Zinga in affanno: vuol mollare la doppia carica
Il leader del Pd: «Sento il peso dei due ruoli». In effetti, è pieno di grane sia in Regione Lazio sia al Nazareno.

Non ha fatto in tempo a festeggiare l’esito dei ballottaggi («La coalizione funziona», ha esultato), che Nicola Zingaretti si è lasciato andare a un’ammissione di debolezza: «In questi mesi ho onorato un doppio impegno, quello di presidente della Regione e di leader nazionale e oggi avverto un po’ il peso e la fatica di un doppio ruolo, soprattutto nel momento del Covid, che richiederà una presenza e che sarà costante». Insomma, il segretario dem e governatore del Lazio non regge più il ritmo: «Nelle prossime settimane vedremo e discuteremo su come andare avanti».

Sono parole che lasciano spazio a due interpretazioni contrapposte. La prima: Zingaretti sarebbe intenzionato a mollare la poltrona in Regione per dedicarsi a tempo pieno al partito. La seconda: resosi conto di essere un presidente fantasma e compreso, come dice lui, che la pandemia rende necessario un lavoro più assiduo, il fratello di Montalbano scaserebbe dal Nazareno per tornare in via Cristoforo Colombo. In entrambi i casi, il «gran rifiuto» non servirebbe a raccogliere un trionfo, anche se lui si vanta di aver «portato a termine una delle missioni» del suo mandato da segretario – evitare, alle amministrative, il tracollo della maggioranza che tiene in piedi il Conte bis.

Se l’uscita di Zingaretti va letta nel primo senso, significa che il risultato ai ballottaggi della cosiddetta «alleanza organica» tra Pd e M5s ha smosso le acque. I secondi turni delle comunali hanno infatti offerto un segnale diverso rispetto al copione che si era visto finora: quando, nelle Regioni, dem e grillini avevano presentato un candidato unitario, avevano raccolto meno consensi della somma dei rispettivi schieramenti. Questa novità potrebbe condizionare la partita che, dall’anno prossimo, si giocherà nel Lazio. Nel 2021 si voterà per il sindaco di Roma. E se il Pd vuol dare le carte, liquidando Virginia Raggi (è la posizione ufficiale di Zinga), ma convincendo i pentastellati a convergere su un suo pupillo (Enrico Letta? Il nome doveva uscire dopo il 21 settembre, però nessuno sgomita per sobbarcarsi la rogna che è la Capitale), dovrà offrire qualcosa agli alleati. Magari, la corsa per lo scranno attualmente occupato dal segretario dem.

Questi, così, si libererebbe di un fastidio. Un conto è muovere i fili del governo senza sporcarsi le mani, come sta facendo Zingaretti in qualità di responsabile del Nazareno; un conto è amministrare sul serio, magari inciampando in svarioni tipo il Mascherinagate, che non gli è esploso tra le mani solo grazie a una magistratura occasionalmente clemente. Tanto più che la giunta si regge grazie al patto di desistenza con i 5 stelle, guidati da Roberta Lombardi, capogruppo del Movimento in Consiglio e fautrice ante litteram dell’asse con la sinistra – anche se, nel 2018, Zingaretti la spuntò piuttosto in virtù della candidatura in solitaria di Sergio Pirozzi, ex sindaco di Amatrice, che tolse al centrodestra quel tanto di voti necessari alla vittoria (finì 32,9% a 31,1%).

Tuttavia, Zinga potrebbe pure pensare a un percorso diverso, giacché le grane non gli mancano nemmeno dentro il Pd e nel confronto con la maggioranza giallorossa. Sempre scricchiolante, sempre a rischio incidenti (s’è visto ieri a Montecitorio), sempre condizionata da Matteo Renzi, per quanto ridotto a percentuali da prefisso, sempre appesa alla mediazione di Giuseppe Conte, che per questo motivo si è ormai convinto della propria indispensabilità. L’Ulivo 2.0 sognato dal segretario pd è tuttora lungi dal materializzarsi: la resistenza grillina cadrà, ma non è che dentro il suo partito siano tutti felici dell’abbraccio con il M5s. Anzi.

Tornare a occuparsi del Lazio significherebbe, inoltre, bilanciare il protagonismo di un altro governatore, Stefano Bonaccini, a capo di quella fronda che va da Vincenzo De Luca a Michele Emiliano e che si è dimostrata immune alle alterne sorti dell’esecutivo romano. A quel punto, però, resterebbe l’incognita del Campidoglio (significherebbe che il Pd vi rinuncia?). In più, Zingaretti passerebbe da generale a luogotenente. Perché il doppio incarico pesa. Ma bisogna vedere quale dei due incarichi ha più peso.

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