Sisma politico in Turingia. Il neo presidente del Land, il liberale Thomas Kemmerich, ha annunciato ieri le proprie dimissioni, dopo neanche 24 ore dalla sua elezione. «Lo scioglimento del Landtag è inevitabile e le dimissioni del presidente sono inevitabili. I partiti democratici hanno bisogno di maggioranze democratiche, che in questo parlamentino evidentemente non si possono avere», ha dichiarato. Saranno quindi indette nuove elezioni. Il subitaneo passo indietro di Kemmerich costituisce soltanto l’apice di una crisi politica che, partendo dalla Turingia, aveva finito con l’investire rapidamente anche Berlino.
L’elezione del liberale era infatti avvenuta grazie al fondamentale appoggio dei nazionalisti di Alternative für Deutschland: un partito con cui, sinora, le altre forze politiche tedesche hanno sempre evitato di allearsi. La convergenza con i liberali aveva per questo causato un autentico putiferio. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, aveva definito l’elezione di Kemmerich «imperdonabile», parlando inoltre di «brutto giorno per la democrazia». Durissimo il commento del Partito socialdemocratico, che è andato all’attacco dei liberali e della stessa Cdu, rea di aver sostenuto a livello locale il presidente dimissionario della Turingia. Elemento, quest’ultimo, che aveva messo in imbarazzo la Merkel: quella Merkel che – ricordiamolo – a livello nazionale è dal 2018 a capo di un esecutivo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici.
Ora, quanto accaduto in Turingia può portare ad alcune interessanti considerazioni. In primo luogo, il ruolo decisivo che la Merkel ha svolto nelle dimissioni di Kemmerich mostra una rinnovata centralità della cancelliera all’interno della Cdu, oscurando nei fatti la sua (teorica) delfina e attuale presidentessa del partito, Annegret Kramp-Karrenbauer. La Merkel ne ha quindi approfittato per ribadire la propria posizione di forza all’interno della sua compagine. In secondo luogo, un ulteriore aspetto da rilevare risiede nella tipologia di condotta politica portata avanti dalla cancelliera. Sconfessando Kemmerich, la Merkel ha ribadito la sua ormai classica linea di estromissione dell’Afd dall’arco costituzionale: una conventio ad excludendum a cui la leader democristiana non ha alcuna intenzione di rinunciare, sulla base della considerazione che non si debba trattare con gli estremisti. Il punto è che un simile approccio manicheo può rivelarsi alla lunga non poco problematico. Al netto di alcuni aspetti controversi, non bisogna trascurare che l’Afd risulti oggi un partito dalla notevole forza politica: alle elezioni federali del 2017 ha preso oltre il 12% dei voti, mentre alle ultime europee ha sfiorato l’11%. A questo si aggiunga che gran parte della sua base elettorale sia collocata nella Germania orientale (soprattutto in Bandeburgo e Sassonia), affondando le proprie radici nelle fasce sociali in maggiore difficoltà.
In tal senso, la scelta di isolare aprioristicamente questa forza politica rischia di rivelarsi un boomerang per la cancelliera e gli altri partiti istituzionali, alimentando la dicotomia tra i ceti abbienti e quelli impoveriti, oltre che una progressiva ondata di risentimento contro l’establishment. Una situazione che abbiamo del resto già riscontrato negli Stati Uniti quattro anni fa, quando Hillary Clinton definì gli elettori di Donald Trump – spesso appartenenti alle classi deboli – spregiativamente dei «miserevoli», spianando così ulteriormente la strada del tycoon verso la Casa Bianca. La Merkel dovrebbe quindi fare estrema attenzione a questo precedente. Così come dovrebbe ricordare che quando Bismarck cercò di mettere i bastoni tra le ruote al Partito socialista nel 1878 non fece altro che rafforzarlo ulteriormente.
Si rende quindi evidente la differenza sostanziale con quello che fu il più raffinato approccio di Silvio Berlusconi: quel Berlusconi che – nei suoi esecutivi – ebbe modo di governare in coalizione con due partiti originariamente antisistema come Alleanza nazionale e la Lega Nord. La strategia dello «sdoganamento» si rivelò particolarmente efficace per ridurre le tensioni di natura sociopolitica: cooptare quelle due forze all’interno delle istituzioni consentì di incanalare e smorzare la loro anima più battagliera. E permise inoltre di dare voce alle classi sociali che in quelle due stesse forze si riconoscevano. Insomma, l’intuizione di Berlusconi fu quella di capire che la ghettizzazione non avrebbe fatto che accrescere rancore e spirito di rivalsa. Un pericolo che si sarebbe dovuto disinnescare alla base. E questo spiega l’elasticità della leadership del Cavaliere, che riusciva ad alternare fasi di carattere istituzionale ad altre dal sapore antisistema.
Un’elasticità che oggi manca alla Merkel: una Merkel che – è vero – governa con i socialdemocratici. Solo che oggi quegli stessi socialdemocratici vengono percepiti come espressione dell’establishment e – conseguentemente – in profonda distonia con i ceti che un tempo rappresentavano: basti del resto pensare ai risultati ben poco lusinghieri che hanno raccolto alle ultime elezioni europee. Il punto è che la cancelliera non ha troppa intenzione di dar voce ai pressanti problemi socioeconomici che attanagliano la parte orientale del suo Paese: problemi che scalfiscono l’immagine di una Germania economicamente solida.
Anziché quindi affrontare queste questioni nella loro complessità, la tendenza sembra quella di nascondere la polvere sotto il tappeto.
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