L’industria delle trasmissioni e dello streaming sta affrontando gli ultimi anni in modo complesso, visto che i modelli del passato che caratterizzavano la radio, la tv e il cinema «di una volta» sono stati profondamente colpiti dalle novità tecnologiche e dalle nuove abitudini dei consumatori, mutate anche con la pandemia Covid.
Basti pensare che nel mercato più grande del mondo, gli Stati Uniti, la scorsa estate lo streaming ha superato anche la tv via cavo. Il successo di piattaforme come Netflix ha costretto molti operatori del «vecchio mondo» ad adeguarsi al nuovo modello basato su abbonamento e sull’estrema multimedialità. In Cina, i produttori di veicoli stanno trasformando le auto in smart car perché le persone passano ore imbottigliate in auto e, fra le motivazioni che mettono al primo posto nel cambiare auto, secondo il consulente Oliver Wyman per otto guidatori su dieci in Cina c’è proprio una migliore offerta di infotainment.
Non è facile quindi competere in questo settore e la stessa Netflix ha visto lo scorso anno un brusco stop alla sua crescita. Da inizio anno è tornata a brillare in Borsa, ma il management ha dovuto lavorare molto per spingere il fatturato e rilanciare la redditività, estendendo l’offerta e aprendosi alla pubblicità.
Certo, la «N rossa» è ancora in una posizione invidiabile rispetto ai colleghi di Hollywood, che stanno tutti lottando negli States per rendere redditizie le loro operazioni di streaming, mentre il business della televisione tradizione continua a dissolversi. In tutto questo lo sciopero degli autori e dei doppiatori che richiedono un compenso più alto sta iniziando a provocare buchi sempre più evidenti nella programmazione.
Nelle scorse settimane il gruppo Walt Disney ha riportato i dati con l’ad redivivo, Bob Iger, che ha promesso la svolta nel business dello streaming partito bene ma mai decollato. Il segmento direct to consumer dell’azienda ha perso 4,2 miliardi di dollari negli scorsi quattro trimestri. Il management si aspetta di raggiungere il pareggio entro la fine dell’anno fiscale 2024. Nell’ultima trimestrale Disney ha annunciato un aumento significativo di alcuni dei suoi prezzi di streaming insieme con un piano per iniziare a reprimere la condivisione delle password. «Un tempo favorito dagli investitori in crescita, le azioni Walt Disney sono crollate di quasi il 60% dal loro picco nel 2021. Anche nel Vecchio continente i brodcaster europei faticano a trovare la ricetta seppure in Borsa i titoli nell’ultimo anno siano risaliti», dice Salvatore Gaziano, direttore investimenti Soldiexpert scf.
Da diversi anni si rilancia periodicamente l’idea di un progetto europeo dove alcuni dei principali produttori e distributori del Vecchio continente si potrebbero associare per produrre una specie di Netflix europea, ma in grado di competere su scala globale nella produzione di contenuti. «Ci aveva provato qualche anno fa Vivendi cercando di mettere le mani su Mediaset (poi diventata MediaforEurope), ma non ci è riuscita e ora in scala ridotta più ci stanno provando quasi tutti i principali operatori del settore comprando partecipazioni e cercando di stringere accordi», conclude l’esperto.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >