- In questi anni gli insegnanti sono sempre più spesso bersaglio di aggressioni fisiche e verbali. Dall’istituzione che rappresentano, però, non giunge nessuna difesa: a volte i presidi li esortano a non denunciare o puniscono loro per evitare fastidi con i familiari.
- Lo psichiatra Raffaele Morelli: «Ai docenti va riconosciuto un ruolo di autorità Niente telefonini in classe, bisogna disconnettersi dall’esterno».
Lo speciale contiene due articoli
Le scuole si sono riaperte da pochissimo e chissà che qualche insegnante non abbia pensato di munirsi di scudo ed elmetto. Già, perché stare tra i banchi sta diventando un lavoro pericoloso. Con studenti facinorosi e genitori maneschi, si rischia di finire in ospedale. Come un prof a Pistoia, lo scorso febbraio: spinto giù dalle scale dell’istituto da quattro ragazzi che pretendevano di entrare in ritardo mostruoso. O un docente di Vicenza, a giugno: aveva sorpreso tre ragazzi a fumare spinelli e, non appena ha minacciato di chiamare la polizia, uno l’ha assalito.
La lista dei fattacci è lunga. A marzo, i genitori di un alunno hanno preso a calci e pugni un insegnante a Battipaglia. Pochi giorni dopo, a Napoli, un alunno delle medie ha spintonato la sua insegnante facendole battere la testa per terra. Ad aprile, durante i colloqui scuola-famiglia, era stato picchiato un professore delle medie a Modena. A maggio una madre ha aggredito una professoressa in una scuola media di Lodi perché aveva sospeso sua figlia. Quello stesso mese e per lo stesso motivo, a Roma, era toccata sorte analoga a una docente della scuola Enzo Baldoni, in zona Boccea.
Pestati e umiliati
L’annus horribilis è stato il 2017/2018, con 36 aggressioni da settembre a giugno. Considerando i periodi di vacanza, praticamente un pestaggio a settimana. È andata un po’ meglio nel 2018/2019: un censimento ufficiale non c’è, ma conteggiando gli articoli di giornale si arriva a 14 casi. Nei primissimi giorni di questo nuovo anno ha fatto scalpore l’episodio della prof di Salerno derisa, umiliata e filmata mentre fa l’appello. Come contraltare positivo, la preside di Scampia, che con la sua fermezza ha convinto il tredicenne Lino a presentarsi in classe senza le treccine blu. D’altronde, il «picco» delle zuffe lo si registra in prossimità di interrogazioni, compiti in classe, scrutini, esami di riparazione. È presto per dire se quest’anno le cose andranno meglio. Per di più, spiega alla Verità Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, il fenomeno è sottostimato: «Non tutti gli episodi vengono riportati dai media. A volte, sono i dirigenti scolastici che, per non acuire il contrasto con le famiglie e non attirare troppo l’attenzione di giornali e tv, spingono i docenti a non denunciare. Anzi, a volte colpevolizzano i prof».
È questo elemento, finora quasi mai emerso nelle cronache dalle trincee scolastiche, a costituire un allarme nell’allarme. Lo testimonia la storia di Giuseppe Falsone, che il 23 dicembre 2017, a Casteller di Paese (Treviso), si beccò due manate in faccia e cinque giorni di prognosi.
«Nella nostra scuola era regola che i ragazzi uscissero in cortile a ricreazione. Una mattina, però, un alunno di prima media, un po’ problematico, voleva a tutti i costi restare in classe», ricorda il professore. «Neppure il personale Ata era riuscito a smuoverlo. I bidelli si rivolsero a me. Io mi limitai a mettere una mano sulla spalla a questo ragazzino, accompagnandolo all’uscita». Tornato a casa, però, l’alunno dice ai genitori di essere stato picchiato. «Dalla famiglia sono partite telefonate minatorie. Frasi tipo: “Dobbiamo regolare i conti”. Finché, il 23 dicembre, si presentano madre, padre e fratello maggiore, un minorenne che peraltro aveva frequentato la stessa scuola». Comincia una surreale caccia al prof tra i corridoi: lui, informato del pericolo, si rifugia in segreteria. Quando i tre lo scoprono cominciano a sbraitare e a picchiare sulla porta, spaventando bidelli e studenti. Allora Falsone tenta un approccio civile. Loro invece gli urlano contro. E il fratello maggiore dell’alunno lo colpisce alla nuca. «Faccio per girarmi, in quel momento, il padre mi dà il bis, mentre la moglie ringhia: “Ti spezziamo le gambe, te la facciamo pagare”. A salvarmi da conseguenze più gravi è stato l’arrivo dei carabinieri».
