«Spopolamento e meno fedeli condannano le chiese al crollo»
Claudia Manenti (iStock)
L’architetto direttore della Fondazione Lercaro di Bologna Claudia Manenti: «Rappresentano l’identità dell’Italia ma sono a rischio. Il calo dei preti le trasforma in un peso: serve pianificare».

C’è una morte silenziosa che avanza inesorabile e miete sempre più vittime. Avanza senza sosta nelle grandi città come nei piccoli Comuni. Le vittime non sono di carne e ossa ma sono fatte di mattoni, di legno. Custodiscono opere d’arte o manufatti che la devozione popolare eleva a capolavori. Queste vittime dei tempi moderni sono chiese e conventi: la carenza di sacerdoti, la «ritirata» della fede cattolica nel nostro paese e il costo di mantenimento fanno sì che, sempre più spesso, queste strutture finiscano prima chiuse, poi in stato d’abbandono. La Fondazione centro studi per l’architettura sacra «Cardinale Giacomo Lercaro» di Bologna, in collaborazione con Ufficio beni culturali ed edilizia di culto della Cei e Chiesa di Bologna, ha recentemente organizzato un convegno internazionale con l’obiettivo di proporre un confronto sul tema della dismissione di chiese ed edifici ecclesiali.

Un evento concepito dalla necessità di interrogarsi sulle giuste modalità per affrontare il tema della dismissione e trasformazione d’uso (da religiosa ad abitativa ma pure a commerciale e perfino industriale) degli edifici ecclesiastici che, anche in Italia, sta assumendo una consistenza numerica importante. Uno degli esempi mostrati in quel convegno è stato il programma «A braccia aperte» promosso a Lucca, che propone un modello sistemico di riuso sociale delle canoniche, mirato alla valorizzazione e all’integrazione sociale. Ma si tratta di un esempio virtuoso, di recupero nel solco della tradizione cui era stato concepito l’edificio. A Milano, un hotel di lusso ha trasformato la chiesa dedicata a Cristo Re in un pezzo della propria struttura. Esempi simili si possono contare in altre città italiane, come Napoli. Nel capoluogo partenopeo una scuola di boxe ha trovato sede in una vecchia chiesa. In via Piero della Francesca a Milano un piccolo edificio religioso è diventato, da anni, una lussuosa e «caliente» discoteca, Il Gattopardo. In San Barbanzio, a Bologna, aprirà presto una scuola circense. Per non parlare di quelle che si trovano tranquillamente sui siti di annunci immobiliari: per 28.000 euro si può portare via una chiesetta sconsacrata di 100 mq nel centro di Castrocaro Terme «ideale per chi desidera trasformarlo in una location esclusiva per eventi, uno studio creativo, un bistrot di charme o una residenza artistica», si legge nell’annuncio.

Di questa dispersione del patrimonio culturale, storico e architettonico del nostro Paese ne parliamo con Claudia Manenti, architetto e direttore della «Lercaro».

Dottoressa Manenti, quale è la situazione in Italia?

«Non è facile stabilire quanti beni a rischio ci sono in Italia. Abbiamo il censimento di quelli ecclesiastici diocesani (secondo il censimento Cei in Italia ci sono 67.700 chiese, ndr) ma, in questo elenco, non sono identificate le strutture religiose che sono in dismissione, chiuse o, molto numerose, quelle che hanno un utilizzo saltuario. Sull’effettivo utilizzo dei beni ecclesiali, quindi, non c’è nulla. Ancora peggio è il dato relativo a monasteri e conventi, di cui non esiste censimento: non sappiamo quanti, quali e dove sono. Non sappiamo che cosa contengono, che beni culturali hanno né in che stato di utilizzano si trovino».

C’è, quindi, una vera emergenza per la conservazione di queste strutture.

«In tutto il territorio collinare e montano, dove c’è stato uno spopolamento a partire dagli anni Sessanta in poi, ci sono tantissimi edifici di culto non più utilizzati. Alcuni sono dei ruderi, altri sono destinati a quella fine e altri ancora sono utilizzati pochissime volte l’anno e sono destinati anch’essi a venire chiusi. Tutte le parrocchie sono a carico della Chiesa cattolica, che le mantiene tramite l’8 x mille».

Che cosa rappresentano queste chiese?

«Questi luoghi non sono solo spazi e involucri che hanno o meno delle presenze artistiche ma sono elementi di alta valenza simbolica. È un passaggio che viene percepito ma non messo a fuoco. Ci sono interi territori che, senza la presenza anche paesaggistica di campanili e chiese, perderebbero punti di riferimento identitari. Mi colpì molto quanto avvenne nel 2012, in occasione del terremoto dell’Emilia-Romagna: venne chiamato il terremoto delle chiese per i numerosi crolli subiti da questo tipo di edifici. Lo sconcerto maggiore per la perdita di questi elementi di riferimento identitario veniva soprattutto da persone che in chiesa non ci andavano. Quel luogo, per loro, conservava, indipendente dalla frequenza alla pratica religiosa, una valenza simbolica elevata. Sono dei segni che rimandano a un significato esistenziale, sono luoghi che anche fuori dal punto di vista religioso, aggregano una comunità. Più in generale, sono dei riferimenti al mistero dell’esistenza che interroga ciascuno di noi. Un paesaggio senza punti di riferimento di apertura a questo mistero è un paesaggio sicuramente più povero per tutti, indipendentemente dalla fede che uno ha o non ha».

