Alla fine, come sempre, è la realtà a prevalere. E la realtà, stavolta, prende il nome di sgombero. A Torino, in via Scarsellini, quartiere Mirafiori, venerdì mattina le forze dell’ordine hanno sgomberato otto famiglie rom: 58 persone, una trentina di bambini che vivevano in case popolari occupate. Ieri La Stampa, in prima pagina, se la prendeva con le istituzioni senza cuore colpevoli di aver realizzato lo «sgombero dei bambini», un tipo di polemica finto umanitaria che abbiamo sentito fin troppe volte, sempre rivolta contro qualche perfido fascista al governo.
Qui, però, la cosa interessante è che a sostenere l’iniziativa legalitaria è stato – tra gli altri – il Comune di Torino, che è parecchio di sinistra. E l’aspetto politico, in questo caso, è rilevantissimo. Stiamo parlando, per intendersi, della città in cui – con Chiara Appendino sindaco – le istituzioni offrirono a 80 famiglie rom ben mille euro a nucleo per lasciare il campo di via Germagnano. Era il 2020, e come prevedibile le grandi iniziative compassionevoli hanno avuto il consueto esito: la persistenza del problema. Ora, però, sembra che qualcosa sia cambiato.
Maurizio Pedrini, presidente e amministratore delegato di Casa Atc servizi che fornisce servizi agli alloggi pubblici, ci spiega che nelle case di Mirafiori «la situazione era disastrosa. Gli occupanti abusivi imperversavano, esasperando i residenti. Più volte si sono verificati episodi di minacce e aggressioni. Persone anziane e ammalate avevano il terrore di dover essere ricoverate e ritrovarsi al ritorno la casa occupata. Per questa ragione ho cercato di essere costantemente presente per avere contezza in modo diretto delle dinamiche in corso».
Otto abitazioni di proprietà pubblica occupati, condizioni sanitarie ben oltre la precarietà: ecco dove vivevano i minori di cui oggi finge di preoccuparsi qualche anima bella. Con il corollario, ovviamente, dei problemi causati ai residenti regolari, i quali – esasperati – sono andati a bussare prima alla politica e poi alla Prefettura.
Chi parla di mancanza di pietà o di pugno di ferro destrorso non sa quel che dice. Prima di procedere allo sgombero, agli occupanti sono state offerte sistemazioni alternative, ma le hanno rifiutate.
«Si trattava di sistemazioni temporanee previste dai servizi sociali per un paio di famiglie», ci dice Pedrini. «Al rifiuto dei primi due nuclei di usufruire di tali alternative è stato possibile estendere l’operazione a tutti gli altri, che hanno anch’essi declinato le proposte e hanno preferito trasferirsi sui loro camper. Dimostrazione, fra l’altro, che la loro situazione di emergenza era opinabile».
Di nuovo, la realtà è più forte delle tirate ideologiche. Tanto che pure Jacopo Rosatelli, assessore torinese alle politiche sociali (uno che ha scritto sul Manifesto, tanto per dire) si è esposto spiegando ai giornali che, in effetti, a scegliere di rifiutare l’aiuto dei servizi sociali sono stati proprio gli stessi rom. E pensare che – ci hanno raccontato alcuni residenti – Rosatelli tempo fa li aveva invitati a «prendersi una pizza» con i vicini rom per socializzare e vincere così i famigerati pregiudizi. A quanto pare, i pregiudizi li avevano soltanto i progressisti che, alla fine, si sono dovuti arrendere alla cruda verità dei fatti.
A questo proposito vale la pena citare tutte le intemerate lette nelle scorse settimane dopo che Giorgia Meloni ha promesso rapidi interventi sulle occupazioni abusive. Tutti a gridare al ritorno del fascismo, peccato che – come dice Maurizio Pedrini – «nelle aree di illegalità sono i più deboli a diventare vittime dei prepotenti e dei violenti e bisognerebbe evitare forme di tolleranza o indulgenza nei confronti di questi fenomeni». Lo sgombero, quindi, non è in questo caso una soluzione violenta o discriminatoria. È una forma di tutela delle persone più fragili che non sono abituate a prendersi ciò che vogliono con la forza.
«Questo intervento del governo Meloni restituisce fiducia e speranza nel futuro a periferie torinesi che si erano ormai rassegnate al degrado, ma possono finalmente sperare di liberarsi una volta per tutte dalle occupazioni che trasformano i blocchi di case popolari in campi rom», spiega Maurizio Marrone, assessore regionale alle politiche sociali in quota FdI. Che promette: «Il mio assessorato continuerà a raccogliere dai quartieri tutte le segnalazioni utili da riferire alla Prefettura finché tutti gli alloggi popolari della città non saranno restituiti a chi ne ha diritto».
Non sarà un lavoro semplice. Gli sgomberi sono soltanto la prima fase, poi bisogna che le istituzioni evitino che gli occupanti prendano i camper e si limitino a spostarsi in un altro quartiere, come avvenuto in passato. Dovrà essere il Comune a vigilare. Intanto, però, prendiamo atto di un importante fatto politico: di fronte all’evidenza, talvolta, anche gli amministratori di sinistra si rassegnano a superare il moralismo. In qualche occasione, la civiltà prende la ruvida forma dello sgombero.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >