È un mese ormai che ogni giorno ci troviamo a incrociare le armi con questo nemico invisibile che abbiamo imparato a conoscere con il nome di Covid-19. È un coronavirus fino a ieri sconosciuto, che si è imposto all’attenzione pubblica mondiale per la sua terribile capacità di contagiare, di diffondersi, con una letalità che si aggira attorno al 3-5%. La mia attività di medico ospedaliero è stata letteralmente stravolta da uno stato di emergenza con allarme rosso costante, che non avevo mai conosciuto in 43 anni di professione.
Vorrei farvi partecipi di alcune riflessioni che mi sono venute alla mente guardando i letti della terapia intensiva del mio ospedale, stracolmi di malati attaccati alle macchine per la ventilazione assistita. Sono momenti fugaci, perché lo stato di emergenza non consente pause, ma sono occasioni preziose, che dobbiamo far fruttare, dandoci occasione di rientrare in noi stessi, con i mille perché che ci portiamo dentro e che abbiamo imparato – un po’ per paura, un po’ per fatalismo, un po’ per necessità – a soffocare. Un virus, un pezzetto di acido nucleico, invisibile, capace di mimetizzarsi invadendo le nostre cellule, in grado di mandare in tilt l’intero nostro sistema sociale: un nemico di fronte al quale siamo terribilmente deboli e ci scopriamo drammaticamente vulnerabili. Il delirio di onnipotenza che contrassegna questi nostri anni – che ci fa credere che all’uomo nulla è impossibile, che ogni nostro desiderio debba essere pervicacemente sostenuto e realizzato, che non c’è e non ci deve essere alcun limite al libero arbitrio, che la natura stessa deve essere piegata alla volontà del singolo – ebbene, questo delirio cade rovinosamente di fronte a questo microscopico scherzo della natura. L’unica vera arma, il vaccino, quel furbetto del Covid-19 l’ha tagliata fuori con la sua inaspettata comparsa e drammatica contagiosità. Ci siamo improvvisamente scoperti fragili e disarmati. Il tanto osannato «nuovo umanesimo» che pone al centro l’uomo/Dio, gonfio di orgoglio autopoietico, finalmente libero da orpelli morali, etici, religiosi, che sanno di oscurantismo cristiano medioevalista, è oggi costretto a fare i conti con un invisibile nemico che mette in ginocchio l’intero pianeta. Stiamo assistendo alla globalizzazione dell’impotenza e della precarietà. Stiamo facendo sforzi enormi e virtuosi, paghiamo costi altissimi in termini di sacrifici personali e sociali, finalizzati – diciamo la verità – a prendere tempo, sperando che il Covid-19 benevolmente si stufi di volersi moltiplicare e decida di ritirarsi in pace. Evitare le condizioni di contagio e diffusione, l’attenta condotta igienica personale e comunitaria, la preferenza per il «bunker domestico» rispetto alle occasioni di relazioni sociali: tutte sacrosante contromisure, ma la decisione di lasciarci in pace ce l’ha tutta in mano quel dannato virus.
Il «nuovo umanesimo» è costretto a prendere coscienza di quello che è veramente: un gigante con i piedi di argilla. Un piccolissimo, invisibile, impercettibile nemico è in grado di far crollare tutta l’impalcatura delle «magnifiche sorti e progressive». Dobbiamo avere il coraggio di dirlo chiaramente: l’uomo non è Dio, l’uomo non è onnipotente, l’uomo è una creatura meravigliosa, fatta a immagine di Dio, ma non è Dio. A Dio nulla è impossibile, all’uomo è impossibile perfino difendersi da un frammento invisibile di vita biologica. L’arroganza e la protervia dell’autosufficienza, che ci hanno fatto allungare le mani sulla vita stessa, arrogandoci il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire, dall’aborto all’eutanasia, sono costrette a cedere il passo all’umiltà della fede.
Abbiamo l’occasione di rivedere tanti aspetti della nostra vita, personale e sociale: speriamo di non sprecarla. Ritorniamo a guardare alla vita come un bene grande, da proteggere sempre e alla morte come un nemico da allontanare, non certo come un diritto da pretendere. Vedo la lunga fila di letti in terapia intensiva, con il loro fardello di umanità sofferente, con il volto nascosto da protesi respiratorie, con mille cannette e flebo che pendono dall’alto, e sento tutta la nobiltà della professione medica e l’orgoglio di essere in prima linea a difendere la vita, scrollandoci di dosso l’assurdo fardello di chi vuole snaturarci in agenti di morte.
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