Il 7 luglio, data del secondo turno francese, è fra meno di una settimana. Ma i tempi sono estremamente dilatati e l’esito del voto non è scontatissimo. Non certo per i riflessi interni alla Francia. A Parigi il vento di Marine Le Pen soffia a gonfie vele. A rimanere complessi da decifrare sono gli effetti che cadranno sul giro di nomine a Bruxelles a cominciare dall’incarico bis al momento in via di definizione per Ursula von der Leyen. Il pallottoliere dell’Europarlamento verrà rispolverato il prossimo 18 luglio e vedremo se reggerà l’accordo con i socialisti che vede, al di là della politica tedesca, a completare il quadro dei top jobs, le massime cariche delle istituzioni Ue, il portoghese António Costa (alla presidenza del Consiglio) e l’estone Kaja Kallas (Alto rappresentante per la politica estera). Il condizionale resta d’obbligo. Va infatti ricordato che il Parlamento ha una vera grande carta da giocarsi e si tratta proprio dell’elezione del presidente della Commissione. Fatto quel nome nella realtà i parlamentari si eclissano e i partiti non mettono più becco nelle altre nomine dei commissari. Non a caso nel 2019, grazie anche ai grillini, la Von der Leyen portò a casa la nomina per soli nove voti. La riconoscenza fu immediata, ma non duratura. Il fidanzamento tra presidente della Commissione e Parlamento dura giusto un week end romantico e poi il tradimento è dietro l’angolo. C’è da scommettere che andrà così anche a questo giro. Nel dubbio, infatti, Ursula ha deciso di avviare gli incontri non solo con i capi delegazione dei partiti della maggioranza uscente, ma anche con gli schieramenti a destra. Prima, a partire da oggi, ci sarà anche una serie di incontri con i vertici del Parlamento.
Sa benissimo che sta partendo il gioco dei numeri. I Verdi farebbero comodo dentro il pallottoliere, ma così si andrebbero a escludere a priori i voti di sostegno del centrodestra. E viceversa. L’incontro con i Verdi, che appunto si è tenuto ieri, è finito con un esito non certo sorprendente. «Incontro positivo», hanno dichiarato, «ma da parte nostra nessun appoggio a Ecr». Al tempo stesso il gruppo che fa capo a Emmanuel Macron è più sottile di prima e decisamente in fase calante. C’è dunque da spettarsi che le promesse saranno incrociate. Alcune destinate ai gruppi parlamentari e altre ai governi Ue, tanto che per far quadrare i numeri, le promesse e la realtà delle deleghe partirà una forte ridistribuzione dei portafogli e delle deleghe.
Già si parla di sfilare a Dg Sante le competenze sull’agroalimentare. Un documento rivelato ieri dal sito Euronews spiega come avverrebbe il rimescolamento e come le deleghe andrebbero in pancia alla Commissione agricoltura che ricoprirebbe così uno dei ruoli più pesanti in termini di portafoglio e di perimetro. L’Economia potrebbe tornare alla sua versione originaria del 2015 e ancora nulla si dice di un eventuale commissario alla Difesa.
Una partita assai delicata che si incrocia con la trattativa per le seconde file. Non sfugge che quella del commissario italiano è la sfida per definizione, ma non va assolutamente sottovalutata quella dei membri italiani dei gabinetti degli altri commissari. Chi siederà in quota Italia nel gabinetto del nuovo presidente? Ricordiamo infatti che con la Commissione si azzerano anche i gabinetti dei commissari: 300 posizioni apicali tutte da definire. Questi sono i posti chiave di cui deve occuparsi, e di corsa, il governo. Se l’Italia non può modificare la governance europea, sta comunque all’Italia nominare i propri uomini dentro le istituzioni.
I funzionari che negli ultimi 15 anni hanno fatto carriera nelle istituzioni europee sono tutti in qualche modo legati a Francia o Germania o al Partito democratico. Dai tempi di Romano Prodi, non sono cambiati di tanto. E questo porta un pregiudizio nei confronti del nostro Paese. Bisognerebbe ancor più di quanto fatto all’ultima legislatura creare a Bruxelles un centro di potere alternativo alla sinistra. Questo dovrà fare il prossimo commissario, di sponda con l’ambasciatore italiano e con il governo, con tutta la forza dei voti che si porta appresso. Si tratta in fondo di una partita a scacchi tridimensionale. Il primo livello si gioca in Parlamento, il secondo in Consiglio e il terzo tra i corridoi della Commissione per allineare i nomi di chi per conto dei politici scriverà i dossier. La macchina vera e propria della burocrazia. In questo i tedeschi hanno raggiunto l’eccellenza grazie ad anni e anni di strapotere firmato Angela Merkel.
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