Gli animali curano i loro malanni facendo «la spesa» in erboristeria
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Secondo gli scienziati, perché si possa parlare di «automedicazione», occorre che l’animale utilizzi una sostanza priva di valori nutrizionali o estranea alla sua dieta tipica. Impacchi alle cipolle contro i parassiti, argilla per purificarsi, erba per il mal di stomaco. E i frutti di Ziziphus sono una purga.

Gli animali conoscono le erbe medicinali e altri rimedi offerti dalla natura e se ne avvalgono per curare i loro malanni. Il fenomeno, chiamato zoofarmacognosia, è noto da tempo, ma attualmente la lista degli animali-farmacisti si va allungando, così come l’elenco dei rimedi che trovano. Tanto che il professor Mark Hunter, dell’Università americana del Michigan, ha detto: «Quando osserviamo un animale che fruga tra l’erba, ci facciamo una domanda: sta cercando cibo oppure sta facendo la sua spesa all’erboristeria?». Gli animali utilizzano i medicamenti forniti dalla natura per trattare diversi disturbi, seguendo un comportamento che è allo stesso tempo innato e appreso. Per esempio i maleducati che buttano in terra le cicche di sigaretta fanno un favore ai passerotti e ai fringuelli, che raccolgono i mozziconi e se ne servono nella costruzione dei nidi, perché hanno misteriosamente imparato che il tabacco serve a tener lontani gli acari e i pidocchi.

Secondo gli scienziati, perché si possa parlare di «automedicazione», occorre che l’animale utilizzi una sostanza priva di valori nutrizionali o estranea alla sua dieta tipica: ad esempio i cani, quando avvertono dolori di stomaco, mangiano fili d’erba; i pappagalli per aiutare la digestione inghiottono argilla; le lucertole, per contrastare i morsi dei serpenti, si cibano di alcune specifiche radici; le tigri indiane, pur carnivore, per purgarsi mangiano occasionalmente frutti di Ziziphus jujuba; i lemuri, quando aspettano i cuccioli, masticano foglie che inducono la produzione del latte e riducono la presenza di parassiti; gli elefanti kenyoti migliorano il proprio metabolismo con ricorrenti cure di sodio, e vanno a prenderlo nelle grotte dell’Elgon, un vulcano estinto; le pecore dello Shetland si proteggono dall’osteoporosi spezzettando i gusci di alcuni uccelli.

Le forme più interessanti e studiate di automedicazione animale riguardano soprattutto i primati. I tamarini, scimmie diffuse in Sud America, inghiottono alcuni grossi semi, larghi anche 1,5 centimetri, che passando nell’intestino trascinano con sé ogni parassita. Allo stesso scopo gli scimpanzé ingoiano, tutte intere, le indigeste foglie di Aspilia, una pianta dalla superficie ruvida. Un altro metodo a cui ricorrono alcuni primati – come le scimmie colobidi – per ripulire l’organismo è l’ingestione di terra o argilla, un comportamento che è stato anche collegato alla necessità di integrare minerali. Il còlobo rosso di Zanzibar (Piliocolobus kirkii), invece, ingerisce carbone, come gli umani: noi lo facciamo per risolvere i problemi di gas addominale, lui per controbilanciare alcune sostanze tossiche presenti nella sua dieta.

Per tenere alla larga i parassiti della pelle, poi, i primati hanno l’abitudine di strofinare sul pelo sostanze dall’odore pungente. Il lemure macaco o maki nero (Eulemur macaco) si strofina la pelliccia con millepiedi velenosi, mentre l’atele di Geoffroy (Ateles geoffroyi) utilizza, allo stesso modo, le foglie di sedano. Anche il cebo dai cornetti (Cebus Apella) si cosparge di un’ampia gamma di prodotti, dai millepiedi alle formiche, dai frutti di limone alle cipolle, tutte sostanze dalle proprietà disinfettanti e antiparassitarie. Il comportamento degli oranghi del Borneo è ancora più sorprendente: questi primati, quando hanno dolori muscolari, usano le foglie di commelina, una pianta di origine asiatica molto diffusa, ma solo dopo averla manipolata per trasformarla in un vero medicinale. L’operazione dura circa mezz’ora: l’animale raccoglie un po’ di foglie e poi le mastica per qualche minuto, provocando il rilascio delle saponine che mescolate alla saliva formano una specie di schiuma dal potere anti-infiammatorio e anti-batterico. Il primate raccoglie questa schiuma con la mano e se la spalma accuratamente sugli arti, nel medesimo modo in cui noi ci mettiamo una crema solare. Anche l’orso dell’Alaska e l’orso bruno sono stati visti sradicare la pianta Ligisticum porteri, masticarne le radici e spargersi quindi il pelo con il bolo così ottenuto. I nativi del nord-America non a caso chiamano questa pianta «medicina dell’orso» o «radice dell’orso». Scoiattoli e uccelli, per tenere alla larga pulci e acari, sono invece soliti sfregarsi pelo e piume con formiche (perché contengono acido formico).

Anche gli insetti si autocurano con le piante. Ad esempio i bombi (Bombus Impatiens), simili a grandi api pelose, quando sono infettati da un parassita intestinale si nutrono di foglie di tabacco. Le formiche carpentiere, poi, incorporano nell’edificio del formicaio una resina antimicrobica prelevata dalle conifere. Alcuni insetti si spingono più in là, e fanno prevenzione in favore della prole come le farfalle Monarca che depongono le uova su una pianta antiparassitaria della famiglia delle composite, che secerne una specie di lattice. E scelgono per i loro piccoli un’alimentazione che minimizza l’impatto delle malattie nelle nuove generazioni.

A volte gli animali per curarsi scelgono delle vere droghe. Ma le sostanze che assumono hanno funzioni per lo più depurative e considerano lo sballo solo un fastidioso effetto collaterale. Il giaguaro dell’Amazzonia, quando ha mal di pancia, è solito mangiare la corteccia della yagè (Banisteriopsis caapi), una vite selvatica che ha anche un effetto purgante e antiparassitario. Ma la stessa molecola che lo aiuta a sentirsi meglio contiene anche un agente allucinogeno che lo stordisce.

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