Spalancare i confini è un suicidio: è la storia romana a insegnarcelo
Ansa
La scelta degli imperatori di ricorrere agli «innesti» delle popolazioni barbariche non solo non risolse la crisi delle nascite, ma provocò pure il collasso dell’esercito. Coi migranti oggi non andrebbe meglio.

In un articolo comparso su Il Messaggero del 23 aprile scorso sotto il titolo «L’occupazione in crisi e la lezione dei Romani», Giuseppe Vegas, nell’affrontare il problema dei rapporti tra crisi occupazionale e calo demografico, osserva, ad un certo punto, che «un forte incremento delle nascite è sì indispensabile ma non sarebbe in grado di invertire dall’oggi al domani il trend demografico sfavorevole». E aggiunge, poco dopo, che «occorrerebbe affrontare lo spinoso problema dell’immigrazione nella consapevolezza che non è possibile accogliere tutti né respingere tutti»; il che dovrebbe indurre a «definire strumenti per agevolare l’ingresso nel nostro territorio di lavoratori qualificati o comunque disponibili a contribuire ai processi produttivi nazionali».

Difficile non essere d’accordo su posizioni così ragionevoli ed equilibrate che, del resto, appaiono in perfetta sintonia con gli obiettivi dichiaratamente perseguiti dal governo. Questo, infatti, non pretende certo di eliminare l’immigrazione, volendo soltanto che essa non assuma – come invece ha assunto – i caratteri dell’invasione incontrollata. Ma si oppone, nel contempo, alla visione di una gran parte della sinistra secondo cui l’immigrazione sarebbe l’unico possibile ed accettabile rimedio alla crisi demografica, per cui sarebbe «disgustoso» e «suprematista» (parole della neo segretaria del partito democratico, Elly Schlein) affermare, come ha fatto il povero ministro Lollobrigida, che, per evitare la «sostituzione etnica» del popolo italiano, dovrebbe affiancarsi, ad una politica di regolamentazione dell’immigrazione, anche quella volta a favorire un aumento della natalità.

L’analisi di Vegas si mostra anch’essa, però, criticabile, laddove, nella parte finale, a sostegno dell’assunto secondo cui sarebbe anche necessario «affrontare con realismo e senza pregiudizi il problema della cittadinanza», si conclude con un richiamo agli antichi Romani, i quali – si afferma – «non si fecero scrupoli» e «su questo fronte hanno molto da insegnarci».

Non viene, per la verità, specificato quale sarebbe, esattamente, l’esempio lasciatoci dagli antichi Romani ed al quale sarebbe auspicabile ispirarsi. Appare tuttavia presumibile che l’autore dell’articolo abbia inteso riferirsi alla Constitutio antoniniana con la quale, nell’anno 212 d.C., l’imperatore Antonino Caracalla stabilì che la cittadinanza romana, fino ad allora limitata (salvo eccezioni) agli italici, fosse estesa a tutti indistintamente gli uomini liberi (cioè non schiavi) che abitavano le varie province dell’impero, ad esclusione soltanto dei c.d. dediticii; categoria, quest’ultima, sulla cui definizione non vi è accordo fra gli studiosi e sulla quale, comunque, non è qui il caso di soffermarsi.

Se così è, però, il richiamo non appare del tutto appropriato, per la semplice ragione che, come si è appena detto, il provvedimento in questione riguardava soltanto i soggetti appartenenti alle popolazioni già stabilmente stanziate entro i confini dell’impero e non coloro che, più o meno legalmente, provenissero dall’esterno. E questo sarebbe, invece, proprio il caso degli immigrati in Italia ai quali, pressoché automaticamente, dopo un non lungo periodo di permanenza, si vorrebbe, negli auspici della sinistra, che fosse conferita la cittadinanza italiana.

Ma, se vogliamo restare alla storia romana, è proprio da essa che possono trarsi, per converso, inquietanti ammonimenti circa le conseguenze alle quali può portare una politica di facile accoglienza degli stranieri, anche quando sia motivata da ragioni che, in sé e per sé, abbiano un qualche fondamento. Occorre ricordare, infatti, che, a partire, grosso modo, dalla seconda metà del terzo secolo, per varie ragioni, tra cui, in particolare – guarda caso – una grave crisi demografica, gli imperatori cominciarono a fare un sempre più massiccio ricorso, per rimpolpare i ruoli delle legioni, alle popolazioni barbariche che, come «federate», erano state accolte entro i confini dell’impero, una volta ritenutosi che era impossibile o troppo difficile ricacciarle indietro dopo che li avevano, senza permesso, varcati. E questo processo portò a far sì che, nel giro di meno di un secolo, l’esercito imperiale conservasse, di romano, soltanto il nome, essendo di fatto composto, pressoché nella sua totalità, fino ai più alti gradi, di barbari, i quali prestavano obbedienza (quando la prestavano) soltanto ai capi del loro stesso gruppo etnico e non all’imperatore, chiunque egli fosse.

I Goti che, per la prima volta dopo circa otto secoli, invasero e saccheggiarono, nell’anno 410, la città di Roma, erano capeggiati da quello stesso Alarico che era stato formalmente investito, dall’imperatore d’Oriente, della carica di «magister militum per Illirichum», cioè di comandante militare nella provincia dell’Illiria, e che riteneva di essere stato defraudato di quanto, a suo giudizio, gli sarebbe stato dovuto per i servizi resi all’impero. E gli Eruli, il cui capo Odoacre depose, nell’anno 476, l’ultimo imperatore romano d’Occidente, erano da tempo stanziati in Italia come forza militare formalmente al servizio di quello stesso imperatore. Già in precedenza, del resto, per circa quindici anni, era stato il barbaro Ricimero, quale comandante in capo di un esercito formato anch’esso da barbari, ad esercitare, di fatto, il potere supremo, sotto l’egida di imperatori da lui, a suo piacimento, nominati o deposti.

Questi precedenti, pur se risalenti nel tempo, dovrebbero bastare a far riflettere quanti si sentissero tentati di condividere il garrulo e giulivo entusiasmo con il quale, in un articolo comparso anch’esso il 23 aprile scorso, stavolta su Repubblica, a firma di Antonello Guerrera, si presenta il fatto che, in Gran Bretagna, indicata come esempio di una società felicemente multietnica, siano di origine straniera molti tra coloro che occupano posti di comando, a cominciare dall’attuale primo ministro, Rishi Sunak, indiano di nascita. Certo, nessuno si sogna di vedere in costui un nuovo, possibile Odoacre che scacci dal trono, così lungamente atteso, il Re Carlo III. Ma le frane, com’è noto, iniziano quasi sempre con l’inavvertito scivolamento di un sassolino e, quando poi si manifestano, si rivelano, il più delle volte, inarrestabili.

Pietro Dubolino, presidente di sezione a riposo della Corte di cassazione

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