Che rischio corrono?

«Il rischio più grande è che queste strutture crollino. Una volta che non ci sono più soldi per riparare il tetto e questo crolla, viene già anche la chiesa. Un altro rischio è che vengano vendute e convertite ad altri usi. Il Vaticano ha dato degli indirizzi precisi perché le chiese dismesse vengano trasformate attraverso quelli che si chiamano “usi consoni” di tipo sociale e culturale e non per fini abitativi, commerciali oppure trasformate in discoteche o luoghi adibiti ad altri culti. Purtroppo queste indicazioni possono essere inserite nel primo rogito, quando la Chiesa vende a un privato, ma ovviamente si perdono nel secondo passaggio di proprietà. Qui il rischio che le chiese diventino qualcosa d’altro è molto alto».

Cosa intende per «uso consono»?

«Per uso consono intendo il fatto che possano essere usate per attività di interesse collettivo da associazioni oppure da Comuni. Anche se non hanno più una valenza religiosa, questi edifici ne devono conservare quantomeno il “sapore”. Chiaramente l’uso migliore dovrebbe restare quello religioso, anche solo in parte. Penso anche a un uso religioso-laicale. La storia della Chiesa è piena di confraternite, di cappelle private, di spazi utilizzati da laici. L’importante è che venga usato da comunità anche senza la celebrazione dell’eucarestia».

Il rischio di perdere per sempre questo patrimonio sta aumentando sempre più velocemente.

«Il tema dominante di questa fase storica in Italia deve essere quello della pianificazione. È necessario capire quali sono le chiese, i monasteri, quali sono le potenzialità di utilizzo, quali sono gli usi consoni, zona per zona, in base anche alle esigenze sociali e culturali locali, per fare delle scelte su una possibile alienazione o meno del bene anche in base al tipo di architettura, posizione paesaggistica e valore architettonico del bene. Non stiamo parlando di una sola chiesa: quando nel 2018 c’è stato il convegno promosso dal Pontificio consilio della cultura “Dio non abita più qui?”, si parlava di singole unità da dismettere. Oggi abbiamo territori con 50, 100 chiese di cui non si sa più cosa fare. In pochi anni siamo passati dall’affrontare l’emergenza di una singola struttura religiosa da riconvertire a interi territori dove queste costruzioni non hanno più un uso regolare. Nell’Appennino abbiamo tantissimi edifici religiosi, ogni borgo ha la sua chiesa. Ma con il calo demografico, lo spopolamento della montagna, il crollo delle vocazioni sacerdotali (nel 2013 erano stati ordinati 436 nuovi preti, nel 2023 le nuove leve sono scese a 323 unità, ndr) e la diminuzione del numero di quanti vanno a messa, il numero di edifici a rischio è elevatissimo».

Cosa fare per non incorrere nella loro perdita?

«C’è ancora la visione molto legata al rapporto chiesa-sacerdote. Oggi il prete è il legale rappresentante di una chiesa ed è sua responsabilità mantenerla. Ci sono parroci che hanno, nel loro territorio di responsabilità, 50 chiese: non possono gestirle, è umanamente impossibile. Non è il loro lavoro. Le diocesi dovrebbero cercare di alleggerire il carico dei sacerdoti che vengono letteralmente schiacciati dai doveri burocratici del mantenimento di questi edifici. Serve una modalità di gestione alternativa che possa valorizzare le comunità locali. C’è bisogno di un cambio di mentalità. Non si può aspettare che la chiesa crolli. Questa può addirittura sembrare la scelta più facile ma rappresenta una perdita sociale, culturale e religiosa enorme. C’è una Chiesa universale e una società che cambiano: lo scopo del convegno che abbiamo organizzato serviva proprio a questo. Purtroppo, negli ambienti diocesani c’è ancora poca propensione ad affrontare il problema: lo si subisce con un po’ di passività e anche di tristezza ma non lo si affronta con difficoltà».

Quindi serve un cambio di passo.

«Serve un cambio di passo, sì. Bisogna rendersi conto che c’è un problema che non va subito ma va affrontato. Le comunità su cui fare affidamento ci sono, così pure energie da liberare nei territori, come associazioni, enti, aziende o privati. In ogni diocesi serve che almeno una persona, formata, si occupi di questo: valutare e visionare dal punto di vista normativo e attuativo ogni edificio religioso presente. Oggi l’atteggiamento prevalente è quello della nostalgia che non porta frutti. Quello che è stato è stato, bisogna guardare avanti».

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