«Fatture false dei Renzi per pagare il mutuo»
I genitori dell’ex premier avrebbero usato l’«ingiusto profitto», ottenuto con un progetto di tre paginette per un centro commerciale, al fine di saldare le rate di un finanziamento. Sono accusati di operazioni fittizie per 195.200 euro.

Da sei mesi Tiziano Renzi e Laura Bovoli, i genitori di Matteo, sono indagati per l’emissione di due fatture per presunte operazioni inesistenti del valore di 195.200 euro. Ora, si scopre che secondo l’accusa i due avrebbero commesso il reato e incassato l’«ingiusto profitto» per pagare un finanziamento dell’Unicredit. Sono queste le conclusioni a cui è giunta la Procura di Firenze con il supporto della Guardia di finanza. Infatti prima di inviare l’avviso di chiusura indagini ai coniugi Renzi lo scorso 18 aprile, la pm Christine von Borries ha atteso l’arrivo dell’ultima preziosa annotazione delle fiamme gialle, protocollata il 9 aprile, quella che dovrebbe aver ricostruito come siano stati impiegati i fondi trasferiti alle aziende dei Renzi (la Eventi 6 e la Party srl) dalla Tramor srl dell’imprenditore Luigi Dagostino, coindagato nell’inchiesta. Gli investigatori nel documento sono partiti esaminando il finanziamento più cospicuo, quello da 170.800 (140.000 più Iva) che la Tramor ha pagato per uno studio di fattibilità di un’opera mai realizzata. Il 22 luglio 2015 il bonifico è giunto sul conto della Eventi 6, aperto presso il Credito cooperativo Valdarno fiorentino Banca di Cascia. Il 6 agosto dallo stesso conto sono partiti 100.000 euro in direzione di un conto Unicredit cointestato a Tiziano e Laura con la causale «restituzione finanziamenti». In effetti il 27 gennaio 2014 la Eventi 6 aveva comunicato all’Anagrafe tributaria di aver ricevuto dal socio Laura Bovoli 213.000 euro, indicando come data di riferimento il 24 dicembre 2012, la vigilia di Natale. I finanzieri annotano che quel bonifico da 100.000 euro «non avrebbe potuto essere eseguito in tale misura» in quanto il conto non era abbastanza «capiente». Con la stessa motivazione, «restituzione finanziamenti», sono arrivati alla Eventi 6 sul conto Unicredit altri due bonifici, uno da 30.000 euro nel novembre 2015 e un altro da 66.300 nel gennaio 2017: in tutto 196.300 euro di restituzione finanziamenti, quasi la stessa cifra incassata dalla Tramor. Contestualmente dal conto Unicredit, così rimpinguato, a partire dal novembre 30 novembre 2015 escono 177.799,49 euro in 28 rate per la restituzione di un finanziamento ottenuto dalla stessa banca. Sul conto entrano anche 164.828 euro che rappresentano 27 buste paga della Bovoli in qualità di amministratore dell’azienda (circa 6.100 euro al mese). Il 10 agosto 2015 la Eventi 6 ha pagato anche due fatture per complessivi 51.000 euro emesse il 30 giugno 2015 dalla Marmodiv, la cooperativa gemella della Eventi 6.

Nella loro recentissima annotazione i finanzieri hanno analizzato anche l’impiego dei 24.400 euro della seconda fattura pagata dalla Tramor: la metà è stata versata dalla Party srl a una cooperativa fiorentina specializzata in servizi di pulizia.

Quindi secondo gli inquirenti la maggior parte del denaro della Tramor sarebbe stato accantonato per pagare a rate un finanziamento bancario precedentemente utilizzato. Ora gli indagati dovranno spiegare perché la Tramor abbia dato tutti quei soldi alla Eventi 6. La Verità aveva raccontato a novembre che Tiziano Renzi aveva riferito all’amico Andrea Bacci questa versione: «C’era un fornitore che aveva bisogno di fare delle fatture un po’ più alte e io gliele ho pagate, poi lui mi ha restituito la differenza così… quindi avevo questi soldi e non sapevo come fare… in azienda c’era bisogno». Ma per gli inquirenti dietro al denaro di Dagostino potrebbe esserci un aiuto per mettere un po’ a posto i conti e far fronte al finanziamento dell’Unicredit e non una semplice copertura per far rientrare dei soldi (in questo caso dei Renzi) incassati in nero. Che sia vera l’ipotesi degli inquirenti o la presunta versione di babbo Renzi risulta comunque ingiustificato il pagamento di 195.200 euro per due studi di fattibilità per opere collegate a un outlet del gusto mai realizzato. Addirittura i Renzi avrebbero inviato tre diverse versioni della fattura più cospicua (con cifra oscillante tra i 100 e i 140.000) allegando a parziale giustificazione del pagamento tre paginette di relazione e 5 piantine, del valore di 21.350 euro a foglio.

Il progetto prevedeva la realizzazione di un piccolo «Taste Mall» all’interno di una casa colonica e di un fienile a due passi dell’outlet del lusso di Reggello (paese al confine con Rignano sull’Arno). Secondo l’autore dello studio nel centro commerciale in zona manca un’offerta di caffetteria-ristorazione con la selezione delle migliori marche del made in Italy, «adeguata alla clientela e soprattutto al livello qualitativo dei suoi brand». Il turista, in particolare quello asiatico, dovrebbe «trovare nell’ambiente quei servizi che psicologicamente gli consentono di muoversi in piena tranquillità, ma anche nelle migliori condizioni possibili di predisposizione e stimolo all’acquisto», insomma nel rispetto del «trend psicologico del The Mall». Grazie all’ideona dei Renzi i tre milioni di visitatori avrebbero dovuto «trovare una “satisfaction” adeguata sia in termini di qualità che di immagine». Come? Semplice: per esempio il «dehors» avrebbe dovuto essere «adeguato alle diverse esigenze stagionali: ovvero perfettamente scaldato durante l’inverno e aperto durante l’estate»; nell’area verde, invece, i tavolini andavano «protetti da ombrelloni che conferiscono visibilità ed eleganza a una struttura semplice e accogliente». Intuizioni pagate a peso d’oro e purtroppo mai realizzate.

Da non perdere

Giglio magico

Tutti i buchi della difesa d’ufficio di Open

Il Rottamatore corre in soccorso della fondazione citando l'articolo 3 dello statuto, che indica come scopo l'attività politica. Peccato che quello che conta non è l'obiettivo teorico, ma i modi con cui sarebbe stato perseguito. Questi enti si muovono in…