Non solo i pagamenti in tilt: la dipendenza dalla tecnologia ci lascia a piedi e fuori di casa
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Non solo il Pos: pure le app possono tradirci. Lo sa bene il proprietario della 500 elettrica, impossibile da aprire per un guasto e costretto a chiamare il carro attrezzi.

Aveva visto giusto il genio comico di Rowan Atkinson, alias Mister Bean, che sulla portiera della sua Austin Mini verde con cofano nero aveva installato un chiavistello con tanto di lucchetto. E che in un celebre episodio simulava fischiettando il beep-beep di un inesistente telecomando e la sirena dell’antifurto. Soltanto che nella vicenda che state per leggere di comico c’è ben poco. La notizia è una lettera inviata dal lettore Marco Doati alla testata Vaielettrico.it, nella quale lamenta che la sua 500 elettrica è rimasta bloccata da una chiave che non esiste, ovvero che un bel giorno, sia il telecomando, sia la App, non hanno funzionato e, siccome il costruttore non dà in dotazione una chiave meccanica, l’automobilista è rimasto a piedi e ha dovuto far portare via la macchina dal carro attrezzi per poterla sottoporre alla riparazione. Naturalmente il suo meccanico di fiducia non aveva alcun modo per metterci mano e il mezzo è dovuto tornare alla concessionaria.

La beffa che ha seguito il danno è che per avere un duplicato della chiave fisica pare ci vorranno quasi sei mesi. Auguriamo allo sfortunato proprietario la rapida soluzione del problema, del resto non sappiamo se a causare l’inconveniente sia stata la batteria di servizio che si è scaricata o un altro problema tecnico. Ma il fatto che una macchina, anche qualora completamente priva di energia elettrica, non possa essere aperta dall’esterno, banalmente per recuperare qualcosa lasciato al suo interno, è un fatto che lascia perplessi e al tempo stesso fa nascere alcune considerazioni. La prima: riflettiamo sul fatto che acquistando un automezzo gestito da applicazioni, di fatto si diventa utenti di quel servizio prima che proprietari dell’automobile, condizione che diviene illusoria da parte di chi paga e, nel caso dell’elettrico, si tratta di parecchio denaro. La seconda: siccome le app possono essere soggette a limitazioni o a blocchi da parte di problemi tecnici, delinquenti informatici ma anche dei governi e per varie ragioni, anche di sicurezza, l’affidarsi in modo esclusivo a tali prodotti significa esporsi a un numero superiore di rischi nell’utilizzare qualcosa che noi consideriamo affidabile e sicuro, magari anche perché moderno. Tra l’altro, proprio l’altro ieri i pagamenti con Pos tramite bancomat e carte di credito sono andati in tilt a seguito di un guasto (a causa del dal danneggiamento, in Svizzera, dei cavi in fibra) della rete di Worldline, la fintech francese attiva di cui si servono alcuni circuiti di pagamento utilizzati da diverse banche, tra cui Nexi. La quale, venerdì scorso, stava valutando di intraprendere azioni a tutela dei propri interessi e di quelli dei clienti, anche perché i problemi sono avvenuti durante il Black Friday, un periodo di grandi acquisti.

Eppure, ormai, ci affidiamo alle app per gestire la casa attraverso la domotica, il conto in banca, l’invio di documenti sensibili ed entro breve tempo anche parametri di controllo della nostra salute, lasciando che sia un’applicazione a comunicare al medico i nostri dati fisiologici. La vicenda dell’automobilista non è l’unico caso, c’è infatti chi è rimasto fuori casa perché l’app del telefonino si è bloccata a causa di un problema della rete telefonica cellulare, e chi pensava di accendere l’aria condizionata e invece ha spento il congelatore. La dimostrazione che dipendere da troppe tecnologie dandone l’affidabilità per scontata, al fine di ottenere un servizio, lo rende ovviamente più vulnerabile e di conseguenza meno sicuro. Con un’aggravante: che l’utente non è informato sulla natura esatta del problema e quindi non ha alcun modo di individuare una soluzione differente, descriverlo a un tecnico o infilare la chiave nella cara vecchia serratura. Tutto mentre l’Unione europea sta implementando l’entrata in vigore dello Ai-Act, la legge comunitaria sullo sviluppo e utilizzo dell’Intelligenza artificiale, che tra i suoi pilastri ha il controllo degli algoritmi e il divieto di creare e sfruttarli in situazioni che possano nuocere ai cittadini, con particolare attenzione all’etica. Sia chiaro, sono cose molto più serie di una serratura bloccata, come la proibizione dei sistemi di punteggio sociale simili a quelli usati in alcuni Paesi per valutare il comportamento dei cittadini e anche il riconoscimento facciale effettuato in diretta nei luoghi pubblici senza consenso.

Ecco, forse se l’Intelligenza artificiale applicata su una vettura riconoscesse il suo proprietario, potrebbe sbloccare le porte senza causargli tanti problemi. Ci arriveremo, non senza problemi, probabilmente a carnevale. Oppure, rilevando che la batteria di servizio si sta esaurendo, quantomeno potrebbe esalare l’ultimo volt avvertendo il malcapitato automobilista della situazione. Certamente la serratura di un’autovettura può non essere ancora definita un prodotto dell’Intelligenza artificiale, ma bloccare una vettura per la mancanza di una chiave fisica del valore di poche decine di euro è certamente dimostrazione di grande stupidità naturale, applicata in barba alle analisi dei guasti possibili del prodotto e al project management che le norme europee di certificazione della qualità dei prodotti impongono ai costruttori.

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