Il risvolto più assurdo, comunque, è un altro: «La dirigente scolastica, subito dopo i fatti, mi comunicò che sarebbe stato aperto un procedimento disciplinare nei miei confronti, visto che la famiglia mi accusava di abuso dei mezzi di correzione nei confronti del figlio. Eppure, un procedimento lo si può aprire solo se ci sono ragionevoli evidenze a carico del responsabile. Nel mio caso, tutti i testimoni erano dalla mia parte». Il prof Falsone scrisse all’allora ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli («non ha mai risposto», sospira). I colleghi «arrivarono a raccogliere firme contro di me». Finché, «due giorni prima che andassi in trasmissione da Giancarlo Magalli, guarda caso, la preside mi informò che il procedimento disciplinare era stato chiuso». Anche la giustizia ordinaria sembrerebbe orientata a favore di Falsone: «Il tribunale minorile ha scoperto che il fratello maggiore di quell’alunno non assolveva ai suoi obblighi scolastici e ha imposto alla famiglia di assicurarsi che frequenti la scuola. A lui ha comminato dei servizi socialmente utili». Naturalmente, il prof ha denunciato anche il papà: «Ma sto ancora aspettando la prima udienza del processo». Le cose, purtroppo, sono finite male: «Quando quell’alunno è stato promosso nonostante tutto, ho ritenuto che quella scuola non fosse più un ambiente idoneo per me. E ho chiesto il trasferimento».
Da vittime a carnefici
Stando ai sindacati, la vicenda del prof Falsone non è un unicum. L’avvocato Giuseppe Nobile, che offre consulenze legali per conto dei Cobas, spiega di aver accolto, da settembre 2018 a settembre 2019, 39 richieste di assistenza per procedimenti disciplinari attivati dai dirigenti scolastici nei confronti dei docenti. «Di questi, 30 riguardano contestazioni legate alle relazioni tra insegnanti e genitori o alunni. Alla base ci sono esposti o reclami scritti delle famiglie, ma i dirigenti scolastici non hanno consentito alcun contraddittorio agli accusati». Chiaramente – vivaddio – non sempre i diverbi sfociano nella rissa. Però, riferisce l’avvocato Nobile, «ci sono anche due episodi di aggressione fisica nei confronti di un docente e di un assistente amministrativo, al vaglio della magistratura», in seguito ai quali la scuola ha attivato un procedimento disciplinare a carico dei suoi dipendenti.
Per farla breve: prof e maestri non solo vengono insultati, minacciati, malmenati; non solo sono lasciati soli, magari persuasi dai presidi a non denunciare («per evitare ulteriori rogne con le famiglie», ipotizza Anna Grazia Stammati, coordinatrice nazionale dei Cobas della scuola), ma addirittura vengono messi sotto inchiesta dal loro istituto. E non di rado sono puniti: «In 37 dei 39 casi che sto esaminando», osserva l’avvocato Nobile, «è stata adottata una sanzione. Tra l’altro, il fenomeno è in aumento: nell’anno scolastico 2016/2017 i casi erano stati sei, l’anno dopo sono diventati 10, quest’ultimo anno sono schizzati, appunto, a 39». Dal sindacato, non esitano a evocare lo spettro del mobbing: i docenti puniti si rivolgono ai consulenti legali saggiando gli estremi per una causa. Ma al di là degli aspetti giuridici, è il ribaltamento per cui le vittime diventano carnefici a lasciare sbalorditi. Lo segnalava, nel maggio scorso, una lettera di un’insegnante a Vittorio Lodolo D’Oria, esperto di malattie professionali dei docenti, pubblicata su Orizzonte scuola. La prof riferiva della disavventura di una collega picchiata da una mamma durante un incontro scuola-famiglia. «La scuola mantenne prima una posizione defilata, successivamente suggerì alla collega di ritirare la denuncia onde evitare problemi futuri», riferiva la missiva. «La collega è rimasta sola, sola con la sua dignità calpestata! Come può la scuola insegnare ai nostri ragazzi i valori della legalità e della giustizia quando essa stessa sceglie