- In Italia soffrono i settori della plastica riciclata e del riuso tessile. Pure chi ridà vita alla carta da macero è travolto da norme ecologiche pesanti. Nella mobilità elettrica a due ruote le aziende sono finite in crisi.
- L’Ets 2, il sistema Ue pensato (male) per costringere aziende e famiglie a passare alle rinnovabili, si estende anche all’edilizia residenziale e ai semplici autotrasportatori. Risultato: il prezzo del metano salirà del 35%, carburanti più cari di 17 cent/litro.
Lo speciale contiene due articoli
Doveva essere la grande occasione per l’industria europea, ma la transizione ecologica rischia di trasformarsi in una corsa a ostacoli che penalizza proprio chi ha deciso di investire nella sostenibilità. Dalla plastica al tessile, dalla carta al settore della mobilità elettrica, le imprese italiane che hanno creduto nel «green deal» europeo denunciano una realtà sempre più difficile: norme rigide, costi energetici insostenibili e concorrenza extraeuropea stanno minando le basi economiche della transizione.
Le aziende del riciclo della plastica, per esempio, sono in piena crisi. «Non è una difficoltà improvvisa, ma ormai è esplosa», avverte Walter Regis, presidente di Assorimap parlando al Sole24Ore, che rappresenta il 90% del settore con 350 imprese e 10.000 addetti. Il costo di produzione della plastica riciclata in Italia è triplicato rispetto a Turchia e Cina e cinque volte superiore a quello del Vietnam. Il Pet riciclato si paga oggi tra 1.400 e 1.500 euro a tonnellata, contro gli 800-900 del vergine europeo e i 500 di quello asiatico. «Così non è sostenibile: rischiamo un tappo alla raccolta dei rifiuti», denuncia Regis. In Europa, dal 2023, hanno già chiuso quaranta impianti di riciclo, due dei quali in Italia. Le aziende del comparto, che dal 2022 hanno perso il 30% del fatturato, chiedono incentivi mirati e il riconoscimento dei risparmi energetici e ambientali generati dal riciclato. Ma per ora la risposta resta appesa ai tavoli del Mase.
Anche il riutilizzo tessile è in sofferenza. Secondo l’Osservatorio Ipsos per Erion Textiles, ogni italiano ha eliminato in un anno una media di 7,6 capi d’abbigliamento, una montagna di abiti di scarsa qualità che ingolfa i centri di raccolta e non trova sbocco sul mercato. «La filiera è schiacciata da prodotti di poco valore, difficili da rivendere e costosi da smaltire», spiega Andrea Fluttero, presidente di Unirau, l’associazione dei raccoglitori di abiti usati. In attesa dell’introduzione del sistema europeo di responsabilità estesa del produttore (la cosiddetta Epr), che dovrebbe imporre ai brand di contribuire ai costi del riciclo, il comparto sopravvive tra perdite e magazzini pieni. «Senza un sostegno immediato, il rischio è che il riuso diventi antieconomico», avverte Fluttero.
A fare eccezione, almeno ufficialmente, è il settore della carta da macero, che continua a distinguersi come una delle eccellenze italiane. Secondo il rapporto Unirima 2024, l’Italia è il secondo produttore europeo dopo la Germania, con 6,8 milioni di tonnellate e un tasso di riciclo dell’85,8%, superiore agli obiettivi europei fissati per il 2030. Ma anche qui la stabilità è solo apparente: la volatilità dei prezzi, i costi energetici e le tensioni geopolitiche hanno reso il mercato sempre più incerto. Nel 2025 il valore medio della carta riciclata è crollato da 115 a 50 euro a tonnellata in pochi mesi. Il comparto è dunque virtuoso ma sempre più appesantito. Da cosa? Oltre il 90% delle imprese censite da Unirima ha la percezione che l’onere burocratico sia aumentato «in modo significativo» o «moderato» tra il 2022 e il 2024. Tra le aree più problematiche figurano gli adempimenti ambientali, indicati da oltre la metà degli intervistati, che comprendono modelli unici di dichiarazioni, autorizzazioni e sistemi di gestione per qualità e ambiente. Anche qui, insomma, il green fa male a veri e propri campioni dell’economia circolare.
Se andiamo su strada, capitolo mobilità elettrica, le notizie sono ancora più brutte. Crisi profonde hanno interessato marchi made in Italy che hanno scommesso sulle due ruote a batteria. Nel 2024 è fallita Energica Motor Company, pioniera delle moto elettriche ad alte prestazioni, con asset valutati 5,7 milioni di euro e un patrimonio tecnologico di livello tra brevetti, software e know-how industriale. L’azienda modenese però potrebbe rinascere. Sì, ma grazie a investitori di Singapore interessati al marchio. Chi invece sta provando una seconda, difficile, vita è Estrima. Il gruppo della micro-mobilità elettrica noto per il veicolo Birò, in estate ha concluso positivamente il percorso di composizione negoziata della crisi con le banche. L’accordo consentirà all’azienda di concentrarsi sul piano industriale e sul rilancio delle attività e di superare un peggioramento dei numeri: il bilancio 2024 di Estrima si era chiuso con una perdita di 2,1 milioni di euro, un valore della produzione è stato di 31,9 milioni (in calo rispetto ai 44,4 milioni del 2023), principalmente a causa del rallentamento dell’economia tedesca e della congiuntura internazionale.
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