Faida Pd, indagine per minacce alla Marini
L’ipotesi al vaglio di Raffaele Cantone dopo lo scoop della «Verità»: l’ex presidente pressata dal Pd per l’esplosione di Sanitopoli.

Le elezioni sono passate, ma i problemi per il Pd potrebbero non essere terminati. Nel partito guidato (per ora) da Enrico Letta si annuncia un pesante regolamento di conti tra leader e correnti. Niente di nuovo per la verità. Come dimostra un’inchiesta in corso a Perugia di cui i giornali non hanno mai parlato. Mercoledì l’ex governatrice Pd della Regione Umbria, Catiuscia Marini, è entrata in Procura verso le 15 e ne è uscita quasi cinque ore dopo, quando il sole era già tramontato da un pezzo.

L’ex presidente è stata convocata dal procuratore Raffaele Cantone per parlare di una questione delicata su cui ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di minacce, per ora senza indagati. Anche se a essere chiamati in causa, come vedremo, non sono soggetti anonimi, bensì l’ex segretario Pd Nicola Zingaretti e il tesoriere del partito Walter Verini, i quali, citando asserite «fonti giudiziarie», avrebbero messo alle strette la Marini, costringendola a dare le dimissioni, dopo che la stessa era risultata indagata per concorso in abuso di ufficio e falso nella cosiddetta inchiesta Sanitopoli.

Al faccia a faccia di mercoledì il procuratore non era affiancato da altri magistrati, ma solo dalla polizia giudiziaria. Il capo degli inquirenti da tempo ha deciso di aprire tutti i cassetti del suo ufficio per capire se le indagini siano sempre state condotte a regola d’arte.

A luglio ha avviato un’indagine su Raffaele Guadagno, l’ex cancelliere che entrava e usciva a suo piacimento dai database della Procura per motivi ancora da chiarire. L’ex dipendente è indagato per rivelazione di segreto a seguito delle fughe di notizie sulla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla cosiddetta loggia Ungheria.

Guadagno a un certo punto scrisse anche alla Marini su Messenger: «Non ti dovevi dimettere. Un giorno se vuoi possiamo prendere un caffè». Aveva scoperto qualche «spiffero» che aveva contribuito a disarcionare la governatrice?

Non lo sappiamo perché la Marini non andò al bar con Guadagno. In compenso l’ex presidente dell’Umbria ha spiegato in Procura che quando è uscita sui giornali la notizia dell’indagine sul cancelliere le sono tornati alla mente quel messaggio e le «strane» pressioni che aveva subito dal suo partito affinché si dimettesse. Una vicenda che avevamo ricostruito nel dettaglio il 15 agosto scorso. E proprio a seguito di quell’articolo la Procura ha deciso di aprire un fascicolo, ipotizzando le minacce, e il 26 ottobre ha convocato la Marini per avere conferma di quanto scritto dalla Verità e per capire se quelle presunte pressioni configurino un reato o non facciano piuttosto parte di una normale, seppur aspra, dialettica politica.

La Marini ha ripetuto al magistrato, quasi per filo e per segno, quanto già riportato dal nostro giornale, di cui ha confermato la fedele ricostruzione, oltre ad aggiungere ulteriori nomi e dettagli. La testimone ha condiviso con il magistrato l’amarezza per l’essere stata messa alla porta dai vertici del suo stesso partito, in nome di fantomatiche «fonti giudiziarie», mentre a colleghi governatori di altre Regioni, nella sua stessa situazione, non veniva chiesto nessun passo indietro.

Da tempo, la Marini va spiegando di aver sentito puzza di bruciato già nel momento in cui apprese da un giornale che uno dei suoi più stretti collaboratori, il suo consigliere politico Valentino Valentini, sarebbe stato in procinto di coordinare la campagna di Zingaretti per le primarie. Sospetti che crebbero al momento degli arresti per Sanitopoli: Valentini venne convocato alla Guardia di finanza e con la sua testimonianza chiamò in causa la sua vecchia capa; poi sparì dall’esistenza della stessa per non ricomparire più neanche per gli auguri di Natale, nonostante fosse stato l’ombra della governatrice per nove anni.

In aula, durante il processo per Sanitopoli, lo scorso settembre, la Marini ha rilasciato spontanee dichiarazioni e ha raccontato lo «scontro feroce» che ebbe con Valentini, prima che questi venisse compulsato dalla polizia giudiziaria. «Perché c’è questo scontro feroce con Valentini? Perché lui decide autonomamente, senza informare il presidente della Regione, senza informare nessuno del gabinetto, che lui avrebbe, parallelamente all’attività conferitagli dalla presidente, svolto anche una funzione di primissimo piano» per il «presidente di un’altra Regione». Una decisione che avrebbe lasciato interdetta la Marini, al punto da farle avere «uno scontro molto aspro» con Valentini in Regione, davanti a testimoni. Nell’occasione l’allora presidente avrebbe posto al suo collaboratore un aut aut che avrebbe generato «frizioni». «Io lo richiamo anche alla non ingerenza. Ingerenze che poi si sono sviluppate, guarda caso, proprio nel momento in cui emerge l’indagine» ha dichiarato la Marini, alludendo al Pd nazionale. Quindi ha aggiunto: «Ma su questo ci saranno altri momenti nei quali lo potremo chiarire con la mia difesa e insieme anche ai miei testimoni».

La sera del 16 aprile 2019 la Marini avrebbe dato le dimissioni (poi ritirate e successivamente confermate) solo perché pressata da Verini, in quale era giunto da Roma in veste di commissario (incarico affidatogli dopo l’arresto del segretario regionale nell’inchiesta Sanitopoli) ed era rimasto nell’ufficio della governatrice dalla mattina alla sera, facendo anche da ponte per una telefonata di Zingaretti, il quale avrebbe offerto alla Marini un posto nella segreteria del Pd in cambio dell’addio alla poltrona di governatrice.

Zingaretti e Verini avrebbero cercato di convincere la compagna di partito a rassegnare le dimissioni facendo riferimento a prossimi «sviluppi» dell’inchiesta a carico della collega e citando, come detto, «fonti giudiziarie» non meglio identificate.

Il 2 maggio 2019 la Marini si era recata anche nell’ufficio romano del segretario Zingaretti. Per i primi 5-10 minuti i due sarebbero rimasti da soli e poi la donna avrebbe preteso che all’incontro partecipasse pure il suo avvocato.

L’ex presidente in Procura ha fatto l’elenco dei testimoni in grado di confermare quanto da lei riferito. Persone informate sui fatti che Cantone probabilmente sentirà nelle prossime settimane. E anche se non sarà facile per i pm dimostrare che le frasi di Zingaretti e Verini costituirono vere e proprie minacce questa vicenda rappresenta comunque una pagina triste per il Pd nazionale. Un episodio di giustizialismo partitico basato su anonime «fonti giudiziarie». Gli inquirenti cercheranno di individuarle? Noi possiamo solo registrare che il procuratore Luigi De Ficchy dopo l’esplosione di Sanitopoli o Concorsopoli, le dimissioni della Marini e la vittoria della Lega alle regionali si prese qualche merito, come riportato dal sito Umbria24: «Concorsopoli ha avuto certamente un impatto molto importante sull’Umbria» disse. «Ovviamente quello che è successo alle elezioni in parte è collegato al fatto che i cittadini sono venuti a conoscenza di un certo modo di condurre determinate situazioni con metodi illeciti […] un sistema riformato dall’esterno? Dall’interno spesso non si riesce a vedere e a mettere in moto certi meccanismi di catarsi e così la “purificazione” viene fatta spesso dall’esterno. Ma ciò viene fatto sempre con l’aiuto dell’interno». Quell’«aiuto interno» arrivò da Perugia o direttamente da Roma, magari da largo del Nazareno? Le indagini dovranno chiarirlo, anche se non sarà semplice.

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