianco opposto rispetto a Francoforte. Jerome Powell, presidente della Fed, ha infatti affermato che i regolatori delle valute mondiali dovrebbero «attenersi al proprio lavoro» anziché perseguire politiche dirette alla ricerca di «benefici sociali percepiti», come quelli inerenti alla questione climatica. «Non siamo e non saremo dei policymaker del clima», ha detto Powell. Questo perché la Fed dopo una serie di sbandate sembra aver compreso che il compito da perseguire è quello della «massima occupazione e della stabilità dei prezzi». La Bce invece, intrisa del mandato di Bruxelles, vuole sostenere a tutti i costi la politica economica dell’area dell’euro e quindi applicare il modello di transizione spinta, contraddicendo proprie posizioni risalenti al 2021. All’epoca premiò un ricercatore della London business school, Diego Kanzig, per aver compreso le conseguenze economiche del prezzo del carbonio. Il paper non era esclusivamente dedicato agli effetti degli Ets, ma più in generale ai rischi delle politiche green.

Il giovane economista anticipò esattamente la tempesta energetica, sociale e finanziaria in cui ci troviamo adesso. «In che modo il prezzo del carbonio influisce sull’economia?», si chiedeva. «Riesce a ridurre le emissioni e come influisce sulla disuguaglianza economica?». La risposta è tutt’altro che banale e disegna per filo e per segno la crisi che stiamo vivendo. Per Kanzig il combinato disposto di politiche fiscali green e prezzi elevati del carbonio contribuisce ad alzare l’inflazione e a ridurre il tasso di occupazione, spaccando per di più la società tra sempre più poveri e sempre più ricchi. Esattamente quanto Fed e Boe sembrano aver capito facendo marcia indietro. Al contrario la Bce, la stessa che nel 2021 premiava il giovane economista per l’allarme lanciato, insiste ad andare nella direzione segnata dal cartello «Ambiente e povertà». Ed è quindi chiaro che può essere rimessa in riga soltanto con una spinta politica forte. E qui alcuni Stati Usa possono aiutare a comprendere che siamo in tempo per sterzare ed evitare di andare dietro al cartello dell’Esg, acronimo che sta per Environmental, social, and corporate governance, come fosse un vincolo di fede. La summa del pensiero green o, come lo chiamano ormai in Florida dove governa Ron Desanctis, «green woke». Citiamo il governatore di Tallahassee non a caso.

Negli Usa almeno 19 Stati stanno redigendo direttive per evitare che fondi pensione e altre grosse entità investano in fondi che spingono verso la transizione forzata, impoverendo il tessuto industriale locale. Uno studio della Fed di Chicago e della Pennsylvania Whartom school, con l’obiettivo di smontare le mosse dei politici repubblicani, spiega che nel 2021 il Texas, primo Paese ad approvare una tale direttiva, ha speso in interessi sul proprio debito tra i 300 e i 500 milioni di dollari in più. Sicuramente è vero. Ma ciò che i governanti repubblicani sostengono è la tutela dell’economia reale. Esattamente ciò che tocca affrontare da domani in occasione della plenaria sulle norme Ue per la casa green e poi dalla prossima settimana sullo stop ai motori a scoppio. Serve un’alleanza a livello transnazionale tra i partiti dell’Ecr per bloccare il «green woke».

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