Un diluvio di denaro per la fuffa green e briciole per i fiumi
Ansa
I verdi tirano in ballo clima che cambia e CO2, ma sbagliano La natura si affronta governando le acque, non col fotovoltaico.

C’è sempre un «ultimo studio» che l’aveva detto. Del – va da sé, autorevole – comitato scientifico della non meno autorevole agenzia. Di solito, questi «ultimi studi» scoprono l’acqua calda, ma sembra che nessuno se ne accorga e, di fronte all’acqua calda, tutti, rimasti a bocca aperta, si chiedono come mai nessuno ci abbia pensato prima. Non così Maurizio Belpietro che invece, retoricamente, chiede: «Ma non è che nessuno avesse puntato il dito prima?». E, col suo solito stile asciutto, dà la risposta: «Basta girarsi i pollici, bisogna rimboccarsi le maniche!». Già.

Voglio soffermarmi sulla parola «prima» e chiedere a codesti comitati scientifici dell’ultimo studio: siete andati a scuola? Non dico di università, ma di terza elementare. Ove ai miei tempi, quando in storia si studiava quella romana da Romolo a Romolo (Augustolo), riservando alla classe quarta gli anni fino a Napoleone e alla quinta quella fino ai giorni nostri. E in geografia si studiava la storia dell’Italia in terza, quella dell’Europa in quarta e i cinque continenti in quinta elementare.

Son consapevole che, quando si comincia a dire «ai miei tempi», vuol dire che si è vecchi e così è. E sono anche consapevole che i tempi son diversi: mia figlia, per esempio, che ha vissuto i suoi primi 18 anni nel Modenese, ha trascorso i tre anni di geografia delle elementari imparando la rava e la fava del Parmigiano reggiano e dell’aceto balsamico e poco male se in quinta non distingueva l’Austria dall’Australia. Ma mi disperdo in chiacchiere, funzionali però a far cogliere il punto.

E il punto è che in terza elementare mi avevano insegnato che quella Padana è una pianura alluvionale. Alluvionale, caro presidente Sergio Mattarella, evidentemente dimentico di quel che hanno certamente insegnato 75 anni fa a lei e 62 anni fa a me. La pianura si è formata in seguito ad accumuli di detriti trasportati dalle alluvioni che si sono succedute per millenni, trasformando l’ambiente lacustre – di cui son rimaste ancora le anguille – in pianura fertile. Per millenni il Po e i suoi affluenti hanno provocato, date le dimensioni enormi del bacino, esondazioni. Ma la colpa alla CO2 la danno anche l’Onu e perfino il Papa? Non importa: il mio maestro di terza elementare la sapeva più lunga. E, tanto per metter le mani avanti: la Liguria, per la sua fragilità, e la Campania, per la consistenza del proprio terreno, hanno problemi con simili esiti. Finché continuiamo a menarla col riscaldamento globale, che non c’entra niente, e con l’emergenza climatica, che non esiste nei termini che raccontate, i romagnoli, i liguri e i partenopei possono mettersi il cuore in pace. In particolare, la CO2 non ha alcun ruolo in tutto ciò e i programmi di riduzione delle emissioni non solo non risolvono il problema in parola, non solo neanche lo affrontano, ma di fatto votano all’emergenza perenne un terzo del territorio del Paese. La responsabilità ultima della quale ha un colore preciso: quello dei verdi. Non parlo tanto del partito politico – che, quando la briscola è a denari, numericamente conta quanto il due di bastoni – quanto dei plenipotenziari che ne hanno sposato tutte le paturnie, siano essi in Vaticano, a Bruxelles, a Roma o, come nel caso di cronaca, a Bologna.

Il presupposto che vuole la CO2 dei combustibili fossili quella da combattere ha fatto sì che, per esempio, quando nel 2007 era ministro il verde Alfonso Pecoraro Scanio, questi (che si vanta tutt’oggi di aver assegnato, durante la sua gestione all’Ambiente, «ben» mezzo miliardo al dissesto idrogeologico dell’Italia) predisponeva leggi che avrebbero dato 100 miliardi al solo fotovoltaico, col preciso scopo di governare il clima.

Nel solo triennio 2022-24, il piano regionale emiliano-romagnolo ha previsto oltre 8 miliardi di euro per promuovere la riduzione delle emissioni di CO2, mentre la stessa Regione, nei 10 anni dal 2013 al 2023, ha ricevuto poco più di mezzo miliardo dai governi italiani per interventi mirati alla messa in sicurezza del territorio. Solo nel 2022, tramite il Pnrr, il governo guidato da Mario Draghi ha stanziato 70 miliardi di euro per la transizione verde e la decarbonizzazione.

In conclusione: briciole sono andate alle soluzioni di un problema che è una circostanza millenaria diventata problema perché le paludi e gli acquitrini sono stati, molto giustamente, antropizzati mentre gran scorpacciata di miliardi è stata fatta dai venditori di lozioni contro la calvizie al cui amo hanno abboccato, come allocchi, Papi e presidenti.

Finché non nasce colui che prende il toro per le corna e va a Bruxelles a gridare che la CO2 che emettiamo non è climalterante (anzi, è benefica) e che le avversità climatiche si affrontano, ove possibile, col governo delle acque – che, nel caso di quelle della Pianura padana, significa vederlo come una enorme grande opera cui trasferire l’intero Pnrr attualmente dedicato al dannoso fotovoltaico e alle inutili comunità energetiche – fino ad allora dovremo tenerci sia le alluvioni sia le siccità.

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