Utilizzavano diversi profili social, tutti con identità diverse, per la loro propaganda alla jihad. Le indagini della Procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, ha portato all’arresto di due cittadini del Bangladesh accusati di apologia e istigazione a commettere delitti legati al terrorismo. Si tratta di Himel Ahmed di 21 anni e Munna Tapader di 18 anni. Secondo l’accusa i due avrebbero diffuso materiale di propaganda dello Stato islamico e inneggiato alla jihad, ma anche «al martirio e all’uso della violenza indiscriminata con l’aggravante di avere utilizzato strumenti informatici». I giovani sono stati posti agli arresti domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico. Gli inquirenti hanno accertato come, in più occasioni, i due bangladesi avrebbero pubblicamente fatto apologia del terrorismo, inneggiando, esaltando e istigando la violenza come strumento di lotta contro l’Occidente. Dall’inchiesta della Dda è emerso che erano soliti pubblicare sui loro profili social copioso materiale contenente richiami alla «severa punizione» da infliggere a «tutti i miscredenti». In particolare, i due giovani «utilizzavano una pluralità» di profili su Tik Tok, Facebook e Instagram, quasi tutti con nomi diversi e, quindi, con identità fake. I numerosi documenti che gli arrestati cercavano sul web è risultato essere tutto materiale di propaganda e di indottrinamento con l’esaltazione dell’Isis. I giovani, scrive il gip di Palermo nel provvedimento, spesso hanno ascoltato e diffuso proclami e messaggi dal contenuto istigatorio alla violenza, al martirio e all’autolesionismo. Tutto ciò è il segnale evidente «di un’adesione ideologica radicata e profonda, più che di un interesse conoscitivo». Nel corso delle indagini la Digos ha trovato, nella memoria dei dispositivi usati dai due indagati, diversi video e post relativi a sermoni religiosi, canti jihadisti, molti dei quali con ripetute esaltazioni dei martiri della jihad. Ad esempio, Ahmed Himel si faceva aiutare anche dall’Intelligenza artificiale alla quale chiedeva «dove colpire una persona per paralizzarla». Gli investigatori hanno analizzato la cronologia dell’app di ChatGPT. Mentre Munna Tapader pubblicava come propria immagine di copertina una bandiera nera con scritto in arabo «Califfato. Siamo entrati nella terra del grembo di nostra madre per il martirio-Al Mahmud». I poliziotti hanno poi trovato diversi video tra i quali un reel contenente immagini che si riferivano all’attacco del 7 ottobre, correlato da un nasheed (canto islamico spesso dal contenuto religioso) jihadista intitolato «prenditi il nostro sangue». Altro video, significativo ai fini delle indagini, è quello che ritrae i combattenti intenti a compiere esecuzioni di massa. Diversi i post pubblicati e incentrati sulle vittime palestinesi di Gaza con frasi di disprezzo per l’America e Israele e con minacce di imminente «vendetta per il sangue versato dal popolo di Gaza in nome di Allah». L’analisi dei dispositivi sequestrati agli indagati ha confermato la loro postura radicale e la possibile imminente concreta attivazione. Uno degli indagati si era iscritto con il nick name «Osama Bin» a un canale privato di un noto social nel quale veniva diffuso materiale audio, video e documenti per la formazione e l’addestramento di combattenti Jihadisti. I due arrestati sono stati sottoposti ai domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico poiché il gip ha ritenuto sussistente il pericolo di reiterazione dei reati e soprattutto che i due possano completare il loro percorso di radicalizzazione, ponendo in essere «azioni costituenti attentati alla incolumità e all’ordine pubblico».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >