Si è aperta la caccia: con Ocse, Fmi e Banca d’Italia ben armati di fucile, e invece, nel ruolo scomodo della volpe o del fagiano, i contribuenti italiani, e in particolare le oltre 70 famiglie su 100 proprietarie di un immobile.
Il mattone italiano è già tassato, anzi stratassato: quando nel 2011 Mario Monti e il suo loden arrivarono a Palazzo Chigi, davanti alla missione di trovare subito denaro fresco, i tecnici commisero lo sproposito, avallato da un Parlamento che disse sì senza fiatare, di decidere una stangata fiscale senza precedenti, portando la tassazione immobiliare da 9 a 25 miliardi. Fu una mazzata devastante: una sottrazione di liquidità che ha massacrato i consumi, una perdita di valore che ha deprezzato gli immobili, ha gettato acqua gelida sulle compravendite, o ha indotto a vere e proprie svendite. Morale: ovunque nel mondo il mercato immobiliare rifiorisce, tranne che da noi. Da allora, di tutto quel mega aggravio fiscale, sono stati tolti solo quattro miliardi (quelli dell’Imu prima casa: e, come si sa, neanche su tutte le prime abitazioni). Ma è rimasto tutto il resto: le seconde case sono aggredite da aliquote altissime. E uno scandalo silenzioso è quello degli immobili strumentali all’impresa, cioè negozi, botteghe artigiane, studi professionali e capannoni industriali, che ogni anno, solo di Imu e Tasi, subiscono una rapina di 7,7 miliardi. Davanti a questa situazione, ci si attenderebbe una discussione su come ridurre i 21 miliardi di tassazione rimasta. E invece è partito un fuoco di fila (nazionale e internazionale, tecnico e «neutrale», per usare un aggettivo di moda in questo periodo) che invoca la patrimoniale. Come se la patrimoniale non ci fosse già, e pesantissima. Poche settimane fa, a sparare il primo colpo è stata l’Ocse, che ha un vero e proprio feticismo per la patrimoniale: nel documento «The role and design of net wealth taxes», l’Ocse ha sentenziato che la patrimoniale serve a ridurre le diseguaglianze. C’è del vero: nel senso che contribuisce a mettere tutti in miseria. Dopo l’Ocse, è arrivato il Fondo monetario internazionale, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come vogliono favorirla la crescita gli scienziati del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto (garanzia di ulteriore tosatura).
Al coretto a cappella si è unita la Banca d’Italia, guidata da Ignazio Visco e audita in Parlamento per il Def. Nella relazione si legge che, a differenza delle tasse su imprese e lavoro (che, bontà sua, Banca d’Italia ammette possano avere effetti recessivi), gli «inasprimenti della tassazione ordinaria della proprietà e del consumo tendano normalmente ad avere effetti più limitati sull’occupazione e sulla crescita». Insomma, si può procedere con più Iva e più tasse sul mattone.
Comprensibilmente, è insorto il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, a difesa della proprietà immobiliare ma anche del buon
senso: «Non esistono tasse buone e tasse cattive», ha detto. «Per quanto riguarda la proprietà, il caso italiano ha reso evidente che la triplicazione dell’imposizione sugli immobili non solo ha svalutato i risparmi degli italiani ma ha anche determinato la chiusura di decine di migliaia di imprese. Si vuole insistere nell’errore?» Alla domanda di Confedilizia, a sinistra si continua a rispondere sì.
Due giorni fa è stato il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, a invocare una «patrimoniale sulla ricchezza e sui redditi», mentre, secondo un sondaggio Ixè, il 49% degli elettori del Pd è favorevole. Masochismo puro.
Si dimentica che sette famiglie su dieci hanno investito nel mattone. E non si capisce – ciò che è ancora più grave – com’è fatta l’Italia. In una nazione che ha come specificità una proprietà così diffusa, proprio il regime di tassazione sugli immobili fa la differenza. Chi non lo comprende è un costruttore di povertà, un architetto del declino.
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