Il circo per soli ricchi finirà per uccidere l’essenza dello sport
Ansa
  • La Superlega si ispira al modello Nba, basato su guadagni e intrattenimento. Ma il pallone ha una storia tutta diversa.
  • Per ora non ci sono vincitori, ma le regole vanno ridefinite. Resta il nodo dei diritti tv.

Lo speciale contiene due articoli.

Risparmiateci un altro carrozzone per ricchi. In un gelido pomeriggio di gennaio di 38 anni fa il Como di Ottavio Bianchi fece l’impresa a San Siro contro il Milan: a -12 gradi vinse 2-0 non perché era più forte ma perché stava in piedi su ghiaccio grazie a tacchetti speciali che tutti avrebbero comprato. Nella stessa stagione il Verona di Osvaldo Bagnoli conquistò lo scudetto dando lezioni di calcio alle grandi con le incursioni sulle fasce di Hans Peter Briegel e Pietro Fanna, tattica che ancora oggi viene adottata (con nomi diversi ma con identica applicazione) dai top club di Champions. Quando si delira di Superlega, la memoria torna alla minilega, quella delle idee, del coraggio, degli esperimenti che mandano in corto circuito i diritti acquisiti. Il lampo di genio può arrivare dalla Steaua, dal Leicester, dall’Atalanta del Gasp ieri, dal Bologna di Thiago Motta oggi.

Ecco perché la sentenza trombonesca degli euroburocrati non convince. Ecco perché deprimere il pallone che arriva dal basso per privilegiare, fino al parossismo, il quinto Real Madrid-Juventus nella stessa stagione, è un alibi per cambiare sport. Per entrare nella PlayStation e adattarsi al modello americano dell’Nba, un circo Medrano ipertecnologico e miliardario che lo spettatore obnubilato dai pop-corn interpreta come un rodeo, andandosene dal Madison Square Garden nel terzo quarto perché gli parte l’ultimo metro per Staten Island. Nella Nba la regular season si trascina da novembre a marzo fra tiro a segno e schiacciate, dove nessuno difende perché, senza retrocessioni, l’adrenalina comincia a palesarsi verso aprile nelle semifinali di Conference.

La Superlega benedetta da Bruxelles finora è servita a scoprire che Andrea Agnelli conosce i testi degli U2 («Voglio abbattere i muri che mi trattengono dentro»). A parole si sono indignati quasi tutti, poi sarà la conta dei soldi a far pendere la bilancia. Uno dei pochi a entusiasmarsi è Aurelio De Laurentiis, che in un’intervista al Corriere dello Sport ha pronunciato, a sostegno della nuova Cosa, frasi che dovrebbero affossarla. «È un cambiamento epocale. La chiamerei Serie E, come Élite, fatta di sole squadre di città con un numero rilevante di tifosi. Un Palermo che dà garanzie economiche non può fare la trafila dalla Serie D. Un Bari che ha un bacino di 1.200.000 fans non può stare dove sta, mentre ti trovi in prima serie città di 20.000 abitanti che non fanno 10.000 biglietti».

Soldi per fare soldi per fare soldi, ma il calcio non è solo questa cosa qui. E se il Frosinone prende a schiaffi il Napoli in Coppa Italia significa che in quella partita è stato più bravo, che Eusebio Di Francesco ha incartato Walter Mazzarri. E l’exploit figlio esclusivamente del merito diventa un esempio per tutto il movimento. Non si tratta di difendere il bambino con un pallone che guarda il tramonto; l’immagine flou del conformismo dominante lasciamola ai politici. Si tratta di rispettare l’essenza del calcio. Quell’impasto di intensità, genialità, fatica, spirito di sacrificio che consentì (per esempio) al Malines di mettere alle corde il Milan più forte della storia portandolo ai supplementari nel 1990 e al Deportivo La Coruña di eliminarlo nel 2004.

La spiega facile, De Laurentiis. L’esempio del Bari è pure imbarazzante. Essendo di proprietà della Filmauro del presidente del Napoli, il club «deve» stare dove sta. Perché se salisse in Serie A lui dovrebbe venderlo, a meno che non voglia imporre regole da sceicco qatariota. Dice: ma la Fifa e l’Uefa «non hanno capito che il calcio è un’impresa e ha bisogno di fatturati crescenti». Vero fino a un certo punto perché alla fine si sono svegliate. I due padroni del pallone, da qualche anno sono entrati nell’ottica Superlega anticipandone pregi e difetti, quindi depotenziandone lo scopo.

La Fifa ha inventato il Mondiale per club con un helicopter money senza precedenti e l’Uefa ha varato la nuova Champions con più partite e premi molto più consistenti. Quest’ultima ha pure tollerato che società come Manchester City e Paris Saint Germain operassero sostanzialmente fuori dalle regole per costruire squadroni con opposti risultati. In Europa gli inglesi dominano, i francesi fanno ridere. Significa che neppure i budget illimitati – davanti ai quali si genuflettono i presidenti con l’acquolina – da soli fanno la differenza. È curioso che il campionato più ricco del pianeta, la Premier inglese, sia anche il più contrario alla Superlega. Forse perché è già una Superlega, dove negli ultimi dieci anni hanno vinto solo quattro squadre (sei volte il City, due il Chelsea, una Liverpool e Leicester).

È così importante il calcio delle società medie e piccole che perfino il cupo avvocato Alexander Ceferin ci è arrivato, escogitando la Conference League. Una coppa senza passato, in definitiva senza pretese (partecipa chi arriva sesto in campionato più le retrocesse dai playoff di Europa League, sai che sforzo), diventata improvvisamente un obiettivo internazionale. Ed è giusto così perché la Fiorentina ha reso felici i tifosi andando in finale quest’anno e José Mourinho (ormai in modalità Piangina Mou) nasconde dietro l’eco di quella coppa ipercelebrata il suo malinconico tramonto romano.

La Serie Élite è una vanzinata, risparmiateci un altro carrozzone per ricchi. Con una motivazione supplementare. L’Europa del ritorno al patto di stabilità, del Mes obbligatorio, del vincolo esterno anche sulla lunghezza delle zucchine ritiene che ci sia un «abuso di posizione dominante». Di altri. Forse perché l’unico che tollera, anzi adora, è il suo.

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