Quei boss troppo Comuni
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Mai così tanti enti locali sciolti per mafia come ora: 57. Per le cosche la crisi sanitaria è un’opportunità favorita dal governo che ha già spalancato le prigioni.

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i.

Non c’erano mai stati tanti enti pubblici sciolti per mafia. Nel 2019 sono stati 51, a cui se ne sono aggiunti altri 6 nelle prime settimane del 2020. Fra questi, per la prima volta, anche un Comune della Valle d’Aosta, quello di Saint Pierre. E non ci sono mai state tante aziende a rischio mafia: sarebbero 236.000, secondo una stima degli artigiani di Mestre, di cui 36.000 in Lombardia, 18.000 soltanto nella provincia di Roma. Al momento non sappiamo se e quanti soldi saranno davvero distribuiti in Italia nei prossimi mesi, quanti arriveranno dall’Europa e quanti ne stanzierà seriamente il governo, se e quando finirà di stanziare soltanto promesse. Ma quello che è già piuttosto sicuro è che mai come ora quei soldi c’è chi è prontissimo ad accaparrarseli. Purtroppo, si tratta dei clan. La ripartenza del Paese, se mai ci sarà, rischia di essere Cosa Nostra.

Fa impressione leggere la Relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, 888 pagine di fatti, numeri e analisi pubblicate nei giorni scorsi. Come è tradizione del documento di luglio, i dati si riferiscono all’anno precedente, ma stavolta è stato volutamente aggiunto un paragrafo per tenere conto dei primi mesi del 2020 e in particolare dell’effetto Covid, perché esso, denuncia la direzione antimafia, rischia di essere devastante. «All’infezione sanitaria del virus, si affiancherà l’infezione finanziaria mafiosa», scrive la Dia. E poi spiega: «La grave crisi sanitaria si presenta per le organizzazioni criminali come un’opportunità». Un’opportunità per appropriarsi dei fondi europei. Per entrare nelle aziende in crisi. Per rilevare attività commerciali. E per fare man bassa degli appalti. Del resto, se 51 (più 6) enti pubblici sono sciolti per mafia, quanti saranno quelli infiltrati?

Noi siamo sempre più deboli e le cosche sono sempre più forti. Questa è la tragica realtà. L’espansione dei clan al Nord è un dato di fatto testimoniato dalle inchieste che faticano a star dietro al fenomeno. L’usura dilaga, finanziata dai capitali sporchi e favorita dalla crisi. Delle 236.000 aziende che rischiano di finire nelle mani della mafia, la maggior parte (36%) è al Sud, ma ce ne sono oltre 13.000 a Milano, 8.328 a Torino, 5.428 a Firenze, 4.502 a Brescia, 3.207 a Padova, 3.037 a Vicenza, 2.896 a Modena. Nel settore agroalimentare, dati Coldiretti-Ismea, già 5.000 imprese sarebbero state conquistate dalla criminalità organizzata. E di fronte a un buco che si profila di oltre 34 miliardi di euro, molte altre rischiano di fare la stessa fine.

Che fare dunque? Qui arriva il paradosso. Perché, dice il rapporto della Dia, per fermare l’avanzata di Cosa Nostra occorre «una classe dirigente che sia in grado di muoversi in anticipo sulle mafie». Che sia forte, inflessibile, con il pugno di ferro. E invece la nostra classe dirigente si è dimostrata quanto mai pavida, scarcerando centinaia di boss, che restano liberi, anche a emergenza sanitaria finita, nonostante il tardivo e inutile decreto-toppa. «La scarcerazione in anticipo di un mafioso», dice la Dia, «viene avvertita come la riprova di un imprinting: quello secondo cui le sentenze della mafia sono certe e definitive mentre quelle dello Stato sono provvisorie ed effimere». Inoltre la concessione della detenzione domiciliare permette di riprendere «collegamento e comunicazioni» con i clan sul territorio, trasformandosi, di fatto, in un «vulnus del sistema antimafia». Ed è con questo vulnus che affronteremo i prossimi mesi, con il rischio di consegnare definitivamente il nostro Paese alle cosche. Forse in Bonafede. Forse no.


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