«Mo’ è venuto Michele Emiliano, mo! Al lavoro mi venne a trovare… mi abbracciò e mi baciò». Parola di Gaetano Strisciuglio, figlio di Franco, lo storico reggente del clan barese che nel mondo della mala tutti chiamano «La Luna». Gaetano è indagato nell’ultima inchiesta sugli intrallazzi elettorali dei clan (sui quali il Viminale ha deciso di vederci chiaro) per aver promesso voti a Giacomo Olivieri, l’ex consigliere regionale con un passato da diplomatico bulgaro e sloveno e marito di Maria Carmen Lorusso, entrata in Consiglio comunale con l’ipotizzata compravendita di voti con il centrodestra e poi passata al centrosinistra a sostegno del sindaco Antonio Decaro). Il rampollo degli Strisciuglio, gruppo criminale nato alla fine degli anni Novanta da una scissione con i Capriati e indicato come uno dei più potenti e sanguinari del territorio barese, era a telefono con Michele Nacci, il secondo dei non eletti nella lista Di Rella sindaco nel 2019. Stando all’accusa, Gaetano Strisciuglio si sarebbe mosso in due quartieri controllati dal clan, quelli di San Paolo e di San Girolamo, per rastrellare preferenze «in cambio di denaro e altre utilità».
Tra le quali «la promessa di una sistemazione lavorativa» per sua madre. Nacci, invece, brigava per «la sua stabilizzazione lavorativa». Per lui spingeva anche un altro indagato: Mirko Massari, tra i grandi elettori della Lorusso, secondo l’accusa, ripagato con buoni spesa e buoni benzina. È Massari in una intercettazione a ricordare all’avvocato Olivieri che «Emiliano noi l’abbiamo portato al Cep». E il Cep, acronimo di Centro di edilizia popolare, altro non è che il quartiere San Paolo. Da posti come il Cep, a dire dei baresi, è meglio tenersi alla larga.
E mentre la visita a casa della sorella del boss Capriati di cui ha parlato sabato Emiliano dal palco della manifestazione a difesa di Antonio Decaro è stata smentita dalla diretta interessata, Emanuella Capriati, sorella di Tonino, ritenuto lo storico boss di Bari vecchia, che, come ricostruisce la Gazzetta del Mezzogiorno non è «incensurata», come invece sostenuto da Emiliano («non ha precedenti per mafia», riporta la Gazzetta, «ma è stata arrestata e condannata più volte per furti nei negozi, ha a suo carico denunce per evasione ed è la madre di Francesco Annoscia, uno dei condannati per l’omicidio di Michele Fazio, il sedicenne ucciso per sbaglio nel 2001»), e che ai microfoni del Tg1 ha detto di non aver «mai visto né Decaro né Emiliano», aggiungendo anche che «se noi andiamo da lui nemmeno ci riceve», è proprio il governatore a rivendicarla.
Anche lui ha scelto i microfoni del Tg1: «Noi abbiamo deciso di istituire la Ztl a Bari Vecchia. E io e Antonio (Decaro, ndr), più Antonio di me, abbiamo girato per Bari Vecchia in lungo e in largo per spiegare le ragioni del provvedimento. In una di queste occasioni, ho certamente parlato con la signora Capriati».
E probabilmente sempre durante le gite elettorali deve essersi ritrovato, almeno stando a quanto sostiene l’indagato, nell’ufficio di Gaetano Strisciuglio. Che a 12 giorni dal voto, cioè quando la campagna elettorale è nel clou, raccoglie delle confidenze dall’avvocato Olivieri sulle questioni più delicate, ovvero voti e soldi: «Io per primo, per movimentare 500 euro di merda di buoni benzina, 600 euro di buoni benzina devo fare bene i conti… e fai non fai la fattura… Ora hanno fottuto Emiliano, col telefonino». E Strisciuglio: «È vero, eh?». L’avvocato quindi «illustra ai suoi interlocutori alcuni tecnicismi su come salvare i dati custoditi nel telefonino».
Proprio per evitare quello che a loro dire sarebbe accaduto a Emiliano: «Olivieri», annotano gli inquirenti, «evidenzia che i dati non devono essere salvati sulla memoria cloud ma solo su quella del telefono onde evitare, a suo dire, che i dati possano essere recuperati nel caso di eventuali attività d’indagine». Ma dagli atti dell’inchiesta emerge che, oltre alla Lorusso, c’era anche un altro uomo pronto a saltare dall’altra parte della barricata: Mario Visciglia, candidato pure lui e non entrato in consiglio comunale (un politico che secondo gli investigatori «ha palesato ritrosia nell’utilizzare il classico sistema di comunicazione telefonica, ricorrendovi solo in maniera sporadica»).
Secondo un accordo, emerge dai documenti, quest’ultimo sarebbe dovuto arrivare al traguardo come il primo dei non eletti della lista Pasquale Di Rella, in modo che la Lorusso, una volta eletta al Consiglio regionale, gli avrebbe potuto lasciare il posto in Consiglio comunale. In realtà non tutto deve essere andato per il verso giusto.
E sono gli uomini del clan a commentare con Tommaso Lovreglio, nipote del boss Savino Parisi e dipendente dell’Amtab, la municipalizzata dei trasporti finita in amministrazione controllata, il risultato di Visciglia. Mentre uno di loro deve aver mostrato la foto scattata nella cabina elettorale pronunciando queste parole, «questi ho votato… guarda…», Angela Parisi, zia di Lovreglio, lo riprende: «Che ti metti a fare le fotografie…».
Poi i tre cominciano a parlare del candidato ed è Tommaso Lovreglio ad affermare: «Visciglia è stato proprio tradito… quarto… quelli che non hanno due giorni di politica si sono messi là e sono arrivati secondi (il riferimento è a Nacci, ndr)». In un’altra intercettazione, però, Visciglia rivendica il suo ruolo: «Io il risultato mio l’ho fatto come sempre… non ho fatto una brutta figura… per uno che spende zero euro… adesso sanno che alle regionali hanno a che fare con me… sappi che chi prende 400 voti alle comunali senza spendere una lira vale 3.000 voti».
E probabilmente ha già in mente di bypassare Olivieri: «Io dopodomani mi devo vedere con Michele Emiliano… quindi… non è che sto alla speranza loro…». Le captazioni telefoniche hanno aggiornato gli inquirenti passo dopo passo.
E si è scoperto che «la conclusione della competizione elettorale, che ha visto la Lorusso essere eletta ricorrendo al voto di scambio politico mafioso, non rappresenta il punto terminale del progetto di inserirsi nei gangli vitali dell’amministrazione locale e di influenzare e provare a determinare le valutazioni del decisore pubblico». L’indagine racconta vari tentativi di cambiare casacca. E svela trattative e strategie. Con la politica spesso a braccetto con gli uomini dei clan.
Benito Visciglia, consigliere per la formazione politica di Realtà Italia, il movimento ideato e fondato da Olivieri, per esempio, parlava proprio con Tommaso Lovreglio.
E sperando in un ballottaggio spiega quali patti immagina di fare con gli avversari: «Vedi che noi 10.000 possiamo prendere, tanto abbiamo preso per Decaro. Poi vediamo… poi Tommaso se viene a dire a me «mi devi fare vincere…» «Sì vuoi fare il sindaco? sì! Mi devi dare il 50 per cento! Cinque assessori, due presidenti». Hai capito? Non come ha fatto Decaro con la coalizione, per ora siamo lista civica! Ora mi vuoi? mi devi dare 50 e 50! Tu fai il sindaco e vai vestito noi andiamo spogliati e ci prendiamo il 50 per cento. Tu che dici? È meglio fare i terzi o i primi? Conviene fare i terzi! Al ballottaggio ragioniamo».
Ed è a questo punto che la preoccupazione degli inquirenti deve essersi innalzata, al punto da averli portati a mettere nero su bianco, in una richiesta di proroga delle intercettazioni, queste valutazioni: «È forte la sensazione di trovarsi di fronte al prologo di uno scambio elettorale politico-mafioso, i cui contorni potranno essere definiti grazie alla prosecuzione dell’attività d’indagine. Continuare a indagare per scongiurare che ombre sinistre condizionino la libera consultazione elettorale». Finì con l’elezione a consigliere comunale della Lorusso.
«Un’aggravante», secondo la Procura antimafia barese che ha puntato i riflettori sui suoi grandi elettori: «Soggetti contigui o appartenenti ad associazioni mafiose operanti nei quartieri della città di Bari, in cambio della consegna di somme di danaro o comunque del conseguimento di altre utilità».
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