Il disastro era scontato ma tacevano tutti
Quando, a maggio 2020, il Conte bis varò il decreto per il superbonus, né stampa né tecnici obiettarono che sarebbe costato tanto e avrebbe funzionato poco. L’allora premier gongolava senza contraddittorio su «Repubblica». E il «nemico» Matteo Renzi lo spalleggiava.

Siamo davanti a un grande classico, un evergreen della politica e dei media italici. Giorgia Meloni si è assunta la responsabilità di decidere ciò che tutti sapevano andasse fatto (cioè fermare la spirale infinita del superbonus) ma che nessuno osava neanche sussurrare per non incorrere nemmeno in un minuto di possibile impopolarità. E allora che si fa adesso? Si elogia forse la leader di Fdi? Neanche a pensarci. Semmai, parte la solita collaudatissima campagna per mettere a nudo i problemi veri o presunti del governo: perché abbia agito così, come la prenderanno quelli di Forza Italia, come reagiranno i costruttori, che contraccolpi ci saranno in termini di consenso.

Ma non c’è quasi nessuno che si prenda la briga di andare a ricostruire come si comportarono – allora – i soloni di oggi. Proviamo a farlo qui, ricordando – per prima cosa – che l’esecutivo che varò il provvedimento era il secondo governo di Giuseppe Conte, quello giallorosso, sostenuto da M5S, Pd, Leu e Italia viva di Matteo Renzi. Soggetti proponenti del provvedimento furono Conte stesso (con grande spinta del grillino Riccardo Fraccaro) e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri (Pd), attuale sindaco di Roma.

Tanto per non perdere le cattive abitudini, il cdm decisivo, concluso con la consueta approvazione «salvo intese», cioè a scatola chiusa, si tenne il 13 maggio 2020. La riunione fu interrotta dall’ennesima indimenticabile televendita di Conte, che si precipitò in tv a vendere un provvedimento ancora inesistente. Alcuni giorni dopo, nella successiva esibizione in conferenza stampa, cioè sabato sera, Conte disse che «pensava» che il dl sarebbe apparso in Gazzetta il giorno dopo. Cosa che in realtà accadde solo il 19 maggio.

Ora non saremo così autoreferenziali da citare questo stesso giornale. Possiamo solo dirvi che, per tutto il mese di maggio 2020, La Verità andò coerentemente all’attacco del governo. In primo luogo, contro i ritardi dell’esecutivo (il decreto doveva originariamente chiamarsi «aprile», ma la gestazione fu disastrosa); in secondo luogo, contro la logica dei bonus complessivamente intesa; in terzo luogo, contro il solito metodo delle bozze fatte circolare per giorni (a un certo punto circolò una megabozza di 766 pagine, un mattone capace di superare le 650 pagine di Delitto e castigo); in quarto luogo, contro la mancanza di un disegno coerente di politica economica (si era in presenza di un patchwork confuso e casuale di misure, incluso il flop del bonus vacanze). E naturalmente esprimemmo scetticismo sul superbonus che – scrivemmo testualmente – «rischia di funzionare poco e costare molto». Avevamo visto giusto.

Ma, tranne La Verità, quasi nessuno sollevò critiche. Diamo volentieri atto al Foglio di aver pubblicato in quegli stessi giorni una coerente analisi critica, titolata «Buone ragioni per diffidare dall’ecobonus», definito «un premio alla dissipazione delle risorse». Ma, con queste singole eccezioni, il provvedimento ebbe copertura pressoché generale. Per trovare un’altra critica affilata fu necessario attendere quasi un anno e mezzo, fino all’ottobre del 2021, quando Federico Fubini sul Corsera parlò di «dubbi sui costi» ed evocò il «moral hazard». Ma si era già sotto il governo di Mario Draghi, quando l’aria era cambiata: sì, il provvedimento sarebbe stato confermato e per alcuni versi esteso, ma con incessanti e caotiche novità normative, e poche settimane dopo (novembre 2021) il direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini sarebbe andato in tv da Lucia Annunziata a denunciare il rischio di frodi.

Ma tutti gli altri, tornando al maggio 2020? Gran silenzio sia politico sia mediatico. I giornaloni fischiettavano perfino rispetto alla gestazione complicatissima del provvedimento. Ma per il resto, visto il sostegno quasi unanime alla linea chiusurista sul Covid, non eccepivano su nulla. Anzi, il Corriere, il 21 maggio, sembrava dolersi del fatto che l’ecobonus non fosse «per tutti gli immobili e nemmeno per tutti i contribuenti». E giù l’elenco delle esclusioni: immobili legati ad attività d’impresa, case unifamiliari che non fossero abitazione principale. Quanto a Repubblica, il 22 maggio, ospitava un «colloquio» quasi trionfalistico con Conte («Il momento è eccezionale, lo dicono i numeri»). E ancora: «Il premier Conte prova a guardare il bicchiere mezzo pieno: il Paese è ripartito».

Quanto al Pd, era schiacciatissimo pro Conte. E pure Renzi, che oggi alimenta la narrazione della sua dura lotta con Conte (che effettivamente contribuì a defenestrare, ma solo nel febbraio del 2021…), in quei giorni in realtà salvava l’esecutivo a guida grillina votando contro le mozioni di sfiducia presentate dal centrodestra contro il Guardasigilli, Alfonso Bonafede. E tutti i retroscena erano centrati sulle contropartite che Italia viva avrebbe potuto vantare ed eventualmente ottenere dopo quel voto.

E per il resto era tutto un elogio della linea chiusurista. Il Corsera, portandosi avanti con il lavoro, già dal 20 maggio attaccava in prima pagina la decisione del centrodestra di organizzare una manifestazione per il successivo 2 giugno. Poi la manifestazione si tenne, e i giornali cosiddetti maggiori e la maggioranza giallorossa si scatenarono all’unisono, parlando di «assembramento senza regole» e perfino di «focolaio». Ma questa è storia che i lettori della Verità ricordano fin troppo bene.

Tornando al superbonus, il mutismo generale sarebbe proseguito fino all’ultima campagna elettorale, quando Conte girava l’Italia ripetendo il suo leggendario avverbio «gratuitamente».

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