Gli italiani sono un popolo paziente, lo prova il fatto che hanno sopportato per anni Matteo Renzi e la sua cerchia, lasciando che un tizio mai eletto durante una regolare consultazione elettorale occupasse la poltrona di presidente del Consiglio e perfino si auto incaricasse di riscrivere la Costituzione. Tuttavia, fossimo in Luigi Di Maio e Matteo Salvini non abuseremmo della pazienza dei connazionali, perché potrebbe esaurirsi all’improvviso. Sarà vero ciò che dice il capo pentastellato, ossia che «qui si sta rifacendo l’Italia» e dunque serve tempo per gettare le basi del nuovo governo, però 70 giorni possono apparire tanti, soprattutto se, dopo aver annunciato che entro domenica Lega e 5 stelle avrebbero comunicato il nome del futuro premier, alla fine si salgono le scale del Quirinale chiedendo «altro tempo per definire il programma», mentre si rinvia a data da destinarsi l’annuncio della squadra dei ministri che questo programma dovrà portare a compimento. Insomma, la pazienza è tanta, ma la misura è colma.
Lo confesso: anche io all’inizio ho guardato con interesse gli amorevoli approcci di Di Maio e Salvini, cercando di capire che cosa potesse nascere di buono da due tanto diversi. Tra il leader dei grillini e quello della Lega le distanze sono siderali e però, visto che questa è la farina per fare il pane che è passata dal convento, non restava che provare a impastare qualche cosa per comprendere se il risultato fosse commestibile. Così, negli ultimi due mesi, sono stato ad aspettare che si confrontassero, scambiandosi programmi e definendo equilibri. Ma a un certo punto ho pensato che la faccenda non sarebbe andata in porto, perché i protagonisti erano troppo distanti per riuscire a mettersi insieme. Come si fa a coniugare tagli fiscali con provvedimenti assistenziali? E con le opere pubbliche come procediamo? Le smantelliamo per favorire la decrescita felice o continuiamo a realizzare facendo crescere il Pil e dunque garantendo, invece del reddito di cittadinanza, il lavoro? Per questo sono stato a vedere come andava a finire, con un po’ di curiosità e anche un certo scetticismo.
E però, come in certe soap opera, dopo essere rimasto incollato alla sedia a seguire gli sviluppi della storia per scoprirne l’esito, alla millesima puntata della soap opera di Salvini e Di Maio non ne posso più. Troppi colpi di scena, troppi rinvii al giorno dopo, troppe interruzioni sul più bello, proprio al momento della formazione del nuovo governo. I due recitano la loro parte da vincitori, il primo a capo di una coalizione e l’altro di un movimento. Tuttavia, più passano i giorni più la recita sembra fiacca e non si vede l’ora che arrivi la parola fine.
Sono troppo pessimista, anzi troppo disfattista e vedo tutto nero? Non lo so. Se fosse possibile mi piacerebbe che mi smentissero e che il finale arrivasse domani con una grande sorpresa, ossia, con un nome per la poltrona più ambita, quella di presidente del Consiglio, che stupisse me e tutti gli italiani. Invece comincio a credere che non arriverà niente di sorprendente, perché il copione è scadente e non prevede un lieto fine. Mi sbaglio? Può essere e, come ho detto, in fondo me lo auguro. Tuttavia, dopo aver ascoltato i discorsi di Di Maio e Salvini appena usciti dal colloquio con il presidente della Repubblica, sono ancora più scettico. Il primo continua a ripetere come un disco rotto che siamo a una svolta epocale, che questo è il governo del cambiamento e servono altri giorni per arrivare alla svolta. Il suo è il tono di un inguaribile ottimista, oppure di uno che si sforza di sembrare tale, sapendo che la sconfitta per lui sarebbe una catastrofe, in quanto rimetterebbe in discussione anche la sua leadership dentro il Movimento, rimandandolo a casa. Il secondo, al contrario, mi è sembrato più realista e salutando i cronisti non ha nascosto le difficoltà, lasciando una porta aperta per squagliarsela nel caso in cui il governo non vada in porto.
Concluso il colloquio con Sergio Mattarella il capo della Lega ha parlato di qualche ora ancora per trovare «la quadra», ricorrendo a un’immagine bossiana. Poi si è lanciato in ringraziamenti a Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, ricordando di essere lì grazie alla coalizione. Come se non bastasse, ha aggiunto che se fosse per pura convenienza non farebbe nessun accordo con i 5 stelle, gettando poi lì nel programma di governo il tema della giustizia. Detto in poche parole, Salvini sembrava già in campagna elettorale, al punto da evocare, senza giri di parole, la possibilità di un fallimento. Andrà così? Non lo so, ma lo temo. Più che altro perché dopo la soap opera ci toccherebbe sorbirci un’altra campagna elettorale, con Matteo Renzi di nuovo fra i cosiddetti.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >