- Bibi Netanyahu durissimo dopo la richiesta di frenare la riforma della giustizia: «Non accettiamo delle pressioni, neanche da Paesi amici». E, nella stessa amministrazione dem, sono molte le voci critiche sull’uscita di Joe Biden.
- Dopo aver fatto da paciere tra Iran e Arabia Saudita, la Cina riesce a fare entrare quest’ultima nello Sco. Così il contrappeso economico-politico all’Occidente cresce.
Lo speciale contiene due articoli.
È uno scontro politico durissimo quello esploso, nelle scorse ore, tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano è andato all’attacco della riforma giudiziaria, promossa dal premier israeliano. «Spero che Netanyahu lasci perdere», ha detto l’inquilino della Casa Bianca. «Come tanti strenui sostenitori di Israele, sono molto preoccupato», ha proseguito, per poi aggiungere: «Non possono continuare su questa strada». «Si spera», ha continuato, «che il primo ministro agisca in modo da cercare di elaborare un vero compromesso, ma resta da vedere». Quando gli è poi stato chiesto se abbia intenzione di ricevere Netanyahu alla Casa Bianca, Biden ha risposto: «No, non nel breve termine». La replica del premier israeliano non si è fatta attendere. «Conosco il presidente Biden da oltre 40 anni e apprezzo il suo impegno di lunga data nei confronti di Israele», ha affermato. «L’ alleanza tra Israele e Stati Uniti è indissolubile e supera sempre le differenze occasionali tra di noi», ha continuato, per poi aggiungere: «Israele è un Paese sovrano che prende le sue decisioni per volontà del suo popolo e non sulla base di pressioni dall’estero, anche da parte dei migliori amici».
Secondo fonti ascoltate dal Times of Israel, la presa di posizione di Biden avrebbe «sorpreso» vari esponenti della sua stessa amministrazione: segno, questo, del fatto che – come su molti altri dossier internazionali – l’attuale governo americano risulta internamente diviso. La stessa testata ha inoltre riferito che, sulla base di pareri raccolti all’interno del Likud, Netanyahu non sarebbe granché impensierito dai commenti del presidente americano. Il premier israeliano considererebbe infatti Biden politicamente debole e starebbe probabilmente già scommettendo sulla vittoria di un candidato repubblicano alle elezioni presidenziali statunitensi del 2024.
Non è quindi forse un caso che Ron DeSantis si recherà in Israele a fine aprile. «In un momento di relazioni inutilmente tese tra Gerusalemme e Washington, la Florida funge da ponte tra il popolo americano e quello israeliano», ha dichiarato il governatore della Florida al Jerusalem Post. Pur non essendosi ancora ufficialmente candidato, DeSantis è considerato uno dei contendenti più seri per la nomination presidenziale repubblicana del 2024. Il suo viaggio israeliano potrebbe quindi avere un duplice significato. Se il governatore punta ad accrescere la sua credibilità internazionale in vista della sfida elettorale, Netanyahu vuole far capire a Biden di non temere le sue pressioni, puntando su altri interlocutori politici. D’altronde, pur potendo contare anche su alleati all’interno del Partito democratico, l’attuale premier israeliano ha sempre trovato nei repubblicani la propria principale sponda politica negli Stati Uniti. Netanyahu fu, non a caso, uno stretto alleato dell’allora presidente Donald Trump (sebbene quest’ultimo non gli abbia successivamente perdonato il fatto di essersi congratulato celermente con Biden per la vittoria elettorale nel novembre del 2020).
Come che sia, l’entrata a gamba tesa del presidente americano sulla riforma giudiziaria di Netanyahu offre almeno due spunti di riflessione. Primo: Biden ha commesso un’evidente ingerenza, intromettendosi in quello che, comunque la si possa pensare nel merito, è un problema tutto relativo alla politica interna israeliana. A pensar male, verrebbe quasi da credere che l’inquilino della Casa Bianca abbia voluto cercare di destabilizzare un premier, Netanyahu, con cui in passato ha spesso avuto rapporti tesi (si pensi solo al dossier iraniano). Secondo: non è detto che questa mossa non possa ritorcersi contro lo stesso Biden.
Da quando costui è arrivato alla Casa Bianca, l’influenza statunitense sul Medio Oriente è diventata sempre più traballante. Il tentativo, ancora in corso, dell’attuale presidente americano di rilanciare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran ha isolato Israele e spinto i sauditi progressivamente tra le braccia di Russia e Cina. Con il risultato che Pechino ha recentemente mediato la distensione diplomatica tra Riad e Teheran, mentre Mosca ne sta mediando un’altra tra la stessa Riad e Damasco. Non solo. Secondo indiscrezioni riferite dalla stampa giapponese, la recente intesa tra sauditi e iraniani prevedrebbe anche il sostegno da parte di Riad dell’accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo che costituisce da sempre una minaccia alla sicurezza di Israele.
Mosca e Pechino, insomma, rafforzano la propria influenza sul Medio Oriente, mentre Washington non riesce più a toccare palla. Anziché quindi cercare di rilanciare i rapporti con Gerusalemme, Biden si sta mettendo ancora di più con le spalle al muro. Una situazione diametralmente opposta a quella lasciata in eredità da Trump, che aveva creato un asse di ferro con Israele e Arabia Saudita, per isolare Teheran e costringerla a rinegoziare radicalmente l’intesa sul nucleare. Un vantaggio che la disastrosa politica mediorientale di Biden ha ormai irrimediabilmente perduto.
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