Chi coltiva qualche rudimentale ricordo di filosofia liceale, avrà presente il principio di non contraddizione: «Ciò che è, è, non può non essere». Giocando un po’ con le parole e facendoci beffe dei concetti, potremmo dire che di solito non è un principio valido per i calciatori agonisti. In condizioni normali, un atleta quarantenne non potrebbe mai replicare le prestazioni del sé stesso imberbe ventenne. E però le consuetudini sono fatte per essere forzate, Zlatan Ibrahimovic è specialista nel dimostrarlo. Con la performance di domenica sera contro la Roma (2-1 per il Milan, lo svedese sugli scudi ha dominato per i 60 minuti in cui è stato schierato, segnando un gol da cineteca, propiziando un rigore, realizzando un’altra rete annullata per fuorigioco) lo si può affermare senza esagerare: Ibra è il calciatore quarantenne più splendente e decisivo di tutti i tempi. Sarà perché, in lui, il concetto di tempo, quello che prevede un passato, un presente, un futuro, pare azzerato, Ibra sembra un uomo dall’eterno presente, ben oltre Benjamin Button, come ama definirsi lui. Con la casacca del Milan, durante la sua prima esperienza, aveva segnato 56 gol in 85 partite, una media di 0,65 reti a partita. Dal gennaio 2020, da quando è tornato a vestire i colori rossoneri, ne ha siglati 31 in 53 presenze, vale a dire esattamente la stessa media di 10 anni fa. In tutto sono 400 reti in carriera nei campionati nazionali. Solo che il 3 ottobre scorso ha compiuto 40 anni e, particolare non trascurabile, l’Ibrahimovic di questo periodo è assai più determinante di quello del 2011. Più uomo squadra, più capace di valorizzare i compagni che lo guardano come si guarda un faro nelle tempeste notturne, spocchioso all’occorrenza, eppur giudizioso nell’indirizzare la punta acuminata delle sue battute verso lidi che compattano lo spogliatoio. Sortite al Festival di Sanremo comprese, accettate da tutto l’ambiente con un sorriso compiaciuto, al netto delle polemiche di prammatica. Perché, non scordiamolo, l’uomo qualche marachella la combina eccome. Incline al confronto fisico competitivo con gli avversari – Romelu Lukaku ne sa qualcosa -, così sicuro dei suoi mezzi da risultare oltraggioso, non umano, forse troppo umano, dunque oltreumano. Un altro dettaglio fa sorridere. L’11 novembre prossimo uscirà nelle sale cinematografiche italiane I am Zlatan, diretto dallo svedese Jens Sjogren, biografia concepita come pellicola ad alto impatto capace di raccontare le gesta del totem scandinavo di origini bosgnacche. Il problema è che quella biografia, una volta diffusa, sarà già vecchia. L’attaccante sta aggiungendo ulteriori tasselli al suo carniere di campione, sorpassando a destra le sue stesse imprese rappresentate nel film. Con la Roma lo si è capito in due momenti salienti. La punizione che ha decretato il vantaggio del Milan, calciata con una violenza, abbinata a precisione balistica, che ricorda – i nati negli anni Ottanta non faticheranno a cogliere il parallelismo – i tiri della Tigre degli eroi dei cartoni animati giapponesi sul calcio, e lo scatto verso l’area giallorossa su imbeccata di Theo Hernandez, quando il romanista Ibanez non ha potuto far altro che atterrarlo per fermarne l’avanzata. La telecamera ha indugiato sull’attaccante intento a rialzarsi, mettendone in mostra una fisicità più muscolare rispetto alla prima avventura col Milan e un’elasticità non certo compromessa. Forse il dinamismo non è quello di qualche lustro fa, ma il saper trasformare un potenziale handicap in un vantaggio sul campo, rielaborando ad hoc il proprio modo di interagire nelle azioni, è una qualità che in altri fenomeni del passato non è emersa. Prendiamo Francesco Totti, monumentale re di Roma. Pure lui, a 40 anni, dispensava perle elettrizzanti per la gioia dei tifosi dell’Olimpico, ma aveva benzina per pochi scampoli di partita e il potenziale atletico, sebbene poderoso, non era lo stesso dei tempi d’oro, al punto che, in uno degli episodi più controversi della storia del pallone, a mister Luciano Spalletti fu assegnato l’ingrato compito di interromperne drammaticamente la carriera. Un’incombenza che Stefano Pioli mai si sognerebbe di accollarsi con Zlatan, anzi. Scartabellando i decenni addietro, c’è Roby Baggio. Il «divin codino» ha messo in mostra le sue qualità inarrivabili fino all’ultimo minuto prima del ritiro, ma gli ultimi anni li ha trascorsi alla corte di Bologna e Brescia, blasoni dalla grande storia, non certo compagini di primo piano come il Milan odierno. Gli appassionati di statistiche potrebbero tirar fuori altri due splendidi ultraquarantenni. Dino Zoff, che ha vinto i Mondiali del 1982 con la maglia da numero uno della Nazionale, a 40 anni suonati. E, oggi, Gigi Buffon, quarantatreenne in forza al Parma, nel campionato di Serie B. I due però sono portieri, ruolo meno esposto al logorio atletico progressivo che affligge la carriera di un giocatore di movimento come un attaccante e, soprattutto, quello di Zoff era un calcio molto diverso da quello di oggi, mentre Buffon sta sì primeggiando, ma nella serie cadetta. A dirla tutta, ci sarebbe un altro quasi quarantenne attaccante, dalla curriculum sontuoso, che sta dando lustro alla Serie A. È Franck Ribery, francese in forza alla Salernitana. Ma la sua capacità di essere determinante nei momenti che contano non è minimamente paragonabile all’incidenza di Ibrahimovic sui risultati del Milan, militando peraltro in una squadra che lotta per non retrocedere. C’è poi in Ibra la capacità sorniona di gestire la propria immagine con sapienza da influencer: «Voglio giocare finché posso. Se decidono di mandarmi via quando sento che posso ancora andare avanti, continuo, nessuno è come me». In verità esisterebbe un calciatore ancora in attività che, addirittura a 50 anni, scalda ancora il cuore dei suoi fan: è la punta giapponese Kazuyoshi Miura, ex Genoa, oggi attivo in Japan League. Ma il solo raffronto tecnico tra i due innescherebbe risate fragorose.
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