- Un sussidiario tesse l’elogio di chi porta le sue aziende all’estero: «Pagano poco i lavoratori? Sempre meglio che niente» E persino le invasioni barbariche vengono rivalutate come banali spostamenti di uomini in cerca di una vita migliore.
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Lo speciale contiene due articoli
«La guerra è pace… la schiavitù è libertà», insegnava il ministero della Verità nel 1984 di George Orwell. «La delocalizzazione è bene» e «gli unni ci pagheranno le pensioni», sembrano essere i degni corollari agli slogan del Grande fratello. Peccato che il sistema totalitario descritto dall’autore britannico fosse una escogitazione letteraria, spinta anche a un certo eccesso, mentre i brani tratti da alcuni libri di scuola in circolazione rappresentano bene gli eccessi della ideologia oggi dominante nella realtà.
Nei giorni scorsi una pagina Facebook, «Ufficio Sinistri», ha portato all’attenzione un brano del sussidiario di educazione tecnica per le scuole medie Leonardo. Le stanze della tecnologia, pubblicato dalla De Agostini in cui si affronta il delicato problema della delocalizzazione. È sembrato che il sussidiario desse una interpretazione un po’ troppo idilliaca dello spostamento di aziende verso il terzo mondo. Scrivono infatti gli autori Benedetti e Romiti che quella dinamica rappresenta «un vantaggio per l’azienda, che in questo modo riduce il costo della risorsa lavoro e può quindi offrire il suo prodotto a un prezzo più basso, risultando più competitiva». Certo… tante cose nella vita rappresentano un vantaggio anche se non vengono considerate tanto meritevoli da essere proposte in quanto tali a una classe di scolari: allacciare il proprio impianto-luce al contatore del vicino. O, per fare esempi più in grande stile: se sei una banca, rastrellare i risparmi di una vita di lavoratori e pensionati per utilizzarli in speculazioni non proprio oculate…
Insomma, bisogna capire di chi è il vantaggio e soprattutto farlo capire a chi, all’età di 10 o 12 anni, non ha ancora gli anticorpi intellettuali per smascherare gli egoismi economici. Il sussidiario prosegue: «La delocalizzazione è un bene anche per il Paese in cui la produzione viene trasferita perché in quell’area vengono creati nuovi posti di lavoro che, per quanto poco pagati, sono sempre meglio della disoccupazione». Questa frase, circolando su Facebook, ha suscitato reazioni oscillanti tra lo sdegno e lo sberleffo satirico. Agli autori che suggerivano il fatto che una manciata di dollari di salario fossero comunque meglio della morte di inedia, molti commentatori hanno risposto con il classico grido di Fantozzi: «Come è umano lei!».
A dire il vero gli autori, equilibrando le precedenti affermazioni, proseguono scrivendo: «Nel Paese di origine del prodotto si crea invece un grosso problema, perché qui, in seguito al trasferimento della produzione, le fabbriche chiudono e le persone che vi erano impiegate si ritrovano all’improvviso senza lavoro». Insomma alla fin fine si ammette che il vantaggio è immenso per i «megadirettori» che delocalizzano, è risicato per la manodopera delle aree marginali, e che la vera fregatura è tutta per le regioni di antica industrializzazione che vedono allontanarsi gli impianti di produzione industriale come la nave dell’Olandese volante di Richard Wagner. Una precisazione conclusiva che magari non sarà degna del genio di LeonardoDa Vinci, a cui il sussidiario si intitola, ma che almeno ha il merito di ricollocarsi nel range di un elementare buon senso. Invece, i freni inibitori di ogni prudenza definitivamente si perdono e prevale il dogma più irrazionalista dell’ideologia oggi al potere.
Si sa, i «populisti» tendono a definire gli spostamenti incontrollati di popoli nella categoria delle invasioni.
È una esagerazione? Certo le immagini di bambini indifesi sui barconi difficilmente si conciliano con il ricordo atavico di feroci guerrieri alle porte della città; tuttavia se invece dei pochi bambini, lo sguardo si sofferma sui robusti giovani africani a bordo di canotti pilotati dalla mafia scafista, allora la tentazione di equiparare gli sbarchi alle arcaiche invasioni cresce. L’equiparazione diventa ancora più stringente se dalle parti di Gibilterra i «migranti» recidono con violenza i reticolati che la Spagna, meno misericordiosa di noi, costruisce per tentare una flebile difesa dai flussi. E tuttavia, mentre i censori dell’opinione pubblica severamente bacchettano chi osa paragonare migrazioni odierne e invasioni antiche, certi autori di manuali scolastici realizzano l’operazione inversa: tendono a mostrare che le invasioni barbariche del mondo antico furono fenomeni migratori tutto sommato «sostenibili».
Su manuali per le scuole dell’obbligo si possono trovare frasi del tipo: «Sarebbe più corretto parlare di migrazioni barbariche, proprio perché non interessarono solamente spietati guerrieri – che erano in minoranza – ma intere popolazioni di uomini, donne, vecchi e bambini che si spostavano in cerca di un luogo migliore dove vivere. I romani, però, la pensavano diversamente…». E chissà perché! Il sacco di Roma, la distruzione di una koinè politica e culturale millenaria, l’oscurarsi della civiltà urbana e la sincope della scienza di età antica che aveva raggiunto risultati strabilianti come la «macchina di Antikytera» vengono minimizzati con un riferimento dolciastro che dà i brividi, se rapportato, all’attualità: «C’erano anche donne e bambini». Anche Diego Fusaro ha notato come nei libri per le elementari Attila sia diventato un migrante, quasi un profugo. Il che paradossalmente conferma l’opinione di coloro che nei flussi incontrollati di oggi scorgono analogie con le invasioni di cui sono piene le pagine della storia.
Alfonso Piscitelli
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