La lobby amica di Qatar e Marocco ha deciso la nostra politica estera
L’inchiesta getta una luce sinistra sulla crisi diplomatica con l’Egitto e su quella (sfiorata) con l’Algeria. Il Copasir aveva messo in guardia: «Alcuni Paesi sfruttano ex politici di rango per fare pressioni sull’Europa».

A febbraio 2019 l’Unione europea e il regno del Marocco hanno concluso la firma di un accordo mirato a garantire l’accesso alla flotta di pescherecci Ue alle coste atlantiche e dall’altro lato un ingente aumento del corrispettivo economico da versare ai titolari delle licenze di pesca. Due anni dopo, il tribunale Ue ha smontato l’accordo. Motivazione? Implicitamente Bruxelles si impegnava a riconoscere le coste del Sahara Occidentale (la parte meridionale del Paese su cui il regno alawita rivendica la giurisdizione) come parte integrante del Marocco, con tutto ciò che ne deriva. Potere locale, sfruttamento di materie prime e, inoltre posizionamento dell’Ue in un conflitto latente che coinvolge di sponda anche Spagna e Algeria. È interessante capire come si è arrivati all’accordo sulla pesca tra Ue e Rabat. Le trattative diplomatiche sono andate avanti per oltre cinque anni. E da un documento a disposizione della Verità si evince chiaramente che l’ambasciatore marocchino presso l’Ue, Manouar Alem, suggeriva al suo ministro una serie di interventi e interlocuzioni a livello politico per sbloccare la situazione – siamo nel 2013 – e individuava in Antonio Panzeri il nome giusto da utilizzare al fine di dialogare con tutti gli europarlamentari italiani. Alla luce del Qatar gate e delle altre indiscrezioni sui rapporti tra la Ong dell’ex sindacalista esponente del Pd e di Articolo 1, la missiva acquista tutt’altro tono. Il gruppo socialista nell’Ue, dalle carte e dalle indiscrezioni giudiziarie, sembra muoversi come un gruppo di lobbying che lavora per una parte piuttosto che per un’altra. Al di là degli episodi di corruttela su cui la magistratura dovrà indagare, vedere come intere filiere di parlamentari possano essere infiltrate da Paesi esteri fa venire i brividi. Perché espone i singoli Stati a problematiche che necessitano nel migliore dei casi di decenni per essere sbloccate. Parteggiare in toto per il Marocco, ad esempio, espone il fianco a rappresaglie dell’Algeria che adesso è un pilastro della nostra politica energetica.

Lo stesso discorso si può fare con il Qatar. Le accuse di corruzione sempre collegate al gruppo dei socialisti vanno solo in minima parte legate al processo che ha portato all’assegnazione dei mondiali di calcio a Doha, ma vanno analizzate in merito a tutto quanto è successo in Italia e in altri Paesi Ue tra il 2012 e il 2018. Nel nostro caso il Qatar ha iniziato lo shopping con la maison di Valentino, per poi passare agli hotel di lusso (primo su tutti il Four Season di Firenze molto bazzicato da Matteo Renzi) per passare agli altri investimenti immobiliari a Milano con il gruppo di Manfredi Catella. Qatar Airways rilevò Meridiana e la Sardegna per qualche anno è stata punto di arrivo di numerosi investimenti legati a sanità e turismo. Nulla avviene per nulla. Nello stesso periodo l’Italia ha aperto le porte a numerosi investimenti culturali e religiosi. Tradotto, ha aperto la strada ai Fratelli musulmani. Una scelta che ha avuto numerosi effetti collaterali. Innanzitutto in Egitto. La guerra tra Il Cairo e i Fratelli musulmani è terminata solo di recente, ma nei sei anni successivi alle cosiddette primavere arabe è stata aspra. Ha lasciato morti sul terreno e cadaveri diplomatici. Il congelamento dei nostri rapporti con l’Egitto non è certo avulso da questi aspetti. E per noi ha significato perdite economiche sul fronte energetico, perdite industriali nel comparto della Difesa e anche in quello delle costruzioni e del cemento. La frattura amplificata dai fatti di Regeni e Zaki ha fatto comodo a tanti, soprattutto al mondo socialista europeo (notate che a fare le battaglie sventolando come al solito il tema dei diritti umani c’era sempre il Pd con i vecchi Ds) che evidentemente aveva scelto il Qatar come partner preferenziale. Non solo, favorendo una sponda e mortificando il rapporto con l’Egitto è stata anche favorita la Francia che ha fatto man bassa di contratti, riuscendo però a sua volta a non perdere i rapporti preferenziali con Doha.

E così se il Qatar è stato a lungo vicino agli Usa e ancora si muove come paciere con l’Iran, ciò non significa che sulle infrastrutture strategiche oggi si possa prescindere dalla nuova dottrina. In gergo tecnico si chiama friendshoring e permette il riposizionamento infrastrutturale e produttivo solo nell’alveo di Paesi alleati. Il caso della raffineria di Priolo di proprietà Lukoil è tanto attuale quanto emblematico. Gli Stati Uniti mettendo l’embargo sul petrolio hanno reso il sito di Priolo centrale nelle dinamiche tra Est e Ovest e non sembrano disposti a farlo uscire dalla propria sfera. La notizia che l’ex premier Massimo D’Alema si sia presentato almeno a due ministeri per accompagnare i vertici di un fondo qatarino non è piaciuta oltre oceano. Lo scandalo della Ong di Panzeri apre così gli occhi sul doppiopesismo ma soprattutto servirà a spostare gli equilibri dentro il Parlamento Ue. Ecr e Ppe saranno più pesanti e ciò piace molto ai repubblicani Usa e anche a qualche democratico. Forse con il cambio di passo possiamo sperare in qualche anticorpo in più. Nell’ultima relazione del Copasir, quello guidato da Adolfo Urso, si legge un passaggio delicatissimo: «Vi sono attori che svolgono una pesante attività di lobbying presso l’Ue, come la Turchia, il Qatar, gli Emirati e l’Azerbaigian; sempre la Turchia si serve della sua diaspora per influenzare la politica interna, per esempio l’esito delle elezioni, oppure esercita un’influenza sugli istituti religiosi, come l’Arabia Saudita attraverso le moschee salafite in tutta Europa», recita sempre la relazione in riferimento alla risoluzione Ue dello corso marzo, aggiungendo che «i Paesi del Golfo, così come Russia e Cina, si servono della cosiddetta elite capture, il reclutamento di ex politici di rango nei consigli di amministrazione di aziende strategiche nazionali». Poche parole dove c’è tutto e dalle quali si comprende che da scoperchiare c’è molto altro.

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