Vanessa fa la cannibale. A 30 anni vince un argento battendo pure la sorte
  • Vanessa Ferrari alla terza Olimpiade, inseguita da sfortuna e infortuni, non perde la calma davanti alle giovanissime avversarie e si prende il posto che cercava da 12 anni.
  • Veleni dai Paesi sconfitti sull’ascesa «troppo rapida» del centometrista sconosciuto.

Lo speciale contiene due articoli.

Nella fisica epicurea lo chiamavano clinamen: la deviazione spontanea degli atomi nel corso della loro caduta in linea retta nel vuoto, una deviazione casuale nel tempo e nello spazio la cui spontaneità potrebbe persino coincidere col grado di libertà dell’uomo nel determinare le proprie azioni. Con esagerata licenza concettuale, qualcosa di simile succede pure nella ginnastica artistica: gli atleti volteggiano nell’aria, danno ordine geometrico al caos dello slancio muscolare, poi ricadono sulla pedana e basta uno sviamento impercettibile nella caduta a stabilire se un punteggio è vincente o no. Lì sta in agguato il destino. E Vanessa Ferrari da Orzinuovi, 30 anni, uno scricciolo compatto di 146 centimetri per 45 chilogrammi, al suo destino ha impresso quella svolta che attendeva da ben tre edizioni dei Giochi olimpici. Ieri a Tokyo, nella finale della specialità corpo libero femminile, ha agguantato la medaglia d’argento, sofferta, voluta, una preda rincorsa senza successo a Pechino nel 2008 – aveva solo 18 anni – dopo essersi laureata campionessa del mondo nel 2006, poi a Londra nel 2012, quando la serata del suo riscatto ha coinciso con la beffa delle beffe: terzo miglior punteggio assieme alla tatara Alija Mustafina, e però gli ex aequo non erano contemplati dalla giuria e il bronzo venne assegnato alla ginnasta delle steppe. Consapevole che la caparbietà è l’unica qualità da sfoderare in una sfida quando il talento ne è l’avamposto di meticolosa coerenza, ha ritentato a Rio 2016. Ennesimo quarto posto, un mezzo passo di troppo le sporcò i movimenti, il sogno sfumò e un anno dopo arrivò addirittura l’infortunio al tendine d’Achille, ciliegina avvelenata su una torta indigesta.

«Non sapevo se avrei ripreso la carriera, pensavo di dover smettere», ricorda lei, l’argento al collo. Adesso è la prima ginnasta italiana sul podio delle Olimpiadi, nella storia c’era stato solo il successo della squadra femminile ad Amsterdam nel 1928, le restanti soddisfazioni erano sempre state appannaggio dei colleghi maschi. Il secondo posto per l’atleta già campionessa mondiale e europea vestita dai colori del gruppo sportivo dell’Esercito italiano giunge al termine di una giornata senza sbavature.

Ha dato inizio ai volteggi la russa Listunova, sedicenne dotata, troppo nervosa per risultare convincente. Per lei subito un errore e l’abbandono della rotta verso il medagliere. Poi è toccato a Jade Carey, statunitense di 21 anni, quattro diagonali di salti impeccabili, volteggi acrobatici da antologia, voto alle stelle, 14,366. 14,000 tondo tondo per Jessica Gadirova, 14,166 per la Melinkova. Vanessa si esibisce subito dopo, sceglie le note d’accompagnamento di Andrea Bocelli, quel Con te partirò, segnale di una partenza convincente e di un approdo sicuro nel paese delle meraviglie. Pare che i primi ad accorgersi di quanto stesse accadendo siano stati i telecronisti brasiliani, trepidanti per la loro stellina nazionale, Rebecca Andrade, penalizzata da un errore e meno precisa dell’atleta nostrana: «La Ferrari è stata eccezionale, di sicuro agguanterà una medaglia», avrebbero commentato. 14,200 il punteggio, con la giapponese Mai Murakami ferma a 14,166. Vuol dire argento italiano e bronzo nipponico, dietro l’inarrivabile Carey.

Significa anche imprimere al proprio percorso una virata da leggenda. «Ma non avendo vinto l’oro, chissà, potrebbe riprovarci alle prossime Olimpiadi, ne abbiamo già parlato», sorride il suo allenatore e direttore tecnico della Nazionale Enrico Casella, bresciano come lei, suo mentore fin dagli esordi, motivatore dalle poche, acuminate parole che non ha mai smesso di starle accanto dopo gli innumerevoli infortuni, rimettendola in piedi dopo che la Ferrari ha contratto il Covid-19, per non farsi mancare nulla nei guanti di sfida lanciati dalla sorte. Casella è un ex rugbysta classe 1957, coriaceo come lo sport praticato in gioventù. Se la tenuta mentale della ragazza lombarda non ha subito flessioni apparenti, il merito è anche suo.

Lo sport agonistico a questi livelli è un frullatore in cui la psiche può svolazzare a briglia sciolta e disegnare fantasmi a volte impossibili da esorcizzare senza un supporto adeguato. Basti pensare a Simon Biles, collega e rivale di Vanessa, stella della ginnastica americana da poco finita sotto i riflettori per aver annunciato il ritiro dai Giochi olimpici a squadre e da quelli a corpo libero perché sconvolta dalla pressione mentale. «Mi dispiace, spero si riprenda e che vinca alla trave», le augura l’italiana.

Piccola nota di colore: la nostra campionessa gode di due soprannomi. Il primo è «La farfalla di Orzinuovi», l’altro è «La cannibale». Niente da eccepire. Per piroettare arrivando a compiere uno «Tsukahara avvitato» – nel gergo ginnico sarebbe una rondata seguita da un doppio salto mortale raggruppato all’indietro con avvitamento – nelle occasioni in cui la tremarella regna sovrana, occorrono le ali, ma pure una fame inestinguibile di primato.


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