Sono la locomotiva del Paese e versano 19 miliardi di imposte contro i 186 milioni delle filiali italiane dei colossi online. Secondo l’ideologia dominante il nostro problema è la mancanza di grandi gruppi. Ma lavoro ed erario si reggono con le piccole imprese.

Le piccole e medie imprese sono la colonna vertebrale della nostra economia e anche delle casse dello Stato. Eppure ancora c’è chi, invece di guardare alla realtà, gioca a immaginare uno scenario diverso e, in taluni casi, arriva ad affermare che la nostra economia dovrebbe prendere esempio da quelle di alcuni Paesi europei.

In altre parole, da anni ci fracassano le balle sul fatto che in Italia le piccole e medie imprese non crescono, sono sotto-capitalizzate, che ci vorrebbe un numero più alto di grandi imprese, che tutto questo provoca uno svantaggio sull’economia del nostro Paese a favore dei concorrenti. A parte che l’asserto sarebbe stato ed è tutto da verificare, ma pur dandolo per buono ci sono molte cose che non tornano.

Intanto, negli ultimi quattro anni, le vendite all’estero di beni italiani sono cresciute complessivamente del 13,8%, a prezzi costanti, nonostante la tragica caduta del 2020. Questo risultato risulta nettamente migliore di quello della Spagna (7,6%), e soprattutto della Germania (patria delle grandi e grandissime imprese europee) e della Francia (-4,7%). Le esportazioni tedesche e francesi si sono posizionate ancora sotto i livelli pre-Covid.

Intanto, sempre per chiarire le cose, la Commissione europea ha rivisto la crescita dell’Italia, nell’anno in corso, portandola dall’1% all’1,2% e sorpassando, così, le previsioni di Francia (0,7%), Germania (che si ferma a uno striminzito 0,2%), Regno Unito (-0,2%) e Giappone (+1,1%). Ci supererebbero solo gli Stati Uniti con l’1,4%.

ATTORE PRINCIPALE

Chi è l’attore principale, indispensabile, insostituibile di questi risultati che hanno dello straordinario? La piccola e media impresa, le strabenedette Pmi. Quelle che i cervelloni giudicano come la causa di un maggiore mancato sviluppo dell’Italia. E qui solo per fermarci ai dati che riguardano l’economia reale, quella di mercato. Se poi passiamo all’economia pubblica in termini di contributo fiscale allo Stato, l’ufficio studi della Cgia di Mestre ci fornisce alcuni dati, che sono sintetizzabili così: le piccole imprese pagano 19 miliardi di tasse in più rispetto ai giganti del web e del software presenti in Italia. È pur vero che queste multinazionali godono di una tassazione privilegiata per evitare la loro delocalizzazione versi Paesi meno esosi, ma è anche vero che alla fine le piccole imprese pagano quasi il 50% di tasse sul fatturato e le multinazionali pagano un risicato 34%. E la progressività che impone la nostra Costituzione dov’è andata a finire? Chi guadagna di più paga di meno e viceversa, il contrario di quello che dovrebbe accadere: non secondo La Verità, ma secondo la Costituzione della Repubblica italiana.

Nel 2020 le nostre piccole e medie imprese con un fatturato inferiore ai 5 milioni di euro hanno versato 19,3 miliardi di euro all’erario. Nel 2021 le 25 filiali italiane delle multinazionali del web e del software hanno versato nelle casse dello Stato 186 milioni di euro: cioè, le nostre imprese hanno pagato 19,1 miliardi in più; i 3 milioni di piccole imprese, sempre nel 2020, anno nel quale molte di esse hanno chiuso causa Covid, hanno generato un fatturato di 735,8 miliardi di tasse. Le multinazionali del WebSoft hanno registrato nel 2021 un fatturato nel nostro Paese di 8,3 miliardi di euro, con 23.000 addetti occupati.

E poi sarebbero le grandi realtà a generare il nostro fatturato nazionale, cioè il Pil.

Modello economico

Questi sono numeri e in quanto tali sono bastardi, non consentono tante elucubrazioni fantascientifiche, sono fotografie senza l’utilizzo del photoshop (in questo caso non l’hanno ancora inventato e non lo inventeranno mai). L’ideologia della mancanza in Italia delle grandi imprese stenta a capire questi numeri perché ha in mente un altro tipo di modello economico, c’è una forte nostalgia delle imprese pubbliche o a partecipazione statale che da un certo punto in poi erano diventate agenzie di collocamento e che quindi si trasformavano in bacini di raccolta del consenso per le elezioni.

Di fronte a questi dati fuori dall’ordinario non rimane molto da ragionare, occorre favorire chi versa più tasse e chi produce occupazione e fatturato nonostante le dimensioni ridotte. Questo vuol dire usare il pugno duro contro le grandi imprese? No, sarebbe da perfetti imbecilli. Significa mettere le piccole imprese in condizione da poter produrre di più essendo certi che togliendo un po’ di peso dagli zaini che portano sulle spalle, correrebbero ancora di più.

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