il quieto vivere?». Lodolo D’Oria, dal canto suo, dipinge un quadro ancora più fosco, dipingendo la figura dei docenti come professionisti sottoposti a un costante fuoco di fila, ma non difesi dall’istituzione che rappresentano: «C’è un’abitudine tutta italiana, specialmente nelle scuole dell’infanzia ed elementari: denunciare i maestri per abuso dei mezzi di correzione». Il più alto numero di esposti è stato registrato nel 2018: «Io ne avevo catalogate 47 in un quinquennio. Dal 2018 fino a settembre 2019, siamo saliti a 74». Secondo Lodolo D’Oria, s’è rovesciato il buon senso: «I genitori non chiedono più alla maestra come si comporta il proprio figlio; chiedono al figlio come si comporta la maestra». E sia quando sono in ballo denunce pretestuose, sia quando si parla di veri e propri pestaggi, sottolinea l’esperto, «da parte delle scuole c’è la tendenza a risolvere tutto a tarallucci e vino. Una tendenza favorita dal Miur, che tranne rari casi, non si assume la responsabilità di condannare gli atteggiamenti di certe famiglie». Per la verità, qualcosina è stata fatta. L’ex ministro, Marco Bussetti, s’era preso la briga di ricordare che gli insegnanti sono pubblici ufficiali e che il decreto Sicurezza aveva inasprito le pene per chi li oltraggia. Ma è chiaro che siamo di fronte a una battaglia culturale, prima che legalitaria. Lo dimostra, ad esempio, la ricerca condotta dal portale Skuola.net. Il cofondatore, Daniele Grassucci, con La Verità, minimizza l’entità del fenomeno degli scontri tra prof e alunni. «Su un campione di 7.000 studenti da noi intervistati, solo il 7% ha dichiarato di aver assistito a casi di aggressione dei ragazzi ai loro insegnanti». Tuttavia la rilevazione mette in luce un fatto sconvolgente: solo il 21% dei giovani coinvolti in questi episodi ha affermato di essere intervenuto «per calmare gli animi». Il 16% ha persino preso le parti del compagno di classe. Il 36% non ha fatto assolutamente nulla. E il 27% ha filmato lo scontro per metterlo in Rete. Così, i mezzi di comunicazione creano una cassa di risonanza che consacra il malsano gusto per i tafferugli in aula.
Battaglia culturale
Un tempo i ragazzi, rimproverati dai docenti, a casa ricevevano «il resto». Oggi trovano in mamme e papà difensori per partito preso, se non dei miliziani pronti a ricorrere alle mani per sostenere le ragioni dei figli. Se si è prodotto questo cortocircuito, le cause sono molteplici. Per il segretario generale della Cisl scuola, Maddalena Gissi, «le famiglie, oggi attraversate da molte fragilità, da problemi relazionali interni, demandano troppo l’educazione alla scuola. Inoltre, i genitori spesso si sentono in colpa verso i figli se a casa c’è tensione, o se la coppia si separa. Perciò hanno paura di non schierarsi con loro».
Il prof Falsone se la prende con un modo d’intendere la funzione della scuola che l’ha trasformata «in un’azienda che vende un prodotto. Alunni e genitori sono clienti da soddisfare. Non li puoi deludere con votacci o bocciature. Allora viene meno la selezione meritocratica». Il docente perde di autorevolezza, anche per via degli «stipendi da fame». Il messaggio che passa, rilancia Lodolo D’Oria, è che l’insegnante sia «uno sfigato, perché prende 1.500 euro al mese. Ai giovani viene posto il modello dell’influencer: guadagno facile, senza fatica, senza sacrifici». E poi c’è la sistematica demolizione delle due agenzie educative per eccellenza, la famiglia e la scuola, appunto, perseguita a partire dal Sessantotto. «Ma se prima hanno cercato di distruggerle, adesso, come provano le aggressioni verbali e fisiche, le hanno messe l’una contro l’altra».
Risuonano le parole della lettera accorata di quell’insegnante: «Come può la scuola insegnare il valore della legalità e della giustizia se sceglie il quieto vivere?